Sul destino dell’AVS: “Servono nuovi musicisti per alimentare l’orchestra del Titanic” – Paolo Pamini nella “madre di tutte le interviste”

Le risposte di Paolo Pamini, presidente di Area Liberale e candidato UDC al Nazionale tardavano. Io lo lasciavo in pace, non sollecitavo. Per dirla tutta, un unico messaggio gli ho mandato, dopo parecchi giorni: “Paolo, la Divina Commedia è già stata scritta! L’ha fatto Dante Alighieri”. 

Ora vi apprestate a leggere questa cosa che non è un’intervista ma un monumento, e allora capirete tutto. Nella Madre di tutte le interviste, colma di Pamini-pensiero, il candidato appare diluviale e altamente provocatorio. 

Pamini è liberale, essenzialmente liberale. Potrebbe stare nel Partito liberale? Talvolta mi faccio questa domanda. Prima del 2007 certamente sì, oggi come oggi probabilmente no.

Il mio personale giudizio sulla situazione elettorale a poche settimane dal 20 ottobre e 17 novembre? Difficile e pericolosa, ma non disperata. Eventualmente ci suicideremo più tardi.

Un’intervista di Francesco De Maria.

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Francesco De Maria  Il concetto fondatore dell’AVS rimane valido oggi o dev’essere sostituito da una diversa forma di aiuto sociale?

In Svizzera l’AVS è una vacca sacra. Pertanto temo che peccherò di blasfemia. Mi ritengo un intellettuale che si sporca le mani e desidero offrire ai lettori di Ticinolive una serie di spunti di riflessione forse insoliti, ma che renderanno la loro vecchiaia molto più tranquilla.

Generalmente si dice che attraverso l’AVS lo Stato, meglio la Confederazione, dovrebbe garantire il minimo vitale all’interno della previdenza vecchiaia, al di là dei fortunatamente pochi casi di orfani e vedovanze. Ahimè se il meccanismo dell’AVS fosse proposto da un ente privato scatterebbe subito la denuncia per frode finanziaria (come nel caso di Madoff). Infatti è simile a quello di una catena di Sant’Antonio (schema Ponzi), ma legale semplicemente perché retto da una legge federale. Chi vuol dare un tocco di serietà al meccanismo lo chiama “sistema a ripartizione” (pay as you go, Umlageverfahren), ma resta una gigantesca speculazione sul fatto che qualcuno più giovane di noi ci pagherà la pensione, tra qualche anno o decennio. La dimostrazione intuitiva che qualcosa di profondo non funziona è la semplice constatazione che nei primi decenni di AVS i pensionati ricevettero una rendita senza mai aver contribuito alcunché.

Concretamente, il meccanismo s’ingrippa se non ci sono più sufficienti giovani verso i quali gli anziani possano pretendere il rispetto del “contratto intergenerazionale”. Il patrimonio dell’AVS basta a pagare circa un anno di rendite, è una semplice partita di giro temporanea.

Così com’è, è sostenibile? Se non lo è, come potrà ri-diventarlo?

Il sistema a ripartizione è sostenibile fintanto che i rapporti numerici tra le generazioni restano costanti. Anzi, se la popolazione giovane aumenta nel tempo, come in tutte le catene di Sant’Antonio vi è l’impressione di arricchirsi. Fu il caso dei sei decenni scorsi, caratterizzati dai baby boomers e da forte immigrazione di popolazione attiva. Al contrario, oggi abbiamo i baby boomers che vanno in pensione e una piramide dell’età con una base sempre più stretta. Non stupisce che il giocattolo abbia sempre più bisogno di essere puntellato per stare a galla: tassa sul tabacco, aliquote aggiuntive di IVA,…

Posta una natalità stabilmente bassa come quella che abbiamo, la soluzione coerente con il meccanismo è rilanciare aprendo le porte a nuovi gonzi che paghino ulteriori contributi, ossia allungare gli anni di lavoro oppure ulteriore immigrazione. Dobbiamo capire che l’AVS altro non è che una flat tax federale sul reddito da attività lucrativa i cui proventi finanziano le rendite vecchiaia. Non è un’assicurazione. Servono pertanto nuovi musicisti per alimentare l’orchestra del Titanic. A parte le molte conseguenze dell’immigrazione su altri fronti (tensioni culturali, aumento dei prezzi immobiliari, pressioni sull’infrastruttura), la soluzione è solo temporanea perché anche gli immigrati andranno in pensione. Ci vorrebbe una continua accelerazione della popolazione, il che lascia intendere quanto è deleterio il sistema.

Lei ha fama (meritata) di persona molto competente in campo finanziario. Ha una ricetta per l’AVS? Di fronte alla popolazione che rapidamente invecchia (un veleno per l’equilibrio finanziario) qual è la sua ricetta magica?

Serve spegnere al più presto questa truffa legalizzata. Ecco la blasfemia. Tuttavia, considerati i milioni di persone che hanno fatto i propri calcoli finanziari contando sull’AVS, serve una soluzione di progressivo spegnimento del sistema senza scossoni, verosimilmente sull’arco di circa 40 anni. Personalmente sono del 1977 e nella mia pianificazione previdenziale considero l’AVS quello che ho detto sopra: un’imposta sul reddito che verosimilmente non mi darà alcun beneficio al momento del mio pensionamento, ad 80 anni di età. In realtà spero di poter lavorare fino a poco prima della mia morte, secondo molti studi accademici la migliore cura per una longevità con cervello e corpo funzionanti.

Con l’Istituto Liberale abbiamo pubblicato nel 2013 e poi nel 2016 un volume dedicato proprio ai problemi strutturali dell’AVS e a una via d’uscita realistica e ragionevole. Il segreto sta nell’ottava meraviglia del mondo: la capitalizzazione composta. Pensi che investendo dai 20 ai 65 anni di età CHF 2’250 all’anno (meno di CHF 44 la settimana!) con un rendimento del 5% si otterrebbe una rendita tra i 65 e gli 85 anni (speranza di vita attuale) pari a quella dell’AVS. Tanto per dire che meccanismi a risparmio non sono solo per i ricchi. Un rendimento finanziario del 5% annuo può essere ottenuto con un mix di ETF (exchange traded funds n.d.a., ossia fondi di investimento) a basso costo ben diversificati tra azioni di tutti i paesi del mondo, obbligazioni, materie prime, immobili in tutto il mondo. I crolli borsistici sono irrilevanti con questi orizzonti temporali.

La proposta concreta? L’AVS verrebbe subito spenta per i nuovi salariati, per esempio gli apprendisti, che entrerebbero in un sistema a capitalizzazione; senza strafare, i contributi AVS dei giovani salariati andrebbero nel 3° pilastro, maggiorato reso più libero. Chi oggi ha tra 20 e 65 anni potrebbe scegliere se proseguire con il sistema attuale oppure farsi restituire i contributi e passare ad una soluzione a capitalizzazione. Agli anziani verrebbero garantite le rendite che sono state loro promesse. Il buco di finanziamento verrebbe coperto con debito pubblico, da abbattere sull’arco di vari decenni, a beneficio di tutti. Nel giro di 45 anni, senza scossoni, i problemi di cui parliamo sarebbero solo sui libri di storia.

Le dico un’altra cosa: pensi che investendo CHF 15’000 al 5% annuo al momento della nascita di una persona si genererebbe tra 65 e 85 anni una rendita come quella dell’AVS! Questo dà pure l’idea dell’inefficienza dell’AVS così come funziona oggi.

Passiamo alla pensione professionale (2° pilastro). C’è qualcosa che non va? Se sì, che cosa esattamente? Quali provvedimenti prenderebbe?

Oggi pochi sanno o si ricordano che la LPP (Legge sulla previdenza professionale), la quale ha reso obbligatoria l’affiliazione ad una cassa pensione, fu il controprogetto dei partiti di centro contro l’iniziativa comunista (avete letto bene!) degli anni ‘70 di statalizzare le pensioni, che allora erano già largamente diffuse tra i salariati svizzeri (un po’ meno in Ticino) ma prettamente su base contrattuale privata.

Come sempre, anche qui lo Stato ha messo lo zampino in un sistema fino ad allora sano e in equilibrio, tanto che guarda caso i problemi del secondo pilastro toccano la parte obbligatoria, oggetto del corsetto della LPP, e non quella sovraobbligatoria per salari molto bassi (sotto ca. CHF 22’000) o molto alti.

Rispetto all’AVS, il secondo pilastro ha perlomeno il vantaggio di essere basato sul risparmio individuale e di non dipendere pertanto dalla struttura demografica degli assicurati. Il problema riguarda tuttavia alcuni suoi parametri fissati per legge, in particolare il tasso di conversione, che al momento della pensione trasforma il capitale risparmiato in rendita fino alla morte (in caso di coniugi fino alla morte dell’ultimo coniuge superstite).

Ammettiamo che una persona abbia risparmiato CHF 400’000 e vada in pensione. Mediamente a 65 anni ha davanti a sé ancora 20 anni di vita (tendenza in aumento); senza rischio i mercati finanziari non rendono nulla, anzi causano interessi negativi (il mix di ETF mondiali per ottenere il 5% di rendita non va più bene per chi non può più permettersi perdite borsistiche momentanee dalle quali non farebbe in tempo ad uscire). Pertanto, CHF 400’000 diviso 20 fa CHF 20’000 annui, ossia un tasso di conversione del 5%. In realtà la cassa pensione deve anche pagare rendite invalidità, di orfani e di vedovanza, che mediamente costano un punto percentuale nel nostro calcolo. Pertanto il tasso di conversione matematico di equilibrio sarebbe oggi del 4%. Politicamente invece ammonta oggi al 6.8% (!!) e si litiga per qualche decimo di punto percentuale di modifica.

Cosa significa tutto ciò per l’uomo della strada? Da una parte di anno in anno il giovane Tizio diligentemente risparmia il suo capitale previdenziale; dall’altra ogni anno il fortunato e già pensionato Sempronio riceve una rendita (per esempio di CHF 6’800 riferiti ad un capitale di CHF 100’000) eccessiva (dovrebbe essere di circa CHF 4’000 per ogni CHF 100’000 risparmiati entro i 65 anni). La cassa pensione di fatto va a prelevare la differenza (CHF 2’800 nel nostro esempio) dagli averi di Tizio, trasformando lentamente il secondo pilastro in una ulteriore AVS che toglie a chi lavora per dare rendite esagerate a chi è in pensione. Questo problema non tocca tutto il secondo pilastro, ma solo la parte obbligatoria. Infatti, nel sovraobbligatorio i tassi di conversione sono già oggi coerenti con la matematica finanziaria, ossia più bassi e tendenzialmente attorno al 4%.

Frédéric Bastiat, un noto giornalista e saggista liberista dell’800, scriveva che “Lo Stato è quella finzione attraverso cui tutti cercano di vivere alle spalle degli altri”. Le distorsioni stataliste nella previdenza sono un ottimo esempio di questa tristezza.

La vera riforma sarebbe pertanto di cancellare le regole della parte obbligatoria della LPP e tornare al regime in vigore fino al 1985. Si potrebbe eventualmente mantenere l’obbligatorietà dei contributi, ma smettere di pretendere prestazioni che le casse possono solo finanziare consumando i risparmi altrui.

Andrebbe poi cancellata qualsiasi età di pensionamento, lasciandola come piena scelta individuale e permettendo soprattutto una progressiva riduzione del tempo di lavoro. Come le dicevo sopra, vi sono innumerevoli studi accademici che dimostrano quanto continuare a lavorare sia salutare, perché motiva la persona, mantiene il suo ruolo sociale, la obbliga a mantenere una disciplina e una cura di sé, la mette giornalmente in relazione con altre persone, la obbliga a confrontarsi con altri e a ragionare,… Tutte le persone di successo, nell’arte, business, politica, scienza continuano a lavorare quasi fino alla morte. Sarà un caso? La mentalità statalista invece ci pone un modello insensibile, inumano, pensato per l’epoca della catena di montaggio, con un’età di pensionamento rigida, talvolta obbligandoci ad abbandonare il posto di lavoro. La cosa buffa è che poi lo Stato propone un sacco di soluzioni per permettere al pensionato di “abituarsi” alla nuova situazione, a non subire lo shock, a trovare attività alternative. Se non fosse già davanti ai nostri occhi sarebbe difficile immaginare un sistema più idiota di quello attuale: mandiamo via gente in gamba e con esperienza dal lavoro e poi ci stupiamo che si annoiano, perdono i contatti sociali, vengono visti come un costo per la società e si ammalano?

Un’ulteriore riforma del secondo pilastro molto urgente è di prevedere un’unica aliquota di contributi salariali indipendente dall’età del lavoratore, uguale se ventenne o cinquantenne. Oggi migliaia di cinquantenni sono tagliati fuori dal mercato del lavoro proprio per colpa della LPP che, pretendendo contributi pensionistici molto più alti dei giovani, li rende fuori mercato.

Infine, una riforma del secondo pilastro molto semplice e di immediata attuazione consisterebbe nel lasciare al dipendente (anziché al datore di lavoro) la scelta della cassa pensione. Esattamente come avviene con il salario, i contributi pensionistici verrebbero bonificati ogni mese su un conto (vincolato) presso l’istituto scelto dall’assicurato. Una proposta del genere permetterebbe di consolidare le casse, creerebbe più concorrenza fra di loro e farebbe sicuramente nascere nuovi prodotti assicurativi secondo i bisogni delle persone, in particolare in vista di pensionamenti parziali dilazionati nel tempo. Sicuramente accelererebbe il risanamento delle casse pensione finanziariamente disastrate.

Non si riesce a frenare l’aumento dei costi della salute, i premi esplodono. Ognuno ha in tasca la sua soluzione, i partiti ne fanno tema di campagna elettorale. Come un sistema come il nostro possa costare “poco” o anche solo “meno” io non vedo. Mi illustri il Pamini-pensiero sulle casse malati.

Ormai parlare di sanità è una questione troppo emotiva e il cervello si spegne, a furia di sentire la storiella che si tratta di servizi estremamente importanti a cui non si può rinunciare.

Le faccio quindi un esempio allegorico molto semplice per capire il problema. Ammettiamo che si introduca in Svizzera un’assicurazione obbligatoria contro la fame. Ognuno paga mensilmente un premio, e se ha fame può andare a mangiare ad un ristorante. Il 10% del prezzo del piatto è pagato dal consumatore, il resto per metà dal Cantone e per metà dall’assicurazione contro la fame. Vi stupireste se la gente andasse di più di oggi al ristorante? E vi stupireste se la qualità e complessità dei cibi consumati aumentasse improvvisamente, visto che i clienti hanno uno sconto del 90% sulle consumazioni? Ricordiamo che le imposte e i premi dell’assicurazione contro la fame sono spese che non dipendono dal loro consumo personale. A quel punto sarebbe un gran fiorire di nuovi ristoranti. Allora lo Stato metterebbe una moratoria sull’apertura di nuovi ristoranti, per la felicità dei ristoratori esistenti. Poi visti gli alti utili, lo Stato determinerebbe i margini di profitto massimi, d’altra parte non è etico lucrare su chi viene a mangiare perché affamato. Pertanto i ristoratori inizierebbero ad aumentare i propri costi pur di aumentare la base di calcolo e il profitto assoluto. Allora lo Stato fisserebbe il numero massimo di tavoli per ristorante e il costo di ogni piatto. Si inizierebbe a mangiare in piedi. I cuochi non potrebbero più inventare ricette e sarebbero invece politici e burocrati a dettare come si prepara una frittata (a far quella son bravi). Nei parlamenti si dibatterebbe sul ricettario dei ristoranti. Poi tutto viene statalizzato e i ristoranti diventano grandi mense comuni con pochi menu standardizzati, i piatti razionati anche a chi ha sempre pagato i premi dell’assicurazione contro la fame, magari con l’argomento che se ha tanta fame anche dandogli oggi da mangiare non si può più escludere che domani torni di nuovo.

Penso che il concetto sia chiaro. Ci hanno venduto la LaMal come sistema per frenare l’aumento del costo della salute, ma in realtà ha accelerato le dinamiche. Oggi nessuno osa tirare il freno a mano e dire che la LaMal è stata un errore. La dimostrazione delle distorsioni causate dalla LaMal sono due settori medici fuori dalla LaMal nei quali il mercato medico ancora funziona (uuuh, Pamini ha detto un’altra bestemmia!). Si tratta dei dentisti e della chirurgia estetica. In entrambi i casi i prezzi sono cresciuti più lentamente del prodotto interno lordo. Quando è lui a pagare, il paziente cerca delle offerte, confronta, e decide se e quali servizi comprare. Strano vero? Eppure è così con qualsiasi professionista iperspecialista (avvocati, consulenti, architetti,….), perché non con un medico?

Sempre con l’Istituto Liberale abbiamo pubblicato pochi mesi fa un libro (per il momento in tedesco: https://www.libinst.ch/?i=zu-teures-gesundheitswesen) sulle distorsioni profonde del sistema attuale e sulle proposte di riforma. Una ragionevole è ispirata al sistema di Singapore dove il reddito procapite e la speranza di vita sono paragonabili a quelli svizzeri ma la spesa sanitaria è solo pari al 4% del PIL (da noi siamo abbondantemente sopra il 10%). Si tratta di lanciare un quarto pilastro a risparmio, i cui contributi siano deducibili fiscalmente senza limiti, personale, che serva a pagare i grossi costi sanitari che purtroppo dobbiamo affrontare a partire dai 50-60 anni di età. Anche qui usiamo il miracolo della capitalizzazione composta. Se l’assicurato muore, il saldo del conto entra nella massa ereditaria. L’assicurazione malattia coprirebbe solo i veri rischi della salute, come malattie congenite ecc.

Io la chiamo “follia climatica”, lei avrà un suo termine favorito. Vorrei incominciare da un’analisi psicologica della situazione politico-mediatica.

Facendo leva sul principio di precauzione applicato ad un tema estremamente complesso è stato trovato l’uovo di Colombo per promuovere più regolamentazioni, più tasse, più sussidi, istituzioni internazionali e soprattutto per delegittimare la nostra società capitalistica.

Nel mondo stiamo materialmente sempre meglio, inoltre in Occidente la (esagerata) generosità dello Stato sociale dà mille diritti e pochi doveri. Per di più e fortunatamente non ci sono più grandi guerre in Occidente da 70 anni. Tutto ciò è fantastico, ma psicologicamente manca sempre più una dimensione ideale verso la quale proiettarsi. Il generale calo di motivazione e percezione del senso della vita emerge in particolare tra i giovani cittadini e si manifesta per esempio nell’aumento di consumo di sostanze stupefacenti (alcol incluso) o nei comportamenti devianti, compresi gli abbandoni scolastici. Credo che la tematica climatica offra un’occasione ideologica interessante ai giovani d’oggi, che ovviamente non scendono in strada dopo aver letto la vasta, molteplice e complessa letteratura in materia.

Lei mi chiede un’analisi psicologica. Orbene, nella storia tutte le grandi culture hanno affrontato il tema del bene e del male, della vita e della morte, della creazione e della distruzione. Tutte le civiltà sanno che l’uomo ha dentro sé sia il germe di grandi opere sia di tremende distruzioni. Vi è una costante pulsione verso il sacrificio di qualcosa o qualcuno, che ha sia una connotazione distruttiva sia creativa. Uno dei tratti distintivi del Cristianesimo e della società occidentale è stato quello di identificare il soggetto da sacrificare in sé stessi (il primo esempio è dato da Gesù stesso che lascia crocifiggere sé stesso, non qualcun altro). In parole povere, il bene si ottiene quando si accetta di fare delle rinunce e si inizia a fare ordine in casa propria, responsabilizzandosi, ponendosi degli obiettivi per poter avanzare e idealmente poi aiutare gli altri, prendendo coscienza che noi siamo il motore dei risultati ai quali ambiamo. Tutti i peggiori eccidi invece, compresi quelli perpetrati da ideologie di sinistra (dati alla mano palesemente le peggiori: nel ‘900 circa 100 milioni di morti in tempo di pace a causa del comunismo, quando il nazismo di cui tanto si parla ne causò circa 6), hanno invece proiettato su qualcun altro la necessità psicologica del sacrificio. Ecco, a mio giudizio per i giovani adolescenti con gli ormoni a mille è molto più immediato pretendere radicali misure in capo agli altri – sfruttando la scusa del clima – anziché fare ordine in casa propria.

Il discorso sul “surriscaldamento globale” non è nuovo (penso ad Al Gore, ecc.). Ma si è verificata una violenta escalation e ad oggi il frastuono è assordante, la pressione sul cittadino e sulla politica insostenibile. Come si è arrivati a un simile punto?

La dinamica generale è secondo me quella esposta sopra. Come tutti i fenomeni di diffusione, a crescita esponenziale, le idee e i fenomeni sociali impiegano spesso anni prima di prendere slancio. Quella che oggi è una moda irruente (e isterica) altro non è che la coda conclusiva in cui la velocità di crescita è diventata molto elevata. Dato che nessun trend può continuare all’infinito, normalmente è pure il momento in cui ci si avvicina rapidamente verso la fine della mania.

Al di là dell’uragano di parole e delle intimidazioni, la domanda fondamentale rimane: “il riscaldamento è reale?”

Il riscaldamento è reale, ma da quanto ho capito leggendo e parlando con chi è più esperto di me (1) fa una differenza come lo si misura e (2) bisogna determinare quale quota è causata dall’aumento del CO2, di cui noi siamo concausa.

In merito al primo punto, capisco che sia meglio affidarsi alle misurazioni satellitari e dei palloni aerostatici, coerenti tra loro, anziché quelle al suolo influenzate da dinamiche locali come l’espansione delle città. In merito al secondo punto, capisco che da 40 anni i rapporti che riassumono lo stato della scienza continuano a dire che il raddoppio della concentrazione di CO2 nell’atmosfera potrebbe causare un aumento della temperatura media tra 1.5 e 4.5 gradi. Il che è una forchetta non da poco, se per di più serve a legittimare politiche selvagge di modifica dei nostri stili di vita e di tassazione. Ditemi come fate a determinare una “tassa ottimale” quando l’incertezza dell’effetto del CO2 varia con un fattore 3.

Le chiedo ora di fornirmi due percentuali: % di CO2 nell’aria; % di CO2 attribuibile ad attività umane.

Siamo oggi attorno a 400 ppm (parti per milione) di CO2, ossia allo 0.04%. Si dice che all’inizio dell’industrializzazione, ossia 250 anni fa, ci si aggirava attorno alle 300 ppm. Anche esagerando, in due secoli e mezzo le attività umane hanno emesso lo 0.01% della CO2 nell’atmosfera (al netto di quanto assorbito dalle piante e dall’ambiente, ma pur considerando che i mari riscaldandosi potrebbero invece aver rilasciato CO2). Insomma, siamo attorno al decimo di millesimo…

Il 97% degli scienziati… (come continua lo sappiamo). Ma allora, mi scusi, noi Negazionisti siamo proprio dei cocciuti somari!

La cosa curiosa è che anche la scienza main stream dice che è probabile il ruolo dell’uomo, ma non lo dà per certo e si tiene aperta la porta per ritrattare. Si pensi inoltre alla larghezza della forchetta menzionata sopra sulla sensitività della temperatura al variare della concentrazione di CO2. Parlare di negazionismo pertanto è una sciocca tecnica retorica da rimandare immediatamente al mittente.

Io sono un economista politico per il quale gli incentivi di politica e burocrazia nel cavalcare questa nuova scusa regolatoria sono lapalissiani. Ecco perché leggo molto attentamente ciò che ha da dirci la comunità scientifica. Da accademico a tempo parziale, io stesso con varie pubblicazioni alle spalle in riviste scientifiche soggette a revisione (peer reviewing), so bene come funzionano certe dinamiche e come varie comunità scientifiche con idee simili si aggreghino ognuna attorno alla propria rivista, di fatto riducendo la permeabilità di idee radicalmente diverse. Non è un caso che tutti i cambi di paradigma scientifico siano sempre arrivati da gruppi marginali e mai dalla comunità principale.

Parlare pertanto di consenso scientifico significa non conoscere i meccanismi dell’avanzamento della conoscenza. Nel caso del clima, mi pare di capire che gli astrofisici e i fisici dell’atmosfera abbiano raccolto in questi decenni vari dati sperimentali sul corto termine (giorni) fino alle ere geologiche (milioni di anni) per sostenere che almeno una parte preponderante della variazione della temperatura terrestre sia causata da variazioni dell’attività del Sole. In particolare, il vento solare proveniente da un Sole più o meno attivo sembrerebbe deviare o meno i raggi cosmici che colpiscono la Terra e che contribuiscono a formare le nubi ionizzando l’atmosfera; le nubi avrebbero un effetto netto raffreddante perché riflettono i raggi solari. La CO2 varierebbe nell’atmosfera sì con la temperatura, ma con circa 400 anni di ritardo, rilasciata dagli oceani quando la temperatura è già aumentata. Non ho le competenze e il tempo per giudicare di prima mano, ma mi paiono lavori basati su dati sperimentali, quantomeno non da rigettare complessivamente con la scusa che siano di negazionisti finanziati dalle lobby del petrolio.

Chi è Greta Thunberg, con quali occhi la vede?

Francamente mi colpisce come una ragazzina della sua età venga utilizzata per qualcosa molto più grande di lei. La campagna comunicativa è davvero eccezionale. Ha ormai imboccato una via personale del non ritorno, perché quando ci si profila in questo modo il futuro è indelebilmente collegato al messaggio che si porta. Spero per lei che ci creda anche tra qualche anno, altrimenti saranno grandi sofferenze psicologiche le sue. Speriamo per lei che presto la gente l’avrà dimenticata. Mi piacerebbe infatti davvero capire come stia vivendo dentro di sé questa forte esposizione mediatica personale. Sarebbe davvero strano se già a quell’età avesse sviluppato una vocazione, soprattutto per trasmettere dei messaggi su temi di cui ovviamente non ha un’idea maturata di prima mano mancandole ancora un qualsiasi studio specialistico, anche al di fuori delle scienze naturali.

I Negazionisti alludono senza sosta a “tenebrose, potentissime lobby” che dall’isteria climatica “la terra brucia!” potranno trarre guadagni immensi. Ma è un discorso troppo vago. Puntiamo il dito con maggior precisione.

La spinta politica verso le rinnovabili in realtà arricchisce i produttori di fonti fossili, perché (1) i pannelli fotovoltaici e le pale eoliche non li si producono con le rinnnovabili e soprattutto (2) perché servono centrali elettriche di riserva quando mancano sole e vento, tipicamente centrali a gas che vanno rapidamente in produzione. Capisco che il sogno di alimentare le centrali a gas con combustibile sintetizzato nei momenti di sovraproduzione da fonti rinnovabili (power to gas) è ancora abbastanza lontano.

La vera lobby che non ha saputo promuovere sé stessa è certamente quella del nucleare. Eppure vari ambientalisti si sono ormai accorti che, anche accettando la tesi del riscaldamento climatico causato dall’uomo, la risposta senza distruggere radicalmente il nostro benessere è appunto il nucleare, senza immissioni. Il nostro benessere dipende direttamente dal consumo di energia procapite, e lo stesso vale per 5 miliardi di persone in Africa e Asia che stanno per uscire dalla povertà assoluta. Difficile far andare l’industria siderurgica africana con i pannelli solari… A titolo di esempio, gli interessati cerchino online le posizioni di Michael Shellenberger, un attivista ambientale californiano.

Finale con domande a ruota libera

Come si è sentito nel giorno in cui ha perso il seggio?

Con qualche ora in più da dedicare ad altri interessi e passioni, figli compresi, ma con un po’ di rammarico di non poter continuare a produrre in prima linea atti parlamentari. Sicuramente sarebbe stato stimolante poter ingaggiare di petto in Gran Consiglio i nuovi deputati rossoverdi. Con Matteo Pronzini ci lanciavamo talvolta in dei botta e risposta, che ricordo con piacere.

Lei non pensa che il Pamini-pensiero possa sembrare bizzarro a molte persone?

Sarebbe strano il contrario. Come intellettuale attivista ci tengo a stimolare le persone a riflettere, fornendo visioni che spero non essere banali. Per quanto talvolta bizzarre, le assicuro che tutte le mie sortite sono ben pensate, documentate e sostenute con fatti e ragionamenti. Per questo anche chi lo sa un po’ le teme e cerca di evitare il discorso di fondo, rimanendo sulle banalità di superficie. Sortite profilate hanno anche questo vantaggio: permettono di distinguere gli imbecilli capaci solo di commentare l’apparenza da chi ribatte per le rime con argomenti di sostanza, in quel caso spesso facendo partire una discussione gratificante per tutti.

D’altra parte, con la mediatizzazione di oggi bisogna correre il rischio di andare lunghi se si vuole attirare l’attenzione di qualche persona su nuove idee. Per il motivo che le dicevo sopra, la mia pagina facebook è aperta a chiunque e partecipo regolarmente alle discussioni con chi scrive. Incluso un manipolo di haters ai quali fornisco un’autoterapia di sfogo stimolando la loro scrittura (si vedano i lavori scientifici di Pennebaker sulla cura degli psicotici).

Nella mia crescita intellettuale ho avuto la fortuna di confrontarmi con dei maestri che mi hanno abituato a guardare oltre la prima apparenza. Cerco di far partecipi altre persone a quel brivido che si prova quando si comprende qualcosa in un nuovo modo.

Quale via intravvede per il suo rilancio politico?

Ho mangiato politica in casa fin da ragazzo, l’ho vissuta internamente ai movimenti partitici giovanili e l’ho poi studiata come economista politico e ricercatore di think tank liberali e liberisti. Poter mantenere l’integrità e coerenza delle proprie posizioni comporta scalare la parete nord dell’Eiger anziché prendere scorciatoie facili o il trenino dei compromessi. Ho la fortuna (e l’accortezza) di non vivere di politica, il che mi permette di dire e scrivere ciò in cui credo. La politica per me è in primo luogo una passione intellettuale e non una strategia di carriera professionale. In un sistema di democrazia semidiretta come il nostro c’è un ruolo sociale di intellettuale attivista che mi interessa assumere. Se all’occasione, come nel 2015, si aprono poi possibilità concrete di elezione, tanto meglio. Dal 2015 al 2019 sono stato uno dei Granconsiglieri ticinesi che ha prodotto più atti parlamentari elaborati, per lo più proposte di legge fatte e finite. Oggi continuo a farlo dietro le quinte. Si può dire di tutto delle mie proposte ma non che io lo faccia per tornaconto personale.

Anzi le dirò di più. Con AreaLiberale stiamo per lanciare il Ginnasio Liberalconservatore, un gremio di cittadini che si metteranno a concepire e formulare atti parlamentari concreti che verranno depositati in Gran Consiglio. Porteremo i cittadini in Parlamento e il Parlamento tra i cittadini. Formeremo degli esperti settoriali. Saremo in grado di coinvolgere il territorio e fare rete. E se riusciremo aiuteremo nuovi politici ad emergere. Il Ginnasio Liberalconservatore sarà aperto a chiunque di area liberalconservatrice, uguale di quale partito. Desideriamo scalare in dimensioni e portata un modo di lavorare innovativo che abbiamo già testato. Un anno fa infatti una signora del Mendrisiotto scrisse una famosa interrogazione sui ricavi dei radar in Ticino, che io e Sergio Morisoli depositammo garantendo l’anonimato dell’autrice. Ne seguì una grande discussione pubblica. https://www4.ti.ch/poteri/gc/messaggi-e-atti/ricerca/risultati/dettaglio/?user_gcparlamento_pi8[attid]=98673

Sto proseguendo da anni con coerenza nella promozione di ciò in cui credo, cercando di condividere quel poco che so con più persone possibili e attirare nuove persone verso il nostro modo di ragionare. Le eventuali poltrone sono strumentali, non un fine.

Lei è il nuovo presidente di Area Liberale. Ci sono ancora dei Liberali nel PLRT, quanti sono e chi sono?

Avevo cercato di dare il mio contributo ai liberali nel PLRT quando nel 2007 rilanciammo il Circolo liberale di cultura Carlo Battaglini proprio come piattaforma di dialogo, approfondimento delle idee liberali classiche (non quelle “liberal”) e formazione personale. Poi seguirono i fattacci del 2011. Non mi sono mai pentito di aver seguito Sergio Morisoli nella via di AreaLiberale e lo rifarei. È la parete nord dell’Eiger di cui parlavamo. Ora che AreaLiberale ha deciso di non più correre nelle elezioni (Morisoli ed io facciamo politica partitica all’interno dell’UDC, al quale abbiamo personalmente aderito e dal quale siamo stati accolti davvero con calore) si apre la possibilità di lavorare piano piano al sostegno di tutta la corrente liberalconservatrice trasversale a UDC, Lega, PPD e PLR. Le porte del Ginnasio Liberalconservatore saranno aperte anche agli amici liberalconservatori di altri partiti, con i quali è importante fare rete. Tutti i nostri successi degli ultimi anni li abbiamo ottenuti in questo modo, pensiamo al Referendum finanziario obbligatorio, all’insegnamento della civica nella scuola dell’obbligo o alla bocciatura della Scuola che (non) verrà. Il maggioritario disterà ancora anni e anni, ma è il caso di iniziare a prepararsi. Sono convinto che posta così AreaLiberale possa dare un contributo distintivo al centrodestra senza inutilmente schiacciare piedi qua e là, bensì stimolando ciò che ci accomuna. Personalmente credo che nel contesto attuale il partito politico, seppur con tutti i distinguo che vorrete, che più si avvicina a posizioni liberali in Svizzera e in Ticino è l’UDC. In particolare perché coerentemente incentrato sull’idea di sussidiarietà e conscio dei vantaggi del modello svizzero, da salvaguardare coi denti.

Per dare una risposta secca alla sua domanda sui presunti liberali nel PLR: aspettiamo almeno un anno di votazioni in Gran Consiglio per capire se e chi tra i nuovi deputati (1) ha davvero un orientamento liberale e (2) ha il coraggio di esprimerlo nel momento decisivo del voto parlamentare. Sarebbe bello scoprire che sono aumentati rispetto alla scorsa legislatura (le posso mostrare qualche foto del tabellone dei voti a sostegno della tesi che erano meno delle dita di una mano sui temi decisivi).

Qual è il suo giudizio sul futuro di Lugano Airport, e in particolare sul Messaggio del municipio basato sullo “studio di San Gallo”?

Sono stato personalmente coinvolto in uno degli studi di fattibilità e per motivi di indipendenza professionale non posso esprimere alcuna opinione al riguardo.

I Molinari manifestano per le strade il 14 settembre. Dovranno lasciare il Macello?

Non per forza, basterebbe che iniziassero a pagare un normale canone di locazione smettendo di fare i parassiti sulle spalle dei contribuenti cittadini, tra i quali chi scrive. Se la sinistra tiene tanto alla scena aperta del Molino, basta costituire una fondazione o un’associazione fiscalmente esente, mettere le mani nelle proprie tasche e sostenerli in modo che possano coprire i propri costi. Così funziona il mondo degli adulti; solo i bambini pretendono che siano altri a pagare per i propri capricci. Riconosco tuttavia una forte capacità di realismo da parte di Giorgio Giudici, Giuliano Bignasca e Pietro Martinelli negli anni ‘90 quando riuscirono a buttare acqua sul fuoco. Dopo più di 20 anni è tempo che anche l’autogestione diventi adulta.

Ultima domanda, sull’Italia. La mossa di Salvini è stata machiavellica o autodistruttiva? Quale futuro, a breve, per la Repubblica?

Faranno la nuova finanziaria che includerà un aumento delle imposte, in particolare l’IVA e forse anche la patrimoniale. Seguirà un’ulteriore crisi di governo in primavera 2020, e Salvini riuscirà a profilarsi in modo ancor più pronunciato. Non vedo invece nell’immediato un miglioramento delle autonomie regionali, considerato che Salvini è ormai un nazionalista. A lungo andare credo che la finanza pubblica italiana collasserà su sé stessa, come fece la Russia comunista. Ma possono passare ancora molti anni. Potrebbe anche succedere che l’Italia esca dall’Euro e svaluti la Lira, un metodo più semplice di espropriare la propria popolazione. Di certo quando cade l’ultimo fiocco di neve e parte la valanga, poi le cose succedono rapidamente. Speriamo solo che si eviti una guerra civile e che non muoiano troppe persone. Forse il Veneto riuscirà a trovare il coraggio e l’occasione di chiudere una parentesi di occupazione durata 230 anni e tornare uno Stato sovrano, con la propria lingua. Nell’immediato tutto ciò è di supporto all’economia ticinese, ma aumenta ulteriormente le pressioni sul nostro mercato del lavoro. Abbiamo due poli economici di riferimento: Zurigo e Milano. Sarebbe sciocco credere che quello più vicino per distanza e cultura affondi senza conseguenze per noi.

Esclusiva di Ticinolive