Estero

Impiccagione pubblica per i pedofili: Dopo l’orrore dei “files Epstein”, la tentazione della forca: quando l’indignazione chiede pene esemplari. La proposta di Tim Burchett

La rivelazione di nuovi dettagli legati ai cosiddetti files Epstein — dossier che riportano, tra accuse, testimonianze e reti di complicità, la mercificazione sistematica di minorenni — ha riaperto una ferita morale che attraversa l’Occidente. Non è solo lo scandalo dei singoli reati a scuotere l’opinione pubblica, ma la percezione di un sistema di protezioni, silenzi e privilegi che avrebbe consentito abusi ripetuti e impuniti. In questo clima di rabbia e sgomento, alcune dichiarazioni politiche hanno spinto il dibattito verso posizioni estreme.

Negli Stati Uniti, il deputato repubblicano Tim Burchett ha affermato che chi viene riconosciuto colpevole di crimini sessuali contro i bambini dovrebbe essere impiccato pubblicamente. Parole che hanno fatto il giro dei media e dei social, diventando il simbolo di una reazione punitiva che chiede non solo giustizia, ma una sanzione esemplare, visibile, irreversibile.

La proposta non nasce nel vuoto. I crimini contro i minori evocano un’angoscia primordiale e un senso di violazione assoluta del patto sociale. Quando emergono storie di sfruttamento organizzato, viaggi, isole private e coperture ad alto livello, la fiducia nelle istituzioni vacilla. È allora che riemerge, quasi per riflesso, l’idea della pena capitale come risposta “definitiva”, capace di ristabilire un ordine morale ferito e di dare voce alla collera collettiva.

L’ultima impiccagione pubblica negli USA; nel 1963

Eppure, proprio qui si apre il nodo più delicato. La reintroduzione dell’impiccagione pubblica — oltre a essere in contrasto con il diritto internazionale e con l’abolizionismo penale di gran parte del mondo occidentale — solleva interrogativi profondi sul senso della giustizia. La pena, in uno Stato di diritto, è chiamata a proteggere la società, a riconoscere le vittime e a prevenire nuovi reati; non a trasformarsi in spettacolo o vendetta. La storia insegna che la teatralizzazione della punizione raramente guarisce le ferite: più spesso alimenta una spirale di brutalizzazione.

Il dibattito, tuttavia, segnala qualcosa di reale e urgente: l’insoddisfazione verso sistemi giudiziari percepiti come lenti, indulgenti o incapaci di colpire le reti di potere. Molti cittadini non invocano la forca per gusto del sangue, ma per disperazione morale. Chiedono che i bambini siano davvero al centro della tutela pubblica; che chi li tradisce non trovi scappatoie; che la legge non arretri davanti ai privilegi.

Tra l’orrore dei crimini e la tentazione delle pene estreme si gioca, dunque, una partita decisiva per le democrazie. Riusciranno a rafforzare strumenti investigativi, cooperazione internazionale, protezione delle vittime e condanne certe e proporzionate? Oppure cederanno alla scorciatoia simbolica della punizione esemplare, rischiando di smarrire i principi che dicono di voler difendere?

La voce di Burchett ha il merito — o la colpa — di aver portato allo scoperto questa tensione. Ma la risposta alla violenza sui minori, per essere all’altezza dell’orrore, deve essere ferma senza diventare feroce; inflessibile senza rinnegare la civiltà giuridica. Perché una giustizia che perde il suo volto umano, anche quando nasce dall’indignazione più giusta, finisce per lasciare dietro di sé nuove ferite, senza sanare le precedenti.

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