Migranti, il lavaggio del cervello – di Paolo Camillo Minotti

A proposito di profughi e di Siria… (titolo originale)

La parola chiave di questo articolo ponderoso e logico, tipicamente “minottiano”, è lavaggio del cervello. Ma andrei anche più in là: e vedrei nel “brainwashing” l’elemento dominante del nostro mondo e della nostra società. I più deboli (e sono tanti) ne sono letteralmente sconcertati e travolti.

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MinottiVorrei dire la mia opinione sul tema dei profughi, divergente dalla tesi maggioritariamente espressa dai mass-media (ormai assistiamo a un vero e proprio «lavaggio dei cervelli» presuntamente solidarista). Intanto va affermato prima di tutto il nostro diritto all’esistenza, cioé alla salvaguardia della nostra cultura, del nostro ordine civile, e perché no anche del nostro benessere; questi obiettivi a mio parere devono essere prioritari anche rispetto da dare ai profughi. Quest’ultimi vanno se possibile aiutati, ma in modalità che non comportino il sovvertimento della nostra società e del nostro quadro di vita; questo significa che ci deve essere una misura nell’accogliere gente e, per il resto, semmai si dovrebbe provvedere ad aiuti nella regione del Globo da dove essi provengono. La difesa a lungo termine del nostro benessere e del nostro ordine civile non è egoismo, ma è un dovere di prudenza e ragionevolezza: come dice il pregnante motto francese «charité bien ordonnée commence par soi-même». L’Europa ha impiegato secoli per costruire il suo benessere, per imparare la convivenza pacifica e la tolleranza religiosa; con tutte le sue pecche essa è arrivata a uno stadio di civiltà che molti nel mondo ci invidiano, che è però basato su presupposti e su un equilibrio molto fragili. Non buttiamo all’aria questo equilibrio faticosamente raggiunto introducendo fattori esogeni che potrebbero avere effetti dirompenti dalla portata incalcolabile (vedi: pericolose minoranze musulmane che col tempo tenderanno a diventare maggioranze).

In secondo luogo: lezioni, noi cittadini d’Europa e in particolare svizzeri, non dobbiamo accettarne da nessuno, perché nessuno ha i titoli morali per darci lezioni: né la Merkel né altri politici e nemmeno Papa Francesco il quale si è dimostrato a mio modesto parere non all’altezza del suo compito. Egli ha fama di essere stato un prete e poi un vescovo sensibile ai poveri e alle sofferenze; nella sua Argentina soccorreva gli «ultimi della società» e, da quando è divenuto Papa, ha osato dire anche alcune scomode verità in modo poco diplomatico, ad esempio contro i commercianti d’armi e gli sfruttatori dei popoli. Questo è encomiabile; però in alcune occasioni ha straparlato e avrebbe dovuto e dovrebbe riflettere maggiormente – prima di parlare – sulla responsabilità del suo ruolo.

Mentre in effetti si è dimostrato irresponsabile, nel senso letterale del termine: non è comunque lui né la Chiesa ad assumersi le conseguenze di quanto predicato. Quando il Papa è andato a Lampedusa e, sotto i riflettori delle televisioni di tutto il mondo, ha accusato l’Europa di egoismo e di insensibilità emettendo il comando morale di accogliere tutti quelli che arrivano, avrebbe dovuto immaginare le conseguenze del suo discorso.

migranti (2)Che è stato un potente incentivo a trasferirsi in Europa per tutti gli africani di confessione cristiana e no (e quindi egli è corresponsabile, tra l’altro, anche di chi è affondato in mare). Ormai siamo nell’era della trasmissione delle notizie in tempo reale e le cose si risanno in un battibaleno. Per dirne una: che in Svizzera siamo così coglioni d’aver deciso di accogliere come rifugiati tutti i renitenti alla leva eritrei, in Eritrea lo si è risaputo subito e non per nulla gli eritrei in fuga si dirigono di preferenza verso il nostro Paese.

In terzo luogo: non bisogna strapazzare il diritto d’asilo, che va concesso solo a chi è perseguitato individualmente per le sue opinioni o il suo impegno politici, per la sua religione o per la sua razza. Eccezionalmente da paesi in guerra si possono accogliere dei contingenti di profughi, ma costoro in linea di principio dovrebbero tendenzialmente rientrare al momento in cui la guerra cessa e la situazione nel loro paese si normalizza. È assurdo accettare come rifugiati (o anche come «accolti provvisoriamente») dei giovani ventenni renitenti alla leva perdipiù da Paesi non in guerra come l’Eritrea. Questo non è mai stato contemplato dal diritto d’asilo, et pour cause! Immaginiamoci che cosa sarebbe successo se anche solo il 10 percento dei soldati della Wehrmacht avessero disertato e si fossero annunciati al confine svizzero negli anni ’40-’45: il caso non si presentò perché i tedeschi, anche quelli antinazisti, per senso di disciplina o per mancanza di via di scampo andavano comunque al fronte, ma se fosse capitato sicuramente non sarebbero stati accolti. Era pacifico che la gente di ciascun paese fosse legata al destino della propria nazione, destino deciso dai suoi governanti, e che il miglioramento del loro destino era dipendente dal cambiamento in meglio del loro Governo. I giovani eritrei, se si ritengono oppressi da un governo dittatoriale, restino quindi nel loro paese e cerchino con il loro impegno e con il loro lavoro di sovvenire ai bisogni delle loro famiglie e, se del caso, cerchino di rovesciare il governo dittatoriale che si ritrovano. Ma è evidente che per un africano il principale incentivo a richiedere l’asilo in Svizzera o in Germania, è rappresentato dal sussidio ricevuto rispettivamente dal fatto di ricevere vitto e alloggio senza bisogno di lavorare!

In quarto luogo: l’on. Simonetta Sommaruga giustifica la politica d’asilo generosa con le sofferenze della guerra in Siria, ma va rammentato che la maggioranza dei richiedenti l’asilo nel nostro Paese negli ultimi tempi non viene dalla Siria o dall’Iraq, ma dall’Africa. Si utilizza quindi un falso argomento per commuovere la gente e fargli accettare lo stravolgimento del diritto d’asilo, che dovrebbe valere solo per i perseguitati e non per chi vuole migliorare la sua situazione.

In quinto luogo: prima di accogliere masse di profughi siriani in Europa, si dovrebbe eliminare la cagione del fenomeno, cioè fermare la guerra in Siria. Questo è possibile solo arrestando il flusso di armi verso entrambe le parti in conflitto (non come dice qualcuno arrestando solo il sostegno ai gruppi anti-Assad e lasciando Assad al potere con l’appoggio di Russia e Iran). E questo lo si può raggiungere solo con un accordo con la Russia (per esempio facendogli delle concessioni in Ucraina in cambio dell’abbandono di Assad e dell’appoggio a un governo di coalizione fra varie fazioni e comunità). Si dovrebbe insomma agire sulle cause e non sugli effetti. Finora la comunità internazionale è stata incapace di cercare una soluzione al problema siriano, gli occidentali per insipienza, altri per deliberata volontà di sostenere la fazione amica «costi quel che costi» (Iran, Russia, Paesi del Golfo).

Da ultimo, ma non per importanza: bisogna aiutare in modo più sostanzioso i profughi nei paesi vicini alla Siria e anche dentro i confini siriani (gli USA e i Paesi europei hanno ventilato ma mai concretizzato la creazione di una «zona di sicurezza» con finalità umanitarie nel Nord della Siria, difesa dall’aviazione e con divieto di sorvolo da parte dell’esercito siriano). La guerra dura da quasi 5 anni e oggettivamente i nostri Paesi (compresa la Svizzera) non hanno fatto moltissimo per alleviare le sofferenze degli sfollati e delle vittime della guerra: il Consiglio federale ha deciso recentemente di aumentare a 70 milioni di franchi annui l’aiuto sul posto ai profughi siriani, ma lo si sarebbe potuto fare anche prima e poi è ancora troppo poco (o, rispettivamente: poteva essere adeguato quando il numero di profughi era di un milione o due, ma nel frattempo il numero di profughi e sfollati è triplicato o quadruplicato) Se consideriamo che ospitare in Svizzera secondo le usuali procedure del diritto d’asilo 5 o 10 mila rifugiati costa sicuramente molto di più e che per ogni persona accolta da noi se ne potrebbero aiutare 20 o 30 in Siria o in Libano e in Turchia, appare evidente che ci si dovrebbe dare una mossa: i siriani stanno soffrendo un calvario terribile, paragonabile per devastazione a un cataclisma naturale come per es. un terremoto (con la differenza che purtroppo è stato provocato dagli uomini e non dalla natura); in tali condizioni dovrebbe essere possibile un aiuto più massiccio, anche sforando il budget della Confederazione, oppure dirottando parzialmente per un anno o due a favore della Siria i fondi destinati alla cooperazione e allo sviluppo.

Occorrerebbe flessibilità: ma il Consiglio federale e i burocrati dell’aiuto allo sviluppo sapranno avere tale elasticità mentale?

Paolo Camillo Minotti, Bellinzona