L’inglese, che passione! (e che tormento)

“L’inglese per tutti, ecco la soluzione”

“Periodicamente, quando un Cantone confederato decide di rinunciare all’insegnamento dell’italiano in una delle sue scuole, viene sollevato un gran polverone politico-mediatico. Il nostro Cantone, in prima linea, grida allo scandalo, evocando la discriminazione e lo spauracchio della «minaccia alla coesione nazionale». Ora, come ticinese mi rendo conto che quanto scrivo qui di seguito potrebbe essere considerato alto tradimento, ma vorrei comunque esporre qualche riflessione. Il mio auspicio sarebbe che per tutti, non importa quale sia la regione di provenienza o la lingua parlata a casa, la prima lingua straniera fosse l’inglese, insegnato fin dalle elementari e intensamente fino a renderlo quasi una seconda lingua madre.”

 

(francesco de maria) Ho ritrovato stamani questo pensiero, “pescato” nel web, che avevo salvato sul desktop. Chi ha scritto queste frasi? Non lo so, oppure non lo so più.

Io sono affezionato all’inglese. Mio padre, avvocato Augusto De Maria (che in realtà faceva il giornalista), nacque a Londra e visse lassù per i primi 12 anni della sua vita. Imparò l’inglese prima dell’italiano. Tornato in patria, studiò poi al Liceo di Lugano, a Milano e a Friborgo.

L’inglese, che non sono mai riuscito a imparare perfettamente, ha sempre esercitato su di me un fascino profondo. Da bambino, sfogliavo i libri di mio padre, li “leggevo”, senza capire. Era per me la lingua del mistero (ignoravo allora l’esistenza del cinese).

La soluzione proposta sopra, come fosse l’uovo di Colombo, sarà quella buona? Io non ne sono affatto certo. La nostra Svizzera sappiamo com’è fatta. E, accanto a Shakespeare, ci sono Goethe e Hugo.

Relatore

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