Benjamin Netanyahu potrebbe presto essere costretto alle dimissioni, forse, questa volta, per davvero.

Dopo ben dodici anni alla guida dell’esecutivo della nazione ebraica, pochi giorni dopo la tregua siglata con i combattenti palestinesi di Hamas, Netanyahu potrebbe dimettersi: al suo posto arriverebbe Yair Lapid, centrista e leader del partito Yesh Atid, da tempo fortemente critico con Netanyahu.

Recentemente, il capo della formazione di destra radicale Yamina, Naftali Bennett, ha annunciato la propria intenzione di sostenere Yair Lapid: un tentativo andato a buon fine, quello del centrista, di ottenere una maggioranza parlamentare per formare un nuovo governo. Bennet ha infatti annunciato che farà “tutto ciò che è necessario per formare un esecutivo di unità nazionale” con “il suo amico Yair Lapid.”.

Per Netanyahu l’appoggio di Bennett a Lapid sarebbe nentemeno che “un pericolo per la sicurezza di Israele”; “la truffa del secolo”.

Se l’appoggio di Bennet a Lapid è fondato, allora chi entrerà al governo, potrebbe essere la destra radicale israeliana. Nei confronti della Palestina, la risposta della destra radicale israeliana di Naftali Bennett sarebbe ancor più intransigente: Bennett è infatti favorevole alla linea dura contro Hamas e l’Iran, e da sempre sostiene la legittimità dell’annessione dei due terzi della Cisgiordania occupati dall’esercito israeliano dal 1967.

Già ministro dell’Economia e della Difesa, Bennet ha condotto con successo la campagna di vaccinazione (Pfizer è il vaccino ebreo per antonomasia), coinvolgendo fortemente l’esercito, ed escludendo, dalla campagna stessa, i palestinesi.

Per Bennett, inoltre, “non è mai esistito uno stato palestinese” e l’occupazione ebraica non sussiste, egli pensa anche che “i terroristi devono essere uccisi, non liberati”.

Se la Repubblica islamica dell’Iran dovesse perseguire in politiche anti-ebraiche, Bennet ha promesso di trasformarlo nel “Vietnam del medioriente”:

Il dopo-Netanyahu, quindi, si prospetta ancora più intransigente.