La fede cristiana non è un’idea astratta: ha un volto, una voce, un profumo. Per questo, quando entriamo in una chiesa antica o ci fermiamo davanti a un’icona, sentiamo che qualcosa ci accoglie prima ancora di capire. La bellezza fa da ponte: apre il cuore, rende abitabile il mistero. Questa è la Via Pulchritudnis, la via della bellezza che conduce a Dio.
qui potete leggere un bellissimo documento vaticano sul tema della bellezza Via Pulchritudinis
La Bibbia non è diffidente verso l’arte. Al contrario: Dio stesso chiede bellezza. Nel libro dell’Esodo affida a Mosè indicazioni minuziose per il Tabernacolo e per l’Arca dell’Alleanza: legno pregiato, rivestimenti d’oro, tessuti color porpora e scarlatto, pettorale del sommo sacerdote tempestato di pietre. Sull’Arca, due cherubini d’oro “che stendono le ali a proteggere il propiziatorio”. Lì abita la Shekhinà, la Presenza che si manifesta come nube e luce. Non è vanità: è pedagogia. Dio educa il suo popolo con segni sensibili – forme, colori, luce – perché la bellezza parla a tutti, anche a chi non sa leggere.
Se l’Antico Testamento prepara così il cuore, il Nuovo lo compie: in Gesù Dio diventa visibile. Da quel momento, raffigurare Cristo, la Madre, i santi non è un tradimento ma una confessione: “Il Verbo si è fatto carne”.
Nel cuore delle lotte iconoclaste a Bisanzio (VIII secolo), Giovanni Damasceno, monaco del Mar Saba vicino a Gerusalemme, alza la voce. Non per gusto estetico, ma per fedeltà all’Incarnazione. Nei Discorsi contro coloro che distruggono le sacre immagini dice, in sostanza:
Le sue parole illumineranno il Concilio di Nicea II (787), che riaffermerà la legittimità della venerazione delle immagini. Oggi, grazie anche a lui, sappiamo che la bellezza non è un optional: è un linguaggio teologico.
Molte icone vengono da laboratori monastici. Non sono atelier come gli altri. L’iconografo “scrive” l’icona più che dipingerla: segue un canone, prega, digiuna, lavora in silenzio. La tavola si prepara con pazienza (tela, gesso, levkas), i colori nascono da terre e uova, l’oro si stende come luce che non è del mondo. Ogni gesto è liturgia: non si inventa un’immagine, si riceve un volto.
Entrare in questi luoghi – pensiamo ai monasteri del Monte Athos o al deserto di Giuda, dove visse lo stesso Damasceno – è un’esperienza di sobria ricchezza: pareti ornate da disegni sottili e dalla bellezza che trascende i secoli. È la povertà che fa spazio alla luce. Per questo le comunità monastiche sono ancora oggi scuole di bellezza: insegnano a vedere, a distinguere il luccichio dall’oro vero, la moda dall’eterno.
In un tempo che consuma immagini a velocità folle, l’icona chiede lentezza: resta, guardami, lascia che io guardi te. Non vuole trattenere: rimanda. Come i cherubini dell’Arca, indica un Altro.
La Chiesa non custodisce l’arte sacra per nostalgia museale, ma perché sa che la bellezza evangelizza. Giovanni Damasceno lo capì con lucidità e coraggio: difendere le immagini era difendere l’Incarnazione. E i monasteri, con la loro pazienza operosa, continuano a consegnarci volti che parlano. Forse è tutto qui: imparare a riconoscere, nelle tracce d’oro e nelle pennellate d’azzurro, la Presenza che ci visita – discreta, luminosa, concreta – per rendere più umano il nostro sguardo.
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