Dagli Stati Uniti prosegue la campagna denigratoria contro l’euro. Questa volta tocca a George Soros, investitore miliardario ungherese naturalizzato statunitense, dichiarare che “la situazione attuale porterà alla messa in opera di un meccanismo che porterà le economie più deboli ad uscire dalla Zona euro.”
Certamente per l’euro il momento è delicato. Sui mercati pesano i timori riguardo alla crisi del debito greco e questo ha spinto, settimana scorsa, l’euro ai minimi storici contro il franco svizzero.
“Credo che la maggior parte di noi sia concorde nel vedere nell’euro la crisi dell’Europa – ha detto Soros – È un tipo di crisi finanziaria in continua evoluzione. Molte persone se ne sono accorte. Le autorità stanno cercando di prendere tempo, ma sarà proprio questo a giocare in loro sfavore.”
La campagna contro la moneta unica europea prosegue anche sul fronte delle agenzie di rating statunitensi. Fitch ha lasciato intendere che potrebbe procedere al downgrade del debito sovrano italiano e il 17 giugno scorso Moody’s aveva messo sotto osservazione per un possibile downgrade il rating dei bond governativi italiani denominati in euro e valuta estera. Al contempo aveva posto in creditwatch, per una modifica del rating, ben 16 banche italiane.
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A parte Svizzera e Canada quali Stati al mondo possono godere della AAA? Quali le banche, assicurazioni o finanziarie con bilanci solidi? Come si possono affermare certe vaccate quando il vero problema sta a monte? Hanno (abbiamo?) ancora imbarcato la Croazia... i politici europei sono degli emeriti incompetenti la cui spregiudicatezza supera anche chi ha creduto nell'impero di Lele Mora o Callisto Tanzi che produceva latticini pensando che col tempo aumentassero di valore come il vino o il whisky.
por favor
A parte Svizzera e Canada quali Stati al mondo possono godere della AAA? Quali le banche, assicurazioni o finanziarie con bilanci solidi? Come si possono affermare certe vaccate quando il vero problema sta a monte? Hanno (abbiamo?) ancora imbarcato la Croazia... i politici europei sono degli emeriti incompetenti la cui spregiudicatezza supera anche chi ha creduto nell'impero di Lele Mora o Callisto Tanzi che produceva latticini pensando che col tempo aumentassero di valore come il vino o il whisky.
por favor
I tedeschi e francesi tentano in tutti i modi di alimentare l’illusione della solvibilità dello stato greco. Non lo fanno per salvare una Grecia altamente indebitata, bensì per proteggere le banche tedesche e francesi che hanno acquistato troppe obbligazioni statali della Grecia.
Non dimentichiamo inoltre l’interesse dell’UE nel preservare l’incolumità della moneta unica. Qualsiasi cosa succeda alla Grecia essa – viva o morta – deve rimanere nell’Eurozona, in modo da permettere la sopravvivenza dell’Euro quale simbolo vitale di una unità politica che, in realtà, tale non è mai stata.
In questo modo è impossibile andare avanti: i greci dovrebbero risparmiare, ma non lo fanno perché sperano (a ragione) che gli europei continueranno a finanziarli. I tedeschi e i francesi evocano il tramonto dell’Euro: vogliono intimorire altri paesi affinché anch’essi finanzino lo stato ellenico. In questo modo il loro problema bancario di indebitamento greco si dilaterebbe a livello europeo ed essi non sarebbero più i soli a dover pagare. Siccome tutti i livelli – Grecia, banche, Euro – attualmente risultano interconnessi in modo caotico, il problema non può essere risolto ma solamente posticipato.
Bisognerebbe prima analizzarli rispettivamente risolverli singolarmente. Il debito della Grecia deve innanzitutto essere sanato, anche a spese delle banche. In seguito, Germania e Francia devono rispondere personalmente delle proprie banche barcollanti. Da ultimo, l’Eurozona deve sviluppare vie di fuga e clausole di uscita. L’Euro, imposto come garante dell’unità, è oggi una camicia di forza che unisce paesi dalle economie incompatibili e crea dissidi. La moneta unica ha riacceso le fiamme del nazionalismo e alimenta quei rancori che doveva invece sopire.
Chi ne vuole sapere di più legga la Weltwoche (editoriale dell’ultimo numero), dalla quale ho tratto quanto esposto sopra :) .
Weltwochwe :mrgreen: veramente un`ottima rivista.
E le banche svizzere con la Grecia come sono esposte? e con le varie banche dell` Unione Europea?
Quali conseguenze per la nostra piazza e per la nostra moneta?
Tutto il sistema é interconnesso e non solo quello europeo.
Appunto, sono mesi che lo vado ripetendo non si (è) salva(ta) la Grecia, ma le banche. Eppure c'è ancora chi fa finta di niente.
I tedeschi e francesi tentano in tutti i modi di alimentare l’illusione della solvibilità dello stato greco. Non lo fanno per salvare una Grecia altamente indebitata, bensì per proteggere le banche tedesche e francesi che hanno acquistato troppe obbligazioni statali della Grecia.
Non dimentichiamo inoltre l’interesse dell’UE nel preservare l’incolumità della moneta unica. Qualsiasi cosa succeda alla Grecia essa – viva o morta – deve rimanere nell’Eurozona, in modo da permettere la sopravvivenza dell’Euro quale simbolo vitale di una unità politica che, in realtà, tale non è mai stata.
In questo modo è impossibile andare avanti: i greci dovrebbero risparmiare, ma non lo fanno perché sperano (a ragione) che gli europei continueranno a finanziarli. I tedeschi e i francesi evocano il tramonto dell’Euro: vogliono intimorire altri paesi affinché anch’essi finanzino lo stato ellenico. In questo modo il loro problema bancario di indebitamento greco si dilaterebbe a livello europeo ed essi non sarebbero più i soli a dover pagare. Siccome tutti i livelli – Grecia, banche, Euro – attualmente risultano interconnessi in modo caotico, il problema non può essere risolto ma solamente posticipato.
Bisognerebbe prima analizzarli rispettivamente risolverli singolarmente. Il debito della Grecia deve innanzitutto essere sanato, anche a spese delle banche. In seguito, Germania e Francia devono rispondere personalmente delle proprie banche barcollanti. Da ultimo, l’Eurozona deve sviluppare vie di fuga e clausole di uscita. L’Euro, imposto come garante dell’unità, è oggi una camicia di forza che unisce paesi dalle economie incompatibili e crea dissidi. La moneta unica ha riacceso le fiamme del nazionalismo e alimenta quei rancori che doveva invece sopire.
Chi ne vuole sapere di più legga la Weltwoche (editoriale dell’ultimo numero), dalla quale ho tratto quanto esposto sopra :) .
Weltwochwe :mrgreen: veramente un`ottima rivista.
E le banche svizzere con la Grecia come sono esposte? e con le varie banche dell` Unione Europea?
Quali conseguenze per la nostra piazza e per la nostra moneta?
Tutto il sistema é interconnesso e non solo quello europeo.
Appunto, sono mesi che lo vado ripetendo non si (è) salva(ta) la Grecia, ma le banche. Eppure c'è ancora chi fa finta di niente.
A Lille, nell'aprile del 1996, i sette paesi più industrializzati (di allora) nel corso del G7 sull' occupazione, non giudicando neppure utile la strada del mimetismo, hanno potuto mettersi tranquillamente d'accordo. Senza i giri di parole, senza perifrasi hanno stabilito la necessità assoluta di una "deregolamentazione", di una "flessibilità", di un "adattamento" del lavoro a una "globalizzazione" sempre più confermata, persino banalizzata, e che si afferma risolutamente fuori dal " sociale". La cosa sembra ormai del tutto naturale. Si "regolarizza", nient' altro. E senza difficoltà. Si ratifica la routine. L'adattamento si accelera alla luce del sole. Accelerazione? Quello che già si insinuava in certe analisi, come una specie di preavviso, si afferma ormai in termini chiari, poiché il regime reale sotto il quale viviamo, e (sotto la cui influenza l'economia ci tiene sempre di più stretti), non ci governa ufficialmente, ma decide le configurazioni, il substrato che i governi dovranno governare. Come pure delle regole, se non delle leggi, che mettono fuori tiro e proteggono da qualsiasi controllo, da qualsiasi costrizione i potenti, i gruppi transnazionali, gli operatori finanziari che, invece, “proteggono e controllano” la società della "libertà economica", la libertà di investire, vendere, spostare, licenziare e intascare i profitti.
p.s. A proposito del "111" vedi il sito sottoindicato
http://lisajeynd.wordpress.com/2011/01/24/111/
A Lille, nell'aprile del 1996, i sette paesi più industrializzati (di allora) nel corso del G7 sull' occupazione, non giudicando neppure utile la strada del mimetismo, hanno potuto mettersi tranquillamente d'accordo. Senza i giri di parole, senza perifrasi hanno stabilito la necessità assoluta di una "deregolamentazione", di una "flessibilità", di un "adattamento" del lavoro a una "globalizzazione" sempre più confermata, persino banalizzata, e che si afferma risolutamente fuori dal " sociale". La cosa sembra ormai del tutto naturale. Si "regolarizza", nient' altro. E senza difficoltà. Si ratifica la routine. L'adattamento si accelera alla luce del sole. Accelerazione? Quello che già si insinuava in certe analisi, come una specie di preavviso, si afferma ormai in termini chiari, poiché il regime reale sotto il quale viviamo, e (sotto la cui influenza l'economia ci tiene sempre di più stretti), non ci governa ufficialmente, ma decide le configurazioni, il substrato che i governi dovranno governare. Come pure delle regole, se non delle leggi, che mettono fuori tiro e proteggono da qualsiasi controllo, da qualsiasi costrizione i potenti, i gruppi transnazionali, gli operatori finanziari che, invece, “proteggono e controllano” la società della "libertà economica", la libertà di investire, vendere, spostare, licenziare e intascare i profitti.
p.s. A proposito del "111" vedi il sito sottoindicato
http://lisajeynd.wordpress.com/2011/01/24/111/
L'azionista è talvolta una figura passiva, rilevante soltanto per la sua capacità di dividere, senza sforzo e addirittura senza alcun rischio apprezzabile, i guadagni provenienti dall'espansione prodotta con il lavoro, l’impegno e il rischio di altri attori. Nessun lascito di privilegio feudale ha mai uguagliato, per rendimento non giustificato da sforzo alcuno, chi lasciò ai suoi discendenti un migliaio di azioni di floride industrie. Questo sistema porta a una graduale separazione tra la proprietà nominale e il controllo vero e proprio su di essa: un numero sempre maggiore di azioni viene acquistato da gente la cui ricchezza proviene dall’accumulazione o dall'eredità, acquisizione che priva di ogni interesse per l’origine dei capitali trattati, dato che sono le azioni che presentano l’unico interesse. Esse non legano il possessore ai mattoni o all'acciaio da cui provengono i profitti, anzi possono essere vendute in Borsa in caso di necessità di denaro liquido o di timore di una caduta del prezzo. Spesso da queste situazioni sono usciti speculatori senza scrupoli i famigerati “robber barons”, per esempio. Quelli che per capirci, ancora oggi, stanno speculando sulle difficoltà dell’Euro o della Grecia. E dei salariati.
L'azionista è talvolta una figura passiva, rilevante soltanto per la sua capacità di dividere, senza sforzo e addirittura senza alcun rischio apprezzabile, i guadagni provenienti dall'espansione prodotta con il lavoro, l’impegno e il rischio di altri attori. Nessun lascito di privilegio feudale ha mai uguagliato, per rendimento non giustificato da sforzo alcuno, chi lasciò ai suoi discendenti un migliaio di azioni di floride industrie. Questo sistema porta a una graduale separazione tra la proprietà nominale e il controllo vero e proprio su di essa: un numero sempre maggiore di azioni viene acquistato da gente la cui ricchezza proviene dall’accumulazione o dall'eredità, acquisizione che priva di ogni interesse per l’origine dei capitali trattati, dato che sono le azioni che presentano l’unico interesse. Esse non legano il possessore ai mattoni o all'acciaio da cui provengono i profitti, anzi possono essere vendute in Borsa in caso di necessità di denaro liquido o di timore di una caduta del prezzo. Spesso da queste situazioni sono usciti speculatori senza scrupoli i famigerati “robber barons”, per esempio. Quelli che per capirci, ancora oggi, stanno speculando sulle difficoltà dell’Euro o della Grecia. E dei salariati.
A Lille, nell'aprile del 1996, i sette paesi più industrializzati (di allora) nel corso del G7 sull' occupazione, non giudicando neppure utile la strada del mimetismo, hanno potuto mettersi tranquillamente d'accordo. Senza i giri di parole, senza perifrasi hanno stabilito la necessità assoluta di una "deregolamentazione", di una "flessibilità", di un "adattamento" del lavoro a una "globalizzazione" sempre più incipiente, persino banalizzata, e che si afferma risolutamente fuori dal "sociale". La cosa sembra ormai del tutto naturale. Si "regolarizza", nient' altro. E senza difficoltà. Si ratifica la routine. L'adattamento si accelera alla luce del sole. Accelerazione? Quello che già si insinuava in certe analisi, come una specie di preavviso, si afferma ormai in termini chiari, poiché la situazione reale in cui viviamo, e (sotto la cui influenza l'economia ci tiene sempre di più stretti), non ci governa ufficialmente, ma decide le configurazioni, il substrato che i governi dovranno governare. Come pure delle regole, se non delle leggi, che mettono fuori tiro e proteggono da qualsiasi controllo, da qualsiasi costrizione gli eminenti, i gruppi transnazionali, i mediatori finanziari che (per contro) “proteggono e controllano” la società della "libertà economica", la libertà di investire, vendere, spostare. E intascare i profitti.
P.S.: A proposito del "111" vedi il link sottoindicato
http://lisajeynd.wordpress.com/2011/01/24/111/
A Lille, nell'aprile del 1996, i sette paesi più industrializzati (di allora) nel corso del G7 sull' occupazione, non giudicando neppure utile la strada del mimetismo, hanno potuto mettersi tranquillamente d'accordo. Senza i giri di parole, senza perifrasi hanno stabilito la necessità assoluta di una "deregolamentazione", di una "flessibilità", di un "adattamento" del lavoro a una "globalizzazione" sempre più incipiente, persino banalizzata, e che si afferma risolutamente fuori dal "sociale". La cosa sembra ormai del tutto naturale. Si "regolarizza", nient' altro. E senza difficoltà. Si ratifica la routine. L'adattamento si accelera alla luce del sole. Accelerazione? Quello che già si insinuava in certe analisi, come una specie di preavviso, si afferma ormai in termini chiari, poiché la situazione reale in cui viviamo, e (sotto la cui influenza l'economia ci tiene sempre di più stretti), non ci governa ufficialmente, ma decide le configurazioni, il substrato che i governi dovranno governare. Come pure delle regole, se non delle leggi, che mettono fuori tiro e proteggono da qualsiasi controllo, da qualsiasi costrizione gli eminenti, i gruppi transnazionali, i mediatori finanziari che (per contro) “proteggono e controllano” la società della "libertà economica", la libertà di investire, vendere, spostare. E intascare i profitti.
P.S.: A proposito del "111" vedi il link sottoindicato
http://lisajeynd.wordpress.com/2011/01/24/111/