Era prima del 1990 e del 1991. Noi avevamo un foglio su cui scrivere ed avevamo care le nostre idee, per le quali ci battevamo. Oggi sono cambiate tantissime cose.
Tullio esprime qui un pensiero d’attualità sul “tormentone” Trattative con l’Italia.
R. Sono migliori gli accordi che si concretizzano dopo due parole e una stretta di mano o quelli frutto di lunghe trattative? Non si può fare una regola, molto dipende dai temi, dagli interlocutori e dalla reciproca fiducia. Con l’Italia sono partiti male, le correzioni appaiono difficili se non impossibili. A questo stadio siamo deboli e in grande difficoltà. Colpa dell’abilità dei nostri vicini e della credulità e insipienza di chi ci rappresenta? Pare proprio di sì. Il Consiglio Federale è apparso non propositivo e pavido. Il successo in una trattativa è sempre dato dal do ut des. Non da ricatti, ma dal sapere giocare le carte giuste al momento giusto, non dimenticando il jolly nella manica per l’ultima tornata.
Di certo l’accordo di scambio automatico di informazioni firmato prima di entrare nel merito di altre componenti come le black list, la tassazione dei frontalieri, la reciprocità e quant’altro, sono perdite di pedine difficili da ricuperare. L’interruzione delle trattative rappresenta la soluzione migliore. Solo partendo da zero e cambiando i nostri negoziatori potrebbe essere possibile fare qualche correzione. Ma occorrono le persone giuste; e, se ci sono, Berna non le vuole. E, pure, in prima battuta sarebbe buona cosa cambiare il politico di riferimento. Una settimana e capiremo che fine farà Eveline Widmer Schlumpf, forse il vero problema all’origine di questo fallimento.
Tullio Righinetti
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