New York si è sempre vantata di essere “l’avanguardia del mondo”. Oggi, però, questa avanguardia assume un volto nuovo: politico, militante, ideologico. Con Zohran Mamdani alla guida della città e Rama Duwaji, artista attivista e influencer culturale, la Grande Mela sembra essere diventata il manifesto vivente del wokismo femminista, filo-arabo e multiculturalista.
Per i loro sostenitori, sono il simbolo del futuro: inclusivo, globalizzato, post-occidentale.
Per altri, invece, rappresentano l’oblio della memoria collettiva, della cultura che ha costruito l’Occidente e i suoi diritti.
Duwaji non è una semplice “moglie del sindaco”.
Le sue illustrazioni — potenti, emotive, schierate — parlano di conflitti mediorientali, colonialismo, minoranze oppresse. Un racconto unico, lineare: l’Occidente come colpevole, gli Altri come liberatori.
Nulla di strano nell’arte che prende posizione.
La novità è che questa narrazione diventa politica ufficiale.
Musei, scuole, media ripetono lo stesso mantra:
Il femminismo di Duwaji — legittimo nelle sue rivendicazioni — finisce però per trasformarsi in dogma: chi non è pienamente allineato è automaticamente “patriarca”, “oppressore”, “reazionario”.
Il multiculturalismo, un tempo, aveva un obiettivo semplice e nobile: accogliere chi arrivava da lontano e permettergli di sentirsi parte di una comunità. Oggi, però, la sensazione è che qualcosa sia cambiato. Per evitare ogni possibile conflitto, sembra che l’unica soluzione proposta sia cancellare ciò che ci caratterizza.
Non più un ponte tra culture, ma la rinuncia al ponte stesso.
E così accade che…
Quello che era iniziato come un abbraccio tra culture, ora rischia di trasformarsi in un lento smarrimento del nostro stesso volto.
Dietro il sogno di includere tutti, potrebbe nascondersi la perdita di ciò che ci unisce.
Michel Houellebecq, nel romanzo Sottomissione, narrava di un’Europa che cede alla seduzione di una nuova élite “altra” in cambio di stabilità. Una satira cupa, certo. Ma davanti al caso Mamdani–Duwaji, molti iniziano a chiedersi:
E se la distopia fosse già un processo in corso?
Non un colpo di Stato, ma una lenta erosione culturale.
Quando ci si vergogna della propria storia,
chiunque è pronto a riscriverla al posto nostro.
Non si tratta di rifiutare chi arriva da fuori, né di demonizzare il progresso sociale.
Si tratta di difendere la memoria da cui discendono libertà, diritti, dignità umana.
Perché se ogni differenza ha diritto di esistere,
anche quella maggioritaria, quella originaria, deve avere lo stesso diritto.
La domanda vera non è politica, ma esistenziale:
Che fine farà una civiltà che si scusa per esistere?
(Una stanza spoglia. Una lanterna tremola. Il narratore, pallido, con lo sguardo fisso nel vuoto,…
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