Cultura

Il trionfo della morte – di Gabriele d’Annunzio

Giorgio Aurispa è un giovane intellettuale abruzzese, raffinato, inquieto e tormentato da un male profondo dell’anima. Ha tutto ciò che potrebbe renderlo felice — cultura, agiatezza, una relazione appassionata con la bellissima Ippolita Sanzio — eppure dentro di lui regna un’inquietudine costante. È ossessionato dal senso della decadenza, dal disgusto per la vita e dal desiderio di una purezza spirituale che non riesce a raggiungere.

L’amore con Ippolita, all’inizio travolgente e sensuale, diventa presto per lui un peso. Ne è insieme attratto e respinto: la desidera come corpo, ma la disprezza perché lo lega alla materia e lo allontana dalla sua aspirazione alla trascendenza. In lei vede la colpa, la carne, il peccato — ma anche l’unica forma di vita che lo tiene ancora ancorato al mondo.

Per sfuggire al vuoto che lo consuma, Giorgio si rifugia nei paesaggi della sua terra d’Abruzzo. Torna a Guardiagrele, dove la natura selvaggia e primordiale sembra offrirgli un contatto con l’assoluto. Ma nemmeno la bellezza dei monti e del mare riesce a pacificarlo. Lì, il giovane si scontra anche con la follia del padre, figura oppressiva e distruttiva, che incarna la degenerazione della sua stessa stirpe.

Il conflitto interiore cresce: Giorgio sente di appartenere a una razza di uomini destinati alla rovina, incapaci di creare o di credere. Il suo amore per Ippolita, anziché redimerlo, lo trascina ancora più in basso. In un crescendo di angoscia e disperazione, l’uomo si convince che solo nella morte potrà trovare liberazione, un trionfo finale sulla corruzione e sul dolore dell’esistenza.

Così, durante una gita sulla scogliera di San Vito, in un momento di lucida follia e mistica esaltazione, abbraccia Ippolita e si getta con lei nel vuoto, suggellando nell’abisso marino il loro “trionfo della morte”.


Monologo di Ippolita – Il momento supremo

Non guardarmi così, Giorgio.
Non dire nulla. Lo so.
Da tempo lo leggo nei tuoi occhi — quella stanchezza che non è sonno, quel desiderio che non è vita.
Mi hai presa per ascendere, e invece sprofondi con me.
Io ti ho amato come si ama la febbre: con paura e con delirio.
Ho creduto che bastasse toccarti per guarirti, ma ogni mio bacio ti ha ferito di più.

E ora siamo qui, sull’orlo del mare.
L’aria è ferma, le onde respirano piano, come se aspettassero il nostro passo.
Hai le mani fredde, eppure mi stringi forte.
Sento il tuo cuore battere — non di paura, ma di certezza.
Vuoi vincere la morte con la morte stessa, vero?
Credi che giù, dove il mare è silenzio e notte, ci sia la pace che non hai trovato quassù.

Ma io… io voglio vivere.
Vorrei gridartelo, strapparti via da te stesso, riportarti al sole, alla carne, al respiro.
Vorrei essere la tua salvezza, non il tuo abisso.
Eppure mi trascini, e io ti seguo.
Non per obbedienza — per amore.
Perché non so più dove finisci tu, e dove comincio io.

Forse là sotto, dove tutto tace, ci sarà un istante in cui ci riconosceremo senza dolore.
Un lampo solo, e poi nulla.
Così vuoi vincere, Giorgio?
Così trionfa la morte: con un bacio.

Relatore

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