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“La peggior crisi dopo quella del Ventinove” – Intervista a Luca Stinca, studente universitario

Luca Stinca è stato, in anni non lontani, mio allievo ed è attualmente impegnato a fondo nell’assolvere i suoi impegni universitari. È un giovane di talento, vivace quanto entusiasta. Ho pensato di invitarlo qui, nel salotto buono di Ticinolive, per discutere a fondo di economia, questa “grande malata” di inizio millennio.

Un’intervista di Francesco De Maria.

Francesco De Maria   Non ho mai visto in giro una quantità così enorme di economisti. Sarà per questo che l’economia va a rotoli?

Luca Stinca   Certamente l’economia non va a rotoli per la quantità di economisti. Prima di tutto bisogna ricordare che, dal 2008, il mondo economico finanziario ha conosciuto il più grande shock dalla crisi del 1929. Questo momento ha scatenato l’inizio di un processo di profonda e generalizzata insicurezza non solo presso gli “esperti” del settore economico – finanziario ma anche e soprattutto in ogni cittadino del mondo occidentale.

La crisi strutturale, nella quale ancora ci troviamo, ha progressivamente condizionato la vita di ognuno di noi. La gravità della stessa, senza eguali, è stata – e lo è ancora – comunicata con forte enfasi mediatica. L’esigenza di meglio comprendere i fenomeni caratterizzanti questo rapidissimo e complesso cambiamento, ha spinto numerosi studenti ad approfondire le tematiche anche attraverso l’accesso a facoltà economiche. Non deve quindi stupire la quantità accresciuta di iscritti alle facoltà e di laureati nel settore.

Lei è un laureato della Cattolica di Milano. Mi parli dei suoi studi in quella facoltà.

LS   Ho scelto la facoltà di Economia in Cattolica per soddisfare il mio desiderio di approfondire i fenomeni dell’Eurozona. In effetti gli insegnamenti in Cattolica erano fortemente orientati alla comprensione degli scenari politico-economici definiti all’interno di una macro-regione (quella europea). Questa focalizzazione dell’ateneo mi ha consentito di allargare la mia visione ad argomenti di carattere qualitativo che non avrei potuto assimilare con tale profondità frequentando un Bachelor nazionale.

E adesso continua all’USI… Come ha progettato il suo curriculum?

LS   Dopo uno studio più orientato agli aspetti qualitativi e di cultura economico-finanziaria, me ne occorreva uno più quantitativo come quelli che caratterizzano gli atenei svizzeri. Questo per completare idealmente il mio background. Dopo aver terminato il primo anno di Master in Finance all’USI posso con tranquillità affermare che si è trattato di un’ottima scelta. In pratica, in Cattolica ho appreso il “sapere” e all’USI sto apprendendo il “saper fare”.

Che cosa può dirmi di due altre sedi universitarie che ospitano rinomate facoltà economiche: la Bocconi e San Gallo?

LS   Il successo di entrambi gli atenei si misura nel fatto che i  loro laureati riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro in tempi molto brevi. Inoltre, entrambe godono di rinomanza internazionale determinata da insegnanti di elevatissima qualità che consentono agli atenei di puntare su una ricerca di altissimo livello e che alimenta curricula di dottorati e post. Doct.

Secondo lei l’economia è una scienza?

LS   La si definisce una scienza “umana”. Quest’ultimo aggettivo è sempre più corretto soprattutto alla luce degli sconvolgimenti più recenti.

Tutti sanno che la matematica per un economista è molto importante. Quanta matematica ha fatto sinora? E di che tipo? La matematica liceale le è stata d’aiuto? Se l’è cavata brillantemente?

LS   Al liceo avevo un professore eccentrico ma geniale che me l’ha fatta amare. La matematica vista al Bachelor era più analitica, al Master in Finance insistono tanto sull’algebra lineare (la disciplina che ha al suo centro il concetto di Spazio Vettoriale, di dimensione finita o infinita, ndR). In ogni caso, sinora, non ho riscontrato difficoltà.

Tutti dicono l’economia mondiale è in crisi, dunque dev’essere vero.  1) Quali sono le caratteristiche di tale crisi?

LS   Il tasso di disoccupazione parla da sé come pure la stagnazione del PIL dei Paesi occidentali. Addirittura si ipotizzano fallimenti di Stati. La crisi non solo esiste ma è la piu devastante, in quanto a perdite in conto capitale, dell’ultimo secolo.

 Quali ne sono le cause?

LS   L’enorme speculazione che per decenni ha accompagnato i mercati finanziari si è estesa anche al settore immobiliare dando origine, negli Stati Uniti, alla creazione di strumenti derivati specifici negoziabili in un ambiente non sufficientemente regolamentato dalle autorità politiche. Le grandi banche di investimento hanno sfruttato appieno questa situazione ben coscienti che la qualità dei valori sottostanti (i mutui concessi) non corrispondeva minimamente alle valutazioni intrinseche e confortate anche dalle “opinioni” delle società di Rating preposte all’analisi di tali valori, che non evidenziavano particolari problemi.

Quale evoluzione prevede nel breve-medio termine?

LS   In occidente, debbono ripartire i crediti concessi alle aziende da parte delle banche, le aziende riprendere fiducia creando nuovi posti di lavoro e di conseguenza far ripartire i consumi. Gli Stati debbono fare la loro parte riducendo il carico fiscale ed aumentando gli investimenti. Questo non è però possibile perché bisogna ridurre il debito pubblico e ciò è in contrasto con i primi due compiti. Nel breve-medio termine, ci sarà da verificare quanto le politiche monetarie espansive applicate dalle banche centrali siano capaci di arrivare all’economia reale e quindi non si arrestino al miglioramento esclusivo dei bilanci bancari e dei listini di borsa (indici ai massimi storici e disoccupazione dilagante).

Il mondo finanziario (o anche, più in generale, il mondo) ha imparato qualcosa dalla sconvolgente crisi dei subprime?

LS   Spero proprio di sì. Ma anche in passato sono esistite crisi economiche… eppure continuano ad accadere, con impatti sempre piu devastanti. Questa volta è strutturale ma non dimentichiamo che all’origine vi è sempre l’essere umano.

Un argomento di cui si parla all’infinito e che non cessa di essere all’ordine del giorno è la fiscalità. Quali sono le sue opinioni generali – e, per così dire, “filosofiche” – sulla questione?

LS   Io opto decisamente per una bassa ed equa fiscalità che favorisca l’imprenditoria, l’insediamento di nuove imprese, la creazione di posti di lavoro durevoli in un contesto dove la realizzazione personale e la qualità di vita per le famiglie siano garantite. Questo significa uno Stato efficace, agile ed attento ai mutevoli bisogni della società. In Svizzera vi sono già diversi indicatori che delineano una sempre più accresciuta concorrenza fra Cantoni e Comuni per accaparrarsi le migliori imprese e cittadini contribuenti cui assicurare le più durevoli prospettive.

Dall’Italia arrivano notizie sempre più allarmanti (magari anche esagerate). L’economia del paese non sembra in grado di riprendersi. Quali sono le vere palle al piede dell’Italia?

LS   Mafia, corruzione e opportunismo individuale e generalizzato. Se poi ci aggiungiamo problemi risolvibili ma esistenti “solo” in Italia troviamo la mala gestione dei budget pubblici (il federalismo fiscale tarda a concretizzarsi), eccessiva partitocrazia e consociativismo, smisurati costi della macchina statale e totale assenza di senso civico. L’economia sommersa vale oggi il 17.4% del PIL ossia ca. 273 miliardi di Euro (dati Confcommercio e Istat 2012) e il carico fiscale è arrivato al 55%. Non bisogna quindi stupirsi del fenomeno dell’evasione fiscale, tra i più alti al mondo. Il problema non è se pagare o meno le imposte, ma piuttosto cosa ne fa lo Stato delle imposte che si pagano.

Per uscirne lo Stato deve procedere alle riforme strutturali e deve deburocratizzare totalmente il sistema. Il cittadino non si sente servito né protetto dallo Stato ed è lasciato a se stesso o in balia di facili forme di consociativismo. Le aziende che debbono comunque percorrere l’obiettivo di profitto per potere prosperare e continuare ad investire per assicurare i posti di lavoro, non si sentono supportate da servizi pubblici efficaci e da un sistema finanziario capace di comprendere le loro esigenze e sono quindi sempre più propense a delocalizzare non solo attività a basso valore aggiunto ma anche di carettere strategico (vedi caso FIAT).

Quale giudizio dà del sistema bancario italiano?

LS   Le banche italiane sono in mano alle “fondazioni” che ne imbrigliano la governance e che molto spesso le rendono ostaggio ancora oggi di arcaiche forme politiche locali o di interessi di pochi. I controlli sul sistema sono ancora molto labili (vedi caso MPS). Le banche italiane hanno potuto sopravvivere grazie a un forte protezionismo a livello nazionale che ha rallentato l’ingresso di nuovi concorrenti internazionali. In questo senso, una maggiore apertura a nuovi insediamenti di strutture estere non potrebbe che favorire l’intero sistema migliorandone l’efficacia a vantaggio ultimo del consumatore.

A suo giudizio il disastro è causato principalmente dalla politica? O pesano maggiormente altri fattori?

LS   Se si parla dell’Italia, come detto sopra, certamente l’origine del disastro è di carattere politico e dura ormai da decenni (debito pubblico incontrollabile, oltre i 2’000 miliardi). Un altro fattore di cui si sente poco parlare ultimamente è dato dalle varie criminalità organizzate che si stima producano un fatturato di circa il 10% del PIL. Ci vorrebbe una nuova classe dirigente competente e coraggiosa capace di avviare realmente le riforme di cui ha urgenza il Paese.

Come mai la Svizzera non ha visto arrivare l’attacco alla sua piazza finanziaria e al suo cardine, che è il segreto bancario? Il paese si cullava in un falso senso di sicurezza ma l’attacco è sopraggiunto rapido e violento. La situazione è critica. Siamo sotto assedio e – almeno agli occhi del cittadino sbalordito e inquieto – non si fa che cedere, cedere, cedere. Giorno dopo giorno, e anche molto velocemente. Non solo il governo lo fa, ma le stesse banche sembrano desiderarlo, disposte ormai ad abbandonare quelli che erano princìpi fermissimi. Dove ci fermeremo? Che cosa resterà di una piazza finanziaria invidiata e potente?

LS   Ricordiamo che la Svizzera è uno dei paesi più ricchi al mondo e che da sempre è stata scelta da tutti i principali e autorevoli imprenditori e capitalisti mondiali per la sua stabilità, affidabilità e prevedibilità del sistema politico economico e finanziario. Quando nel 2008 sono venute a vacillare le principali sicurezze mondiali, non solo quindi quelle nei paesi limitrofi, questi paesi si sono visti confrontati con difficoltà impensabili e per le quali non erano affatto preparati. A fronte di una crisi finanziaria violenta, di un inarrestabile incremento del debito pubblico, di una devastante disoccupazione a tutti i livelli sociali, i governi dovevano rispondere con misure che dimostrassero la loro rapida capacità di intervento e recupero delle posizioni. Tra queste, la più urgente era data dal reperimento di capitali freschi per rilanciare investimenti (cosa non avvenuta) e far fronte alla riduzione del gettito fiscale dovuto alla crisi e quindi dall’impossibilità di sostenere lo stato sociale.

Si aggiungano a questi imperativi, l’assoluta rigidità dei loro sistemi governativi a qualsiasi forma volta al recupero di efficienza e quindi ad un migliore utilizzo dei mezzi a disposizione. In questa situazione era forse abbastanza prevedibile che questi Stati rivolgessero una nuova attenzione verso i capitali che ritenevano fossero migrati in tempi non sospetti verso altri lidi, tra cui la Svizzera piuttosto che concentrarsi sul recupero di credibilità e sul rilancio dei consumi, opera questa ben più ardua. Le pressioni cui la Svizzera e il suo segreto bancario sono state sottoposte sono solo la logica conseguenza del disastrato stato di cose conosciuto dai governi limitrofi e d’oltre oceano. Certamente la nostra diplomazia non ha brillato sin dall’inizio per capacità di anticipare il problema né sotto il profilo negoziale. In effetti ci siamo trovati abbastanza impreparati e anche impauriti a fronte di Governi messi molto peggio di noi ma capaci di mostrare i muscoli.

La tutela della sfera privata è uno dei valori fondamentali del nostro ordinamento giuridico ed è al cuore di ogni cittadino elvetico. Un allentamento della protezione di tale sfera non può che nuocere ed ulteriormente indebolire il nostro sistema di valori. Francamente spero davvero che non si vada oltre quanto già concesso.

Lei è un luganese e ora studia a Lugano. Qual è il clima negli ambienti finanziari della Città? Di inquietudine? Di paura? Di resistenza? Nonostante tutto, di fiducia?

LS   Gli istituti finanziari, dopo i recenti fatti e dopo la sorpresa iniziale innescata dalla crisi e dai comportamenti dei governi limitrofi, hanno tutti subito una cura dimagrante. Chiaramente la piazza finanziaria locale sta subendo importanti e rapide trasformazioni e con forte probabilità assisteremo ad ulteriori riduzioni nel settore. La nostra piazza finanziaria è però riconosciuta come fortemente competente e capace di erogare servizi di alta qualità. La clientela italiana consolidata potrà continuare a fruire dei servizi delle nostre banche anche nel caso in cui si dovesse arrivare ad una soluzione che preveda un riorientamento del “core business” che veda operare banche e finanziarie come sostituto d’imposta. Certamente quanto accade attorno a noi ha provocato un profondo ripensamento sulle attività strategiche e comporterà ulteriori sacrifici.

Per un giovane laureato desideroso di misurarsi con sfide sempre più complesse per le quali possa far valere caratteristiche di disponibilità e rapida adattabilità, credo vi siano ancora molti spazi aperti, anche se non sempre questi vanno ricercati puramente nella sfera locale.

L’economista laureato Luca Stinca vorrà lavorare qui? O prenderà il volo verso altri lidi?

LS   Glielo saprò dire solo tra un anno, quando avrò terminato i miei studi.

Relatore

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  • Gradevole leggere le opinioni di un giovane studente. Pure interessante il fatto che si ammetta che i debiti privati, inizialmente contratti al di là dell'Atlantico, siano stati la causa scatenante dello shock finanziario d'inizio millennio. Come giustamente sottolinea Stinca, il debito pubblico (italiano) è specifico di una realtà specifica. E questa realtà (particolare) non è totalmente esportabile. Questo per dire che il tentativo mai sopito di accusare tutte le democrazie europee di sprecare il denaro pubblico, è puramente ideologico. Lo si fa appunto, accomunando dei comportamenti che sono, al contrario, specifici. Che i debiti privati dei grandi colossi insolventi (risarciti dal contribuente) abbiano condizionato il bilancio di tutti gli Stati è invece verificabile. Così da finalmente aprire gli occhi sul pilotato castello accusatorio demagogico che vuole il debito pubblico quale unico colpevole della disputa economico e sociale attuale. Una falsa convinzione risultante da un’imponente campagna finalizzata a revocare tutte quelle conquiste sociali per le quali le generazioni che ci hanno preceduto, si sono battute. Pagando di tasca loro. Inoltre, a differenza di un’altra credenza pilotata: “Il debito pubblico americano, più che conseguenza della crisi finanziaria del 2008, è figlio primogenito dell'ottimismo reaganiano, e dei suoi eredi. È un problema serio da un quarto di secolo e drammatico da almeno due anni. Ben prima del duro scontro sull'innalzamento del tetto legale.” Per continuare l'interessante lettura:
    http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-07-28/figlia-reagan-quella-voragine-212304.shtml?uuid=Aadly6rD

  • Egregio Signor Stinca,
    Continui serenamente a studiare ma per favore non faccia paragoni tra la bocconi e la HSG. E' come paragonare il burro con la ferrovia. Dalla prima sono usciti genialoidi del calibro di Monti, ominuccolo di poco conto e grande nemico del nostro paese. Dalla seconda veri economisti. Non per nulla in una recente statistica che evidenziava la qualità dell'insegnamento nelle università a livello mondiale, la bocconi figurava al 387esimo rango e San Gallo al 15esimo.............................! Tra parentesi la bocconi era a pari merito con l'università di Dakkar.............. .

  • Gradevole leggere le opinioni di un giovane studente. Pure interessante il fatto che si ammetta che i debiti privati, inizialmente contratti al di là dell'Atlantico, siano stati la causa scatenante dello shock finanziario d'inizio millennio. Come giustamente sottolinea Stinca, il debito pubblico (italiano) è specifico di una realtà specifica. E questa realtà (particolare) probabilmente non è esportabile apriori. Questo per dire che il tentativo mai sopito di accusare tutte le democrazie europee di sprecare il denaro pubblico, è puramente ideologico. Lo si fa appunto, accomunando dei comportamenti che sono, al contrario, specifici. Che i debiti privati, risarciti dal contribuente, abbiano condizionato il bilancio di tutti gli Stati è invece verificabile. Così da finalmente aprire gli occhi sul pilotato castello accusatorio demagogico che vuole il debito pubblico quale unico colpevole della disputa economico e sociale attuale. Una falsa convinzione risultante da un’imponente campagna finalizzata a revocare tutte quelle conquiste sociali per le quali le generazioni che ci hanno preceduto, si sono battute. Pagando di tasca loro. Inoltre, a differenza di un’altra credenza pilotata: “Il debito pubblico americano, più che conseguenza della crisi finanziaria del 2008, è figlio primogenito dell'ottimismo reaganiano, e dei suoi eredi. È un problema serio da un quarto di secolo e drammatico da almeno due anni. Ben prima del duro scontro sull'innalzamento del tetto legale.” Per continuare l'interessante lettura: il sole 24 ore, figlia-reagan-quella-voragine.

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