Addio alla signora libera della canzone italiana
Milano si è messa in fila per lei. Per ore, da via Dante fino quasi a piazza Cairoli, un serpentone silenzioso ha atteso di entrare al Piccolo Teatro Grassi, il luogo dove tutto era cominciato, per dare l’ultimo saluto a Ornella Vanoni. All’interno, ad accogliere i visitatori, la sua voce: «Domani è un altro giorno, si vedrà…». Fuori, gli applausi spontanei dei milanesi al passaggio del feretro, semplice, in legno chiaro, “senza sprechi”, come lei stessa aveva chiesto «tanto poi la bara va bruciata».
È stata una veglia civile e affettuosa, com’era lei: senza retorica, ma piena. Accanto al feretro, i gonfaloni del Comune, della Città metropolitana, della Regione Lombardia e la corona di rose bianche del Piccolo Teatro d’Europa; ai lati, cuscini di girasoli, fiore solare e inquieto come il suo carattere. Hanno sfilato amici, colleghi, semplici cittadini: da Emma Marrone a Fabio Fazio, da Fiorella Mannoia ad Arisa, da Simona Ventura ad Antonio Marras, e poi attori, musicisti, volti della tv.
«Era un pezzo importante di Milano, sapeva cantare e interpretare questa città», ha detto Gabriele Salvatores. «Simbolo di libertà e irriverenza», l’ha ricordata Fiorella Mannoia. Per il sindaco Giuseppe Sala, Ornella rappresentava «la milanesità intesa come voglia di essere liberi e non condizionati dal giudizio degli altri». Liliana Segre, amica di lunga data, ha sostato a lungo davanti al feretro, dopo averle mandato, il giorno prima, un biglietto semplice e struggente: «Indimenticabile amica».
Nata a Milano il 22 settembre 1934, figlia di un industriale farmaceutico, Ornella Vanoni non sembrava destinata alla musica. Dopo gli studi in collegio tra Svizzera, Francia e Inghilterra, sognava di fare l’estetista. Poi un’amica di sua madre la indirizzò al Piccolo Teatro. Giorgio Strehler la ascoltò, la fece recitare un brano dell’Elettra e la fermò con una frase che sarebbe diventata profetica: «Attenzione, qui c’è qualcosa».
Quel “qualcosa” esplose nelle canzoni della mala: ballate di malavita in dialetto, dure e poetiche, scritte con Dario Fo, Fiorenzo Carpi e Gino Negri. Ma mi, La zolfara, Le mantellate entrarono di prepotenza nell’immaginario collettivo, tanto da urtare la censura dell’epoca. Era la voce roca e sensuale di una ragazza che non somigliava a nessuna: timbro inconfondibile, presenza scenica, ironia che taglia e insieme una fragilità esposta, mai nascosta.
Negli anni Sessanta arrivano gli incontri decisivi: Gino Paoli, che per lei scrive Senza fine e altri capolavori; Luigi Tenco, Domenico Modugno, la stagione dei festival di Napoli e del primo Sanremo. Con La musica è finita, Casa bianca, Una ragione di più, Ornella passa dalle strade buie della mala alle stanze illuminate dell’amore adulto, dell’abbandono, del rimpianto. Nasce la Vanoni interprete “colta” della canzone d’autore, interlocutrice privilegiata di Paoli, Tenco, Califano, Lauzi.
Gli anni Settanta e Ottanta ne consolidano il mito. L’appuntamento, Domani è un altro giorno, Che barba amore mio, le incursioni nella musica brasiliana con Vinícius de Moraes e Toquinho (La voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria), le collaborazioni jazz con musicisti come George Benson, Herbie Hancock, Gerry Mulligan. Vanoni è una delle prime artiste italiane a pensare i dischi come “progetti”: concept album sui cantautori, sulla figura femminile, sul dialogo tra culture.
In quegli anni costruisce anche l’immagine della “donna libera”: elegante, sensuale, mai compiacente. Non ha paura di parlare d’amore, di sesso, di solitudine, di età che passa. Racconta gli uomini senza indulgenza e senza rancore, con un’ironia a volte spietata, a volte tenerissima. «Era colta, elegante, libera», ripetono oggi le colleghe.
Televisione, teatro, cinema: Ornella attraversa tutti i linguaggi senza mai diventare “solo” una diva televisiva. Resta soprattutto un’interprete che abita le canzoni, le fa diventare racconto, teatro, confessione.
I numeri dicono più di cento album tra inediti, live e raccolte, circa 65 milioni di dischi venduti, premi prestigiosi, il Club Tenco, Sanremo vissuto da protagonista e poi da “maestra” accanto alle nuove generazioni. Ma non spiegano l’affetto che oggi, al Piccolo Teatro, si percepisce in modo quasi fisico.
La gente in fila non cita le classifiche: snocciola ricordi. Una coppia anziana racconta che si è innamorata ballando L’appuntamento in balera. Una signora sui cinquanta dice che Domani è un altro giorno l’ha tenuta in piedi dopo un lutto. Una ragazza giovanissima, cuffie in testa, spiega che l’ha scoperta grazie a un film di Sorrentino e che da allora “non l’ha più lasciata”.
Ornella è stata colonna sonora di più generazioni, ma anche specchio di una femminilità complessa: ironica e malinconica, indipendente e vulnerabile. Una donna che non ha mai nascosto cadute, amori sbagliati, fragilità, e proprio per questo è entrata nel cuore di tante altre donne.
«Dovremo trovare un modo per tenerla sempre con noi», ha promesso il sindaco Sala, parlando di una futura dedica della città: una via, una piazza, forse quel giardino che lei scherzosamente chiedeva. Non basterà una targa, probabilmente, a raccontare cosa ha rappresentato per Milano: la sua voce roca che odorava di nebbia e tram, di navigli e notti lunghe; il suo modo di stare in scena, elegante e un po’ sfrontato; la sua capacità di trasformare ogni canzone in un piccolo romanzo.
Domani a San Marco, la chiesa del suo quartiere, Brera, l’ultimo saluto. Poi resteranno le registrazioni, i video, le interviste, le frasi caustiche e dolcissime che hanno fatto la gioia dei giornalisti e delle platee tv. Ma soprattutto resterà quell’attacco che oggi, entrando al Piccolo, stringe la gola a tutti:
«Domani è un altro giorno, si vedrà…»
Per chi l’ha amata, per chi ci è cresciuto, per chi l’ha scoperta tardi, l’altro giorno senza Ornella è cominciato. La sua musica, però, ha già vinto la sua battaglia con il tempo: è destinata a restare.
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