Gli omosessuali e la famiglia – Lettera di Fernando Filippi

Questa lettera, pubblicata nel Corriere di giovedì scorso, ha suscitato la reazione del consigliere di Stato/candidato PS Manuele Bertoli, direttore del DECS.

Lo sottoponiamo ai nostri lettori come documento. A nostro avviso si tratta di una lettera ben scritta e ben argomentata, la quale esprime una dottrina tradizionale che oggigiorno molti non accettano più.

Bertoli è moderno e Filippi più antico. Ma chiunque è libero di non accettare Filippi, che espone pacatamente il suo pensiero. Per disgrazia ci sono degli intellettuali che non trovano di meglio che strillare “vergogna!”, “obbrobrio!”, “mi viene la pelle d’oca”. Ma è un loro sacrosanto e chiassoso diritto e Facebook è fatto anche per sfogarsi.

Sto criticando il re di tutti i social? Mai più, io stesso ne sono un utente.

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Il fanoso scrittore Oscar Wilde, idolo dei teatri londinesi

LETTERA AL CORRIERE  Per la signora Mattea David, candidata del PS al Gran Consiglio, sarebbe da retrogradi favorire e privilegiare soltanto la famiglia fondata sull’unione di un uomo e di una donna. Così ella afferma in un articolo apparso sul CdT del 18 marzo. A suo parere dovrebbero essere considerate famiglie altrettanto meritevoli di considerscorsoazione e di sostegno anche tutte le famiglie fondate su coppie omosessuali.

Come è evidente e incontestabile, dall’unione di due persone dello stesso sesso non può derivare alcuna prole. Esse sono di per sé sterili, inidonee a generare autonomamente. In altre parole, da una coppia di omosessuali non possono nascere dei figli nel senso pieno del termine. Si possono, caso mai, produrre, ricorrendo agli artifici innaturali e disumanizzanti escogitati e messi in pratica in tempi recenti (come l’utero in affitto e altre amenità), dei figli fittizi o tali soltanto a metà, ovvero ottenuti senza il concorso di tutti e due i «genitori» o i partner, come attualmente si usa dire.

Non è dunque lecito mettere sullo stesso piano unioni fra omosessuali, di per sé sterili, e connubi fra persone di sesso diverso.

Per quanto attiene all’omosessualità in quanto tale, è pacifico che essa, se congenita, non può essere considerata una colpa ma che nemmeno può essere tenuta come qualcosa di positivo. Essa più che un «orientamento» o una variazione equivalente all’eterosessualità (come taluni vorrebbero) è, propriamente, un difetto, una menomazione, un disordine e, per ciò stesso, un male: «bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu» come recita un antica massima. È un po’ come voler pretendere che nascere senza un arto o una qualche malformazione sia pressoché la stessa cosa che nascere integri. Non per nulla la pratica omosessuale è sempre stata percepita, dal sentire comune, come qualcosa di innaturale, di sconveniente.

Si continua poi a ripetere che in queste faccende è il bene dei figli o dei bambini che deve prevalere. Ora non sembra si possa dire che per il bene dei bambini sia indifferente nascere da un padre e una madre naturalmente tali e non fittizi o che per loro non abbia grande importanza conoscere la propria discendenza.

Infine, per chi crede che in natura esistono dei punti fissi e che non tutto può essere manipolato e cambiato a piacimento, non sarà inutile ricordare che la sacra scrittura condanna senza eccezioni la pratica dell’omosessualità (oltre che, almeno implicitamente, le manipolazioni genetiche), in quanto incompatibile con l’ordine della creazione.

Della sua autorità un cristiano cattolico, se vuol essere tale, non può non tenere conto. Ciò non toglie, ovviamente, che nessuno, credente o non credente, è tenuto a seguirne l’insegnamento. Ma ignorarlo impunemente non si può. Le conseguenze, nefaste, già si possono vedere. Circa queste problematiche si vedano le pertinenti considerazioni espresse dalla sociologa Gabriele Kuby nel libro «La Rivoluzione sessuale globale», Sugarco Edizioni.

Fernando Filippi, Airolo