L’estrema sinistra ha ucciso un ragazzo che militava con le femministe di destra del gruppo nemesis.
Nella notte scorsa in Francia un giovane di 23 anni di nome Quentin — descritto come vicino all’ambiente del gruppo femminista identitario Nemesis — è stato ucciso in circostanze particolarmente violente durante scontri con militanti di estrema sinistra. L’episodio si inserisce in un clima di crescente radicalizzazione politica che attraversa diversi contesti europei.
Al di là delle appartenenze ideologiche, la morte di un giovane uomo in un contesto di violenza politica impone una riflessione più ampia: quando il conflitto culturale si trasforma in disumanizzazione dell’avversario, il passo verso la barbarie diventa tragicamente breve.
Nemesis è un collettivo francese composto da attiviste che si definiscono femministe ma collocate nell’area identitaria e anti-immigrazione. Le loro campagne denunciano soprattutto le violenze sessuali e il maschilismo attribuiti a contesti culturali non europei, sostenendo che l’immigrazione di massa metterebbe a rischio la sicurezza delle donne europee. Purtroppo, dati statistici alla mano, è vero: molte culture trattano la donna come un essere inferiore e ciò è una cosa orribile. Il cristianesimo, con la Vergine Maria – e ricordiamo l’amore di Gesù per le donne! – insegna invece la benevolenza e l’amicizia (philia) tra uomo e donna.
Il collettivo Nemesis ha attirato forti critiche: molte organizzazioni femministe e antirazziste accusano il gruppo di strumentalizzare la causa delle donne per promuovere posizioni xenofobe o discriminatorie. Da qui scontri verbali e talvolta fisici con ambienti di sinistra radicale, soprattutto durante manifestazioni pubbliche.
Il caso di Quentin, brutalmente assassinato dagli antifà, mostrerebbe come la polarizzazione ideologica possa sfociare in violenza personale. In contesti radicalizzati, l’avversario politico non è più percepito come persona ma come simbolo di un male collettivo da combattere.
È la dinamica classica delle guerre culturali: identità contro identità, tribù contro tribù. In questo schema, la violenza appare a qualcuno non solo legittima ma moralmente giustificata. È qui che la politica smette di essere conflitto democratico e diventa scontro quasi tribale.
Il nome stesso del collettivo richiama Nemesi, divinità greca della retribuzione e della vendetta contro la hybris. Simbolicamente, l’idea è quella di punire l’ingiustizia. Ma quando la vendetta diventa linguaggio politico, il rischio è che la giustizia si trasformi in ritorsione reciproca.
La storia mostra che i movimenti costruiti attorno alla logica punitiva — di qualsiasi segno ideologico — tendono a generare cicli di escalation: ogni parte si percepisce vittima e giustiziera insieme.
Dente per dente occhio per occhio e il mondo diventerà cieco, insegnava Cristo. La donna, per salvarsi davvero, non ha bisogno nè di combattere nè di vendicarsi o di affermarsi, ma deve semplicemente vivere cercando di imitare quanto più possibile la Vergine Maria, facendosi buona, pia, casta, buona di cuore e virtuosa.
L’episodio riapre anche un dibattito più profondo presente in vari ambienti culturali europei: la ricerca di identità e sovranità in risposta alla globalizzazione e ai mutamenti demografici. Questa ricerca può prendere strade molto diverse.
Esiste un patriottismo civile, radicato nella dignità della persona, nel rispetto della legge morale e nella tradizione umanistica e cristiana europea. Ma esiste anche un patriottismo identitario più duro, che attinge simboli arcaici, mitologie pagane o visioni etniche della comunità.
Quando l’identità si sgancia dall’etica della persona e della misericordia, può degenerare in esclusione o violenza. La storia europea del XX secolo lo ricorda con drammatica chiarezza.
Se le circostanze saranno confermate, la morte di Quentin non riguarda solo una militanza o un’area politica. Interroga l’intera società europea sul clima di odio crescente, dove la demonizzazione reciproca sostituisce il confronto.
Ogni volta che l’avversario diventa “nemico ontologico”, la violenza diventa possibile. E quando la violenza entra nella politica, la civiltà arretra.
Di fronte a tragedie simili, la risposta non può essere altra radicalizzazione. La tradizione cristiana europea — spesso evocata ma non sempre compresa — non è fondata sulla vendetta ma sulla conversione del cuore, sulla giustizia temperata dalla misericordia, sulla dignità di ogni persona.
Pregare per la vittima, per la sua famiglia e persino per chi ha compiuto violenza non è evasione: è affermare che l’uomo non si riduce alle sue ideologie. È anche un richiamo a un patriottismo che non idolatri la forza o la purezza, ma riconosca nell’altro un volto umano.
La morte di Quentin è un segnale inquietante della radicalizzazione europea. Non serviranno nuove Nemesi — di destra o di sinistra — ma un ritorno alla responsabilità morale che sola può impedire che la politica diventi vendetta.
La vendetta di Nemesis e il “femminismo” xenofobo non possono salvare le donne da stupri e ingiustizie: solo una società autenticamente cristiana, che valorizza la donna nel nome della Vergine Maria, può davvero tutelare coloro che sono nostre madri, figli, amiche, mogli e sorelle.
Per una donna, la cosa più bella, è essere curata, amata e protetta come fece San Giuseppe con Maria.
Liliane Tami
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