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Laura Santi e il silenzio che ci interroga

Liliane Tami, Bioeticista

Eutanasia, libertà, fragilità: che società stiamo costruendo?

Il suicidio di Laura Santi, che si è auto-somministrata dei farmaci col consenso dei medici, ha risollevato il problema della morte assistita nei luoghi di cura. Queste azioni, infatti, sono contrarie al giuramento di Ippocrate, in cui il curante promette di impegnarsi a sostegno della vita, non per favorirne l’eliminazione.

giornalista cinquantenne affetta da sclerosi multipla, ha riacceso un dibattito che da anni divide coscienze, famiglie, medici e giuristi: quello sull’eutanasia e sul suicidio assistito. Dopo un lungo iter giudiziario durato oltre due anni e mezzo, Laura ha scelto di mettere fine alla sua vita con l’assistenza della propria ASL, attraverso la somministrazione di un farmaco letale. A sostenerla nel percorso, l’Associazione Luca Coscioni, da sempre in prima linea su questi temi.

La notizia, riportata con toni toccanti, ha riempito le pagine dei giornali, suscitando commozione e rispetto. Le parole che circolano sono quelle ormai familiari: libertà, scelta, dignità, non aggiungere dolore al dolore. Eppure, dietro queste espressioni levigate, si nasconde una domanda più profonda e scomoda: la nostra società è ancora capace di prendersi cura dei suoi più fragili?

Non si tratta di giudicare Laura, né la sua sofferenza, né la sua scelta. Qualsiasi pretesa in tal senso sarebbe ingiusta e disumana. Ma è doveroso interrogarci sul contesto culturale, sociale e ideologico che ha reso la sua decisione non solo possibile, ma proposta come modello “civile” e auspicabile.


Libertà, davvero?

Cosa significa libertà, quando la malattia priva una persona di ogni prospettiva di conforto, quando le strutture di supporto mancano, quando la solitudine o l’esasperazione rendono la morte l’unica via percepita come possibile?

La vera libertà non è scegliere di morire, ma essere messi nella condizione di poter ancora scegliere la vita. Libertà è avere accesso a cure palliative efficaci, a una rete di sostegno umano e sanitario, a una comunità che non abbandona, ma accompagna. Quando l’unica opzione che resta è morire, non si chiama libertà. Si chiama resa.

Una civiltà che cura o che cede?

Un Paese che propone la morte come alternativa “moderna” al dolore è un Paese che ha smesso di investire nella cura. Non servono molte risorse per somministrare un farmaco letale. Ma servono amore, competenza, formazione e presenza per assistere una persona fino alla fine, per consolarla, per darle valore anche nella vulnerabilità.

Chi soffre ha bisogno di essere guardato negli occhi, non di essere accompagnato alla porta con garbo e velocità. Una civiltà che si misura in base alla capacità di prendersi cura dei suoi più fragili non può fermarsi davanti alla scorciatoia della morte indolore.


Un’umanità che include o che seleziona?

Una società che comincia a distinguere tra vite “degne” e “indegne”, tra malati “accettabili” e “insopportabili”, è una società che rischia di imboccare una strada pericolosa: quella della selezione mascherata da compassione.

È la cultura dello scarto, come l’ha definita Papa Francesco, dove chi non produce, chi non consuma, chi non lavora, diventa invisibile, marginale, persino scomodo. In questa logica, il sofferente non è più un fratello da accompagnare, ma un peso da alleggerire.


La morte come messaggio politico

La vicenda di Laura è stata raccontata anche come una battaglia civile. La sua lettera di commiato, le accuse ai politici, la critica al Vaticano: tutto contribuisce a trasformare il dolore privato in un messaggio pubblico. Il rischio è che, passo dopo passo, l’eutanasia venga normalizzata, presentata non più come un’eccezione tragica, ma come un diritto generalizzato e persino auspicabile.

Eppure, la Corte Costituzionale stessa (sent. 242/2019) ha ricordato che il suicidio assistito non è un diritto soggettivo, né un servizio obbligatorio. È una deroga estrema, un caso limite. Oggi però – complice una narrazione mediatica potente – sta diventando simbolo di “progresso”, di “modernità”, di “liberazione”. Ma è davvero così?


Che medicina vogliamo?

Vogliamo una medicina che cura, consola, accompagna? O una medicina che, sotto la pressione economica e culturale, cede, diventa complice di un paradigma in cui “far morire” è più semplice che “prendersi cura”?

In un tempo che ha perso il senso del sacrificio, del mistero del dolore, della solidarietà come atto concreto, vivere diventa una fatica da giustificare. Morire, una scelta quasi elegante. Ma la morte non è mai elegante. È drammatica, radicale, e quando viene accelerata perché il vivere è diventato insopportabile, è sempre un fallimento collettivo, non solo personale.


La risposta: cura, non scorciatoie

Lo ripetono da anni gli esperti in cure palliative, i veri esperti del dolore: “Chi soffre ha bisogno di cura, non di scorciatoie”. Nessun farmaco può sostituire la presenza, nessuna “libertà di morire” può colmare il vuoto dell’abbandono.

Il problema non è Laura Santi.
Il problema è una cultura della morte che si maschera da progresso, e che – senza più riferimenti etici saldi, né religiosi né umanisti – sta lentamente rendendo normale l’eliminazione del sofferente.

Abbiamo ancora tempo per cambiare direzione.
Ma non per molto.

Relatore

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