Onore al principe Alberto II di Monaco, che ha scelto di non promulgare la legge che avrebbe introdotto la legalizzazione dell’aborto nel Principato. Un gesto controcorrente, raro nella politica europea contemporanea, e per questo ancora più significativo.
In un tempo in cui quasi tutti si adeguano a un pensiero unico che considera l’aborto un “diritto”, il Principe ha ricordato che esiste un’altra strada: quella della responsabilità morale, della cura e del rispetto della vita umana in ogni sua fase.
Le sue parole, semplici e chiare, spiegano tutto:
“Il quadro attuale rispetta ciò che siamo in considerazione del ruolo che la religione cattolica occupa nel nostro Paese, garantendo al contempo un accompagnamento sicuro e più umano”.
Una dichiarazione che unisce identità, realismo e umanità. Monaco è uno degli ultimi Stati europei a riconoscere esplicitamente che la fede cristiana – e la visione dell’uomo che essa porta – non è un dettaglio folkloristico, ma un fondamento culturale e civile. Per questo il Principe ha ritenuto che una liberalizzazione indiscriminata dell’aborto avrebbe significato rinnegare la propria storia e tradire i più deboli: i bambini non nati.
Il no del Principe Alberto risuona come un invito. Un invito a fermarsi, a guardare con onestà alle conseguenze delle scelte fatte altrove.
In Italia, dalla legalizzazione dell’aborto nel 1978 con la legge 194, sono stati soppressi oltre 6 milioni di bambini. Una cifra enorme, quasi inimmaginabile, che pesa sulla coscienza del Paese.
La 194, nata come legge “di tutela” e come soluzione estrema, si è trasformata negli anni in un automatismo, in una prassi normalizzata che ha lasciato sul campo milioni di vite e un deserto demografico senza precedenti.
È per questo che il gesto del Principe Alberto può essere letto come un segnale per tutti noi: non è obbligatorio arrendersi. Non tutte le società europee hanno scelto la strada dell’aborto come unica risposta alla fragilità umana.
È possibile – e necessario – pensare a modelli che aiutino davvero le donne, senza sacrificare i loro figli.
L’espressione usata dal Principe è rivelatrice: accompagnamento sicuro e più umano.
L’aborto non è un atto di liberazione. Non è un problema medico da risolvere, né una procedura neutra. È una decisione che lascia ferite psicologiche, morali, affettive che durano una vita.
Le donne meritano molto di più che una struttura che si limiti a interrompere una gravidanza. Meritano sostegno, ascolto, risorse, alternative.
E i bambini meritano di vivere.
Sono sempre più numerose le voci – medici, filosofi, giuristi, donne che hanno abortito e oggi raccontano il proprio dolore – che chiedono di ripensare profondamente la 194.
Non per punire, ma per salvare.
Salvare le madri dalla solitudine, dalla pressione sociale, dalla mancanza di aiuto economico, dall’idea che non esistano alternative.
E salvare i figli, i più vulnerabili, coloro che non possono difendersi.
Non è più tempo di tabù ideologici. La denatalità sta svuotando l’Italia: famiglie più piccole, culle vuote, intere generazioni che non vedranno fratelli o cugini. È tempo di una nuova responsabilità collettiva.
Il Principe Alberto, con il suo rifiuto, ha ricordato a tutti che la politica non è solo amministrazione: è visione morale, difesa dei più deboli, capacità di andare controcorrente quando serve.
La sua decisione è un gesto che fa discutere, ma che soprattutto fa pensare.
Forse, anche da noi, è arrivato il tempo di recuperare il coraggio di guardare la vita – tutta la vita – come un dono da proteggere, non come un problema da cancellare.
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