Legge sulle armi. “A farne le spese sarà il cittadino onesto” – Intervista all’on. Fabio Käppeli

Mancano solo 9 giorni al fatidico 19 maggio. La votazione è federale ma tutti comprendono che il risultato ticinese sarà molto importante. Per questa ragione la battaglia è accanita e il coinvolgimento dei cittadini intenso. Nell’ambito del tema anche il dilemma Sì Europa / No Europa è reale e legittimo, e in nessun modo “tirato per i capelli”. La “Salamitaktik” è in piena azione, insidiosa e potente.

Un’intervista di Francesco De Maria.

Francesco De Maria  Perché in questa campagna lei si è impegnato apertamente in favore del No?

Fabio Käppeli, granconsigliere PLR  Come tiratore e Presidente della Società Carabinieri della Città di Bellinzona non posso non oppormi a una legge che renderà più difficile la pratica dello sport del tiro come lo conosciamo oggi, senza che per la sicurezza vi siano in realtà dei benefici. Ma è soprattutto da cittadino con una visione liberale che in perfetta assenza del minimo beneficio non posso accettare che ci vengano tolti dei diritti.

Che cosa nel testo in votazione è inefficace, sbagliato, inaccettabile?

È assurdo pensare di introdurre delle modifiche amministrative con lo scopo di combattere atti criminali commessi con armi (già!) illegali, che per definizione non sono registrate. Questo obiettivo sarà ovviamente mancato, mentre a farne le spese sarà inevitabilmente il cittadino onesto.

Il testo proposto è frutto di un negoziato tra Svizzera e UE. Come sono state condotte le trattative, e da chi? I fautori del No deplorano un “diktat” dell’UE. È un’accusa fondata?

Non saprei come siano state condotte le trattative, ma vedo il risultato dell’intero processo sul quale votiamo oggi a seguito dell’approvazione dell’Assemblea federale. E per arrivare alla seconda domanda, è clamoroso che addirittura in sede parlamentare si sia ammesso che queste misure non abbiano alcuna efficacia nella lotta al terrorismo, ma che non avremmo avuto alcuna alternativa nei confronti dell’UE. Per cui pur non usando personalmente la parola “diktat” capisco perfettamente perché sia stata scelta per rendere al meglio l’idea.

Perché, e in quale misura, le normali attività dei tiratori sportivi e dei cacciatori saranno impedite?

Tutto d’un tratto l’80% delle armi usate per il tiro, per limitarci a questo ambito, diventano di principio proibite. Vi è uno stravolgimento di paradigma drastico: dal diritto a possedere un’arma, a meno che siano presenti condizioni particolari che portano alla non idoneità, si passa a dover richiedere un’autorizzazione eccezionale, laddove un’eccezione è ammessa. Rientrerà quindi nell’ampio margine di apprezzamento dell’autorità valutare se la persona che ne fa richiesta ne ha effettivamente bisogno. E poi vi sono gli inasprimenti che arriveranno ogni 5 anni…

Infatti gli oppositori della legge temono quella che si potrebbe chiamare un’ “escalation” dell’UE, cioè l’imposizione di misure sempre più restrittive. È un timore fondato?

È una delle questioni che temiamo maggiormente. La Direttiva UE sulle armi prevede chiaramente un aggiornamento delle norme ogni 5 anni, che è tuttavia da leggere “inasprimento” visto che quanto previsto attualmente manca completamente l’obiettivo. Inutile dire che con i motivi portati per questa votazione non avrà alcuna possibilità di opporci.

Il Consiglio federale teme una vittoria del No, che assumerebbe fatalmente l’aspetto di un No all’Unione europea. Che cosa rischia concretamente la Svizzera qualora fosse decisa a conservare la sua legge delle armi? La cacciata da Schengen? E quanto è importante Schengen per la Svizzera?

Il trattato di Schengen permette una lotta più efficace alla criminalità ed è sicuramente importante anche per la Svizzera, nessuno lo mette in dubbio. Anche l’UE ha tuttavia un chiaro interesse a poter continuare a collaborare con un Paese che si trova nel bel mezzo del continente, e quindi, a trovare una soluzione affinché si possa continuare a farlo. Infatti non vi è alcuna esclusione automatica: la decisione sul mantenimento dell’Accordo è una decisione politica, non giuridica. Oltretutto, la tesi secondo la quale entro 90 giorni saremmo fuori dall’accordo non regge: gli accordi prevedono unicamente che entro tale termine le due parti debbano incontrarsi per trovare una soluzione pragmatica.

La libertà di voto concessa dal PLR ai suoi aderenti ha destato una certa sorpresa. Come si è giunti a questo? Il comitato cantonale sull’oggetto ha votato? Con quale esito?

È stato proposto una bel dibattito e anche in sala la discussione è stata molto interessante e ha fatto emerge due visioni contrapposte. In uno degli ultimi interventi è quindi stata richiesta la libertà di voto, la quale è stata votata e accettata anche alla luce della discussione precedente.

Sul piano svizzero i sondaggi prevedono una vittoria del Sì. Quali dinamiche potrebbero portare il Ticino a votare No?

Non sono un indovino e accetterò la volontà popolare qualunque essa sia, pur mantenendo una buona dose di speranza. Se in Ticino vi sarà una percentuale maggiore di contrari rispetto al resto del Paese è probabile che influisca anche una maggior sfiducia nei confronti dell’UE.

Esclusiva di Ticinolive