Stiamo con le forze dell’ordine – di Tito Tettamanti

Disordini a Parigi

Da qualche anno la Federazione svizzera dei funzionari di polizia (FSFP) ma anche membri del Parlamento chiedono un inasprimento della pena per i casi di violenza contro i poliziotti. Violenza inaccettabile che purtroppo è in aumento: nel 2017 si sono registrati in Svizzera 3.102 casi con una crescita di ben il 12% rispetto all’anno precedente. Nel 2000 i casi erano 774. Si chiede che la pena minima di 30 aliquote giornaliere, liquidabili quindi pecuniariamente, venga portata a tre giorni minimi di detenzione. La consigliera federale Sommaruga tira le cose per le lunghe, tentenna e vorrebbe limitarsi a punizioni pecuniarie per esprimere la pena minima; intende inoltre attendere l’armonizzazione di diverse misure del Codice penale e così via.

Il dibattito offre l’occasione di approfondire il problema dei rapporti tra società e forze dell’ordine. Molti – e tra questi sicuramente la signora Sommaruga – per sensibilità verso i (presunti) deboli, per orientamento ideologico e ancor più ancorati a visioni passatiste e superate delle funzioni della polizia, sono critici e sospettosi verso chi rappresenta la forza dello Stato. Il pensiero corre troppo facilmente a corpi di polizia chiamati a imporre il volere di Stati autoritari, impegnati nei secoli passati nella repressione di idee critiche e movimenti (anche operai) d’opposizione. Peggio ancora quando si pensa alla polizia di dittature comuniste, naziste o fasciste, le perverse e crudeli KGB, Gestapo e OVRA.

Ma oggi noi viviamo fortunatamente in realtà democratiche. La società ha convenuto di devolvere l’esercizio della forza allo Stato rinunciando i singoli cittadini all’uso diretto della violenza per reagire a torti subiti. Un enorme progresso civile che protegge particolarmente i più deboli, li mette al riparo dalla protervia di terzi singoli o gruppi, insegna a dirimere le contestazioni senza ricorrere alla forza fisica, a non interpretare ogni atto dell’altro come uno sgarbo da vendicare con il sangue. Non sto facendo della retorica o parlando del Medioevo: ancora oggi nel Sud Italia e nei Balcani leggiamo cronache su casi del genere.

La funzione del poliziotto è delicata: da un lato egli rappresenta lo Stato, ne deve difendere la dignità e non può accettare che le regole vengano disattese (talvolta volutamente), non può permettere che dopo eventi sportivi beceri trogloditi sfoghino le loro belluinità mettendo in pericolo gli astanti o peggio ancora che si approfitti di manifestazioni per distruggere e fracassare auto e vetrine. Dall’altro deve saper misurare e contenere la propria forza, se possibile evitare scontri. Infine, il compito è difficile perché ognuno di noi ricevendo una multa ha tendenza a ritenerla immeritata. Poi anche nei poliziotti vi sono mele bacate, gente che non fa onore alla divisa. Ma questo vale anche per professionisti, politici, operai e religiosi di ogni fede. Così è la natura umana. Purtroppo talvolta governanti, politica, rappresentanti di categorie sociali, di correnti di pensiero e religioni, nell’illusione di difendere il più debole o magari indegnamente alla ricerca di popolarità (e voti) tendono a vedere nella polizia l’espressione del rigore ottuso e che penalizza chi è già sfavorito. Si preferisce guardare dall’altra parte alla ricerca di tutte le scuse possibili. È stupefacente come spesso ci si preoccupi molto più della personalità del delinquente che dei danni subiti dalle vittime. [Non si poteva dire meglio! ndR]

Molti sono gli errori che testimoniano la pericolosità di tale (talvolta ingenuo) atteggiamento. Prendo quello notissimo di molti quartieri delle grandi città francesi (ma non solo). Facendo credere di voler esprimere comprensione anche verso altre usanze e costumi, di voler evitare un eccessivo rigore che potesse venir mal interpretato, lo Stato francese ha abbandonato a se stessi interi quartieri. La conseguenza di uno Stato latitante è stata l’instaurazione di centri di spaccio di droga, di criminalità in quartieri nei quali la polizia non osa entrare, organizzati e gestiti da gang criminali. Le cronache ce ne parlano anche se non abbastanza sovente. La maggioranza degli sfortunati abitanti di questi ghetti, gente lavoratrice e perbene, sa che lo Stato è latitante, che è inutile rivolgersi alla polizia, e quindi non può che sottomettersi alle leggi dei facinorosi. Vede i figli minorenni avviarsi verso la strada della delinquenza con soggiorni ripetuti in case di detenzione che li bolleranno per la vita. Non è un caso che in queste bolle caratterizzate dalla colpevole assenza dello Stato si reclutino tra i piccoli criminali i fanatici per il terrorismo islamico, altra conseguenza di una condiscendenza ipocrita e irresponsabile.

I numerosi esempi dovrebbero metterci in guardia aiutandoci ad evitare atteggiamenti di comodo lassismo con conseguenze particolarmente pericolose per la società. Signora Sommaruga, si convinca: stare dalla parte delle forze dell’ordine è il vero modo per proteggere i veri deboli.

Tito Tettamanti

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