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La tenerezza della ribellione

di Emanuela Vezzoli

L’essere umano, in genere, vive in un perenne momentum, dentro un moto lieve, un’oscillazione mai sazia, un tentativo ripetuto d’evasione, alla ricerca di un nuovo equilibrio, di un altrove che gli calzi meglio di quello in cui è stato, heideggerianamente, gettato.

“Evasione” ci giunge dal latino vadĕre, andare, col prefisso ex-, fuori; “ribelle”, invece, da rebellis, derivato di rebellare, riprendere la guerra. Chi erano infatti, in origine, i ribelli? Coloro che, consegnatisi al nemico, riprendevano poi le armi, quindi ricominciavano a combattere, non rassegnandosi alla sconfitta.

Oggi, però, dove respira la vera evasione, la ribellione? Che cosa potremmo impugnare – di nuovo – per salvarci? In quale direzione dovremmo dirigerci?

Zygmunt Bauman ci insegna che la nostra è una “società liquida”, una realtà che ha perso in solidità, concentrata sul consumismo estremo, sul fare, sull’alienarsi, sul muoversi a ritmi sostenuti, su un individualismo spesso esasperato. Una dimensione in cui l’unica certezza di cui abbiamo dono è l’incertezza: il futuro è del tutto imprevedibile, le relazioni sono labili, prive di contorni netti. Procediamo senza argini, fluendo verso un domani, ma pensando quasi esclusivamente all’oggi e a noi stessi.

Tenerezza

Potremmo perciò desumere che, proprio in questa liquidità, la nostra esistenza stia inaridendo.

Che la vera ribellione si celi quindi in una fuga da questa indeterminatezza nei rapporti, da questo egocentrismo spesso sgarbato, da questa non-forma verso il recupero di un qualche tipo di contorno? In quale alveo sarà possibile ri-averci?

Papa Francesco, in una lunga intervista rilasciata al settimanale belga cattolico “Tertio” nel dicembre del 2016, tra le altre indicazioni, suggeriva ai sacerdoti di non avere «vergogna di avere tenerezza», perché «c’è bisogno di una rivoluzione della tenerezza in questo mondo che patisce la cardiosclerosi».

Se estendiamo questo incoraggiamento a tutti noi, e se torniamo alle radici etimologiche della “tenerezza”, capiremo che occorre esporsi all’altro mettendo a disposizione il proprio ventre, le proprie viscere – esattamente come fa Dio «Come un padre prova tenerezza (dall’antica radice ebraica rhm, avere viscere, avere grembo) per i suoi figli, così il Signore prova tenerezza (rhm) verso quelli che lo temono», cioè credono in lui» (Salmo 103,13)[1] – in un approssimarsi morbido, che tanto manca alla spigolosità della liquidità moderna.

Numerose piccole evasioni dentro quell’aprirsi a chi ci sta vicino, correndo il rischio – per dirla con Tito Livio – di precipitare proprio nel nostro destino, di dirigerci verso il nostro centro («Ogni vita converge a qualche centro,/Dichiarato o taciuto./Esiste in ogni cuore umano/Una mèta/Ch’esso forse osa appena riconoscere,/Troppo bella […]», Emily Dickinson, 1863).

Concludiamo allora con l’explicit di una poesia che Antonia Pozzi scrisse nel 1929, Fuga:

[…] e fuggiremo. Con la piena forza
della carne e del cuore, fuggiremo:
lungi da questo velenoso mondo
che mi attira e mi respinge. E tu sarai,
nella pineta, a sera, l’ombra china
che custodisce: ed io per te soltanto,
sopra la dolce strada senza meta,
un’anima aggrappata al proprio amore.

Dentro quella ritirata «della carne e del cuore», impugnando solo la nostra tenerezza, il nostro «amore», la capacità d’essere, ancora e ancora, ribelli.


[1] Gianfranco Ravasi su “Famiglia Cristiana”, 17 giugno 2021.

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