Educazione & scienza

Entrare in relazione, prima che lo faccia l’AI. “La ricetta? Prendersi il tempo”

Nella seconda serata di Squola per genitori si è parlato di tecnologia in relazione alla neurodivergenza. E Trivilini ha spiegato una differenza base tra social e intelligenza artificiale

In un mondo sempre più veloce, la ricetta è rallentare, prendersi il tempo, anche quando non c’è, essere una vera alternativa alla tecnologia per i propri figli. Il segreto è entrare in relazione prima che lo faccia l’intelligenza artificiale. Siamo pronti, come genitori, a questo bisogno di tenere il timone in un contesto che accelera, che non lascia tempo, che si nutre di contenuti veloci?

Per Nadinka Balmelli, la vera differenza nella gestione dei ragazzi neurodivergenti la fanno proprio i genitori: loro devono tenere il timone, loro devono mettersi in gioco, loro devono lavorare su loro stessi, per aiutare i bambini a comprendere il loro cervello. E quando si ha a che fare con la tecnologia, il discorso si amplifica.

Sono i genitori a decidere di dare un cellulare in mano ai ragazzi, perché non li vogliono far sentire esclusi, perché non hanno tempo, perché lo fanno tutti, perché non sanno sopportare la frustrazione scatenata da un no. Spesso lo fanno senza comprendere i rischi, che non sono solo le truffe, i cattivi incontri, la pornografia, il furto di dati, ma anche una velocità che muta il cervello, che influenza le capacità di corteccia prefrontale e ippocampo di fissare i ricordi.

Nella seconda serata, ha voluto ospite Alessandro Trivilini, per dire davvero che cosa è la tecnologia, per guardarla in faccia, per conoscerla, perché va usata, non subita, perché può dare tanto ma anche togliere, perché non si può fermare. “Io lo so: se consumo troppi contenuti al cellulare, le mie emozioni e le mie funzioni esecutive sono alterate, e mi tutelo. Ma i bambini non ne sono consapevoli. Usano i social, i videogiochi, il cellulare e non sviluppano l’intelligenza emotiva necessaria, il che li porta a diventare cinici e superficiali”.

Non usa giri di parole, come suo solito, la consulente relazionale che si definisce fieramente ADHD. E nemmeno lo fa Trivilini, che introduce un ulteriore passaggio: “I siti internet e i social portano interazione, perché noi compiamo un’azione, che sia scegliere una voce da un menù a tendina o mettere un like. Ma l’AI agisce in modo diverso: lei entra in relazione. Il suo scopo è conquistare la fiducia, avere apprezzamento, perché vuole sempre più dati per potersi allenare e affinare sempre più”.

L’intelligenza artificiale generativa studia centinaia di migliaia di dati di ogni genere per trovare dei collegamenti tra di essi e impara a riprodurli, in forma statistica, a partire dagli input che vengono inseriti e crea così risultati personalizzati sulla base di quello che le viene chiesto, mai uguali a domande leggermente diverse e nel tempo. Ha imparato a comprendere le emozioni e a suscitarle, ma non a provarle. “Il punto non è più se un allievo ha svolto il tema con ChatGPT, perché è possibile che lo abbia fatto, non è più se la lingua è corretta. La differenza la fa capire come ci è arrivato, che domanda ha posto”, sostiene Trivilini, secondo cui l’AI non può stare fuori da scuole e lavoro. “Non si potrà dire, un domani, ai ragazzi che sono nati con l’intelligenza artificiale che una foto è stata creata con AI, perché per loro è ovvio, è scontato. Non capiranno la differenza coi contenuti di anni fa, perché non li avranno mai vissuti. Semmai, si può destrutturare, spiegare loro come vengono create”.

Ma l’evoluzione non è il male, se conosciuta. “Una volta l’accesso alla conoscenza era fortemente limitato dalle condizioni socio-economiche, ora non più. L’AI dà un supporto che compensa il senso di fatica. Il rischio è però quello di annullarlo”. E i cervelli ADHD, aggiunge Nadinka, la fatica non la vogliono fare, perché se qualcosa per loro non è utile nel qui e ora non ha senso di esistere. Al contempo, bambini che funzionano con un motore emotivo come loro hanno profondamente bisogno della relazione, se ne nutrono, la ricercano. “Dobbiamo essere noi genitori a costruirla, prima che lo faccia l’intelligenza artificiale. Prendiamo noi la loro fiducia, solo dopo permettiamo loro di usarla, quando sono in grado di prendere la dopamina di cui hanno necessità dal rapporto con noi, altrimenti si chiuderanno o esploderanno”.

Come fare, in concreto, affinchè la tecnologia sia alleata dei giovani, soprattutto ADHD? “Capire se hanno le competenze per usarla e se non ci sono, costruirle assieme”, è il primo spunto. “E se il genitore ha paura di non avere a sua volta le conoscenze, che lo ammetta e impari col figlio, dov’è il problema?”, aggiunge, abbattendo alcune resistenze.

Ma il lavoro è ancora a monte. “Soprattutto, bisogna prendersi il tempo per stare con loro, per rallentare, per costruire la relazione e la fiducia, prima che la cerchino in ChatGPT”, prosegue. Il segreto è rallentare, anche quando il mondo impone di accelerare. “I cellulari, i social, i videogiochi sono attrattivi per i ragazzi neurodivergenti e noi genitori dobbiamo diventare altrettanto attrattivi per loro, trovare il divertimento, la gioia in quello che si fa. Dobbiamo proporre alternative, avere il coraggio di pianificare delle serate senza telefono, dove si sta semplicemente insieme. Si ha paura di perdere l’amore dei propri figli? Si rischia, un domani ringrazieranno. Si teme di farli soffrire? Può essere, ma non moriranno e svilupperanno competenze emotive”.

Nadinka è categorica: la gestione passa da regole e da no coerenti, decisi, scelti. “Perché usiamo la tecnologia? Se lo sappiamo, possiamo stabilire delle regole”, aggiunge Trivilini, che rende attenti su come cercare il cellulare sia diventato un gesto automatico, che ormai fa parte di noi, anche nella consapevolezza. E se è così per un adulto, che fatica a gestirsi, per un ragazzo in età adolescenziale, che sta sviluppando il proprio io cercando di emanciparsi da quello familiare, inserire un io digitale quando non ci sono le competenze può essere deleterio. “Poi, questi bambini sanno usare ogni applicazione, ma quando si trovano di fronte ai tablet per i riassunti e le mappe, si perdono”, provoca Nadinka.

Se qualcuno non vuole proibire i videogiochi, consiglia di dare delle regole. “Osservate che effetto fa, vedrete che li rende iperattivi. Prevedete dell’attività fisica dopo il gioco, non chiedete loro di fare i compiti, perché non ce la fanno. Magari credete di semplificare loro la vita, in realtà gliela complicate, perché mettete in difficoltà il loro cervello”. Non ha nemmeno senso imporre un timing, dicendo che dopo un certo numero di minuti bisognerà spegnere, perché “per loro o è ora o non è mai. Servono poche frasi, chiare, semplici, decise. Cedere una volta, per quei cervelli, vuol dire creare un precedente da cui non è difficile tornare indietro. Ti sfiancheranno sino a quando glielo concederai”.

Saperlo fa la differenza, permette di scegliere. “Entrare in relazione è faticoso, richiede tempo, richiede attenzione. Siamo disposti a farlo?”, è la domanda cruciale, quella attorno a cui ruota tutto. Siamo pronti a farlo, soprattutto sapendo che l’intelligenza artificiale, pur essendo un algoritmo, a sua volta entra in relazione, andando oltre l’interazione?

Nella terza serata dell’evento, con il pedopsichiatra Zambotti si parlerà di diagnosi e di farmaci. L’appuntamento è per giovedì 12 febbraio, ma Squola per genitori continuerà poi con giornate formative bimestrali.

Relatore

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