Cronache dalla repubblica dell’iperbole – di Paolo Camillo Minotti

L’amico Paolo Camillo Minotti mi manda – con gli auguri di buone Feste, che contraccambio di cuore – questo lungo e solido pezzo, scritto per le “Cronache dell’ALS”, l’Alleanza Liberi e Svizzeri. (fdm)

Oltre ai problemi di politica nazionale (dove il Consiglio federale ha sempre più la tendenza ad agire deliberatamente contro la volontà popolare: vedasi l’iniziativa per l’espulsione dei criminali stranieri e l’iniziativa per l’internamento a vita dei criminali pericolosi, che il nostro Governo si rifiuta ostinatamente di mettere in applicazione, come sarebbe suo dovere fare; per non parlare dei sotterfugi e delle manovre losche per portarci nell’UE senza dircelo apertamente, anzi asserendo ipocritamente il contrario….), anche nella politica ticinese ci sono dei malvezzi di cui si fa fatica a farsi una ragione.

Va detto preliminarmente che viviamo nel paese della panna montata, cioè dell’enfasi eccessiva data a ogni deliberazione o decisione anche banalissima: ciò che i politici e i giornali di 50 o 100 anni fa avrebbero sbrigato in una frase, oggi occorrono paginate trite e ritrite per descriverle. Così se il Municipio di Lugano (per dire a caso) riduce il deficit previsto da “x” a 40 milioni di franchi, i giornali e i commentatori parlano di “programma di lacrime e sangue” oppure di grande exploit e di immane successo, conseguente a uno sforzo rigoroso ecc. ecc., quando la verità è che si sono prese misure doverose ma molto all’acqua di rose.

Finanze cantonali allo sbando

Stesso discorso vale per le finanze cantonali, con l’aggravante che a Bellinzona non c’è un sindaco e nessuno dei consiglieri di Stato sembra essere in grado anche solo di fare una diagnosi chiara della situazione, che è preoccupante. La ministra delle finanze mancadi autorevolezza e poi ha il peccato originale di essere stata eletta con i voti socialisti, e lo si vede da quello che fa (o che non fa): come i socialisti predica la “simmetria dei sacrifici”, si oppone cioè a risparmi incisivi che non siano accompagnati pure da aumenti delle entrate ovvero da aumenti di tasse e balzelli vari; inoltre postula il cosidetto freno ai disavanzi e il moltiplicatore cantonale d’imposta perché non vuole il freno alla spesa (che, orrore!, era postulato da Marina Masoni).

A proposito di “simmetria dei sacrifici”, occorre dire che si tratta di una truffa semantica degna di nota: il suo significato reale è che si vuole togliere ai poveri cristi (il ceto medio e medio-basso) “attaccandoli su” con aumenti di balzelli a non finire (fatturando in modo esoso anche le prestazioni più insignificanti dell’ente pubblico: per es. la richiesta di un estratto di registro fondiario), per non toccare i grandi parassiti dell’ente pubblico, gli appalti a sbafo, e per rifiutare una riforma dell’Amministrazione cantonale che riporti l’organico a una dimensione proporzionata all’estensione e alla popolazione del paese, insomma nella media intercantonale.

Ma, a scanso di equivoci, tutto il Consiglio di Stato (nonché il Gran Consiglio e i partiti) – e non solo la ministra delle finanze – sono inadempienti al loro dovere. C’è incapacità di governare le finanze cantonali, c’è mancanza di volontà di tenere sotto controllo la spesa pubblica (che continua ad aumentare a un tasso molto più alto dell’aumento delle entrate fiscali e molto più alto dell’aumento del prodotto interno lordo).

Vi è qualche commentatore (in particolare Giovanni Galli sul “Corriere del Ticino”) che mette regolarmente in guardia sulla serietà della situazione; vi è il nuovo presidente del PLRT Rocco Cattaneo che dice qualche sana verità; Attilio Bignasca che mette il dito su qualche punto dolente….ma nel complesso non ne esce nulla; i partiti non riescono a mettersi d’accordo e sorge il dubbio che non abbiano alcuna volontà di risanare la situazione.

La nostra personale opinione è che ci vorrebbe una iniziativa dal basso (un comitato a una politica che non sa darsi una mossa e decidere, e che ponga le basi per un risanamento delle ente pubblico possa essere in grado di affrontare le situazioni future. Ma ci sono le forze sufficienti e la volontà nella società civile a tal fine? Forse le cose non vanno ancora abbastanza male, perché ci sia una reazione cosiffatta?

Fusioni dei Comuni: un falso problema

Di fronte a questa poco edificante situazione delle finanze cantonali, a questa incapacità di”fare scelte politiche incisive a livello cantonale, assistiamo invece a un decisionismo inconsueto da parte del Cantone…..per obbligare i Comuni a fusionarsi. Il Consiglio di Stato asserisce che una accelerazione del processo delle fusioni comunali sia indispensabile per gestire in modo razionale il Cantone e il suo territorio. Insomma: un Consiglio di Stato incapace di gestire come sarebbe suo dovere il Cantone vorrebbe andare ad insegnare ai Comuni come ci si deve fusionare per gestirsi meglio! Ma fateci il piacere!

In realtà c’è molta enfasi ingiustificata nel discorso sulle fusioni: da “cantiere strategico” a “priorità per il Cantone” e via discorrendo. Se la priorità del Cantone è che si gestiscano meglio …..i Comuni, non ci siamo proprio. In realtà le fusioni non risolvono di per sé nessun problema; si potrà forse risolvere meglio qualche problema se gli amministratori del futuro Comune più grande saranno avveduti nella gestione dello stesso. Ma non è detto che lo saranno.

Inoltre certi problemi territoriali (così come il tema dell’attrattività fiscale del Cantone) andrebbero affrontati a livello cantonale. La pianificazione del territorio, almeno nelle grandi linee, andrebbe fatta a livello cantonale, considerato chesiamo un fazzoletto di terra e che a livello di amministrazione cantonale ci sono già le “risorse umane” a tale scopo. A meno che si vogliano incoraggiare dei doppioni, cioè la duplicazione a livello di nuovi grandi Comuni della burocrazia già esistente a livello cantonale, un po’ sulla falsariga nel nostro piccolo di quanto si è fatto in Italia con la pseudo federalista “riforma Bassanini”, che ha ampliato le competenze e la burocrazia regionali senza diminuire corrispondentemente la burocrazia nazionale.

Nelle Valli un ragionevole accorpamento di Comuni è già avvenuto (in Valle di Blenio visono ora solo 3 Comuni: bassa valle, media valle e alta valle; in valle Maggia sostanzialmente pure – se si esclude la val Rovana che è rimasta per ora esclusa dal processo aggregativo – con soli 4 Comuni; la Media Leventina si è pure aggregata; la valle di Muggio si è pure accorpata; per la bassa Leventina e la Verzasca se ne sta discutendo). E si è trattato grossomodo di un passo positivo, perché tra i precedenti Comuni ve ne erano alcuni che non avevano più la forza demografica e la capacità di gestirsi confacentemente.

I nuovi Comuni hanno una taglia ancora controllabile e in parte rispecchiano una identità regionale o una comunanza sociale che già preesisteva (per es. la Lavizzara era già al tempo dei baliaggi una comunità unica, separata dal resto della valle Maggia; oppure la Media Leventina ha sempre ruotato attorno a Faido). Andare più in là di questo punto, unificando tutta la valle di Blenio o peggio ancora tutta la Leventina in un unico Comune (come il piano presentato dal Cantone ipotizza), sarebbe irragionevole. Qualcuno ha persino ipotizzato solo 5 Comuni in tutto il Cantone, che vorrebbe dire un Comune solo per il Locarnese e la Vallemaggia, come pure un Comune solo per le Tre Valli (Riviera, Leventina e Blenio). I “Comuni” che ne risulterebbero sarebbero talmente vasti che non potrebbero più essere chiamati comunità locali e della “prossimità” (che è la ragion d’essere e il punto forte dei Comuni) non avrebbero più nulla.

A quel punto tanto varrebbe sopprimere puro e semplicemente i Comuni, delegando tutto al Cantone. Per chi abita a Brissago o Sonogno o ad Airolo non si vede infatti che differenza passi tra il farsi amministrare da Locarno (o rispettivamente da Biasca) oppure Amministrazione cantonale di Bellinzona! agglomerazione locarnese sopravvivano ancora Comuni come Muralto, che territorialmente fanno parte a tutti gli effetti agglomerato; ma se i cittadini non ne hanno voluto sapere, ci saranno pure delle che amministrano la avventatezza, improvvisazione, la mania di grandezze, la retorica autoincensatoria e autoreferenziale hanno invece perlopiù sempre prevalso. La sindachessa è un misto difficilmente impronta genetica paterna è incancellabile) e di disarmante sprovvedutezza.

La “chiara stella” del Palacinema

Prendiamo il caso del Palacinema: si era partiti con un accordo con il Cantone per ubicare nel Palazzo delle ex scuole il Museo del territorio; ma una mattina la sindachessa si è svegliata e, senza neanche avvisare il Cantone del suo mutamento di opinione, ha lanciato l’idea di sistemare nello stesso edificio la Casa del cinema, cercando pure di coinvolgere nel progetto i Comuni della regione nella costituenda Fondazione.

Passati altri due anni, la sindachessa ha avuto una visione di una stella presuntamente chiara (un Hellstern, declinato al maschile, che gli ha promesso 10 milioni per costruire il Palacinema, ma a ben precise condizioni: a condizione di inserire nello stesso delle sale cinematografiche di cui né il Festival né i cittadini di Locarno sentono realmente la necessità, dato che le sale già esistenti nella regione rischiano la chiusura per mancanza di pubblico).

Il Municipio ha un bel dire che la donazione non implica che le sale saranno date in gestione alla società degli Hellstern e che al momento venuto la gestione verràmessa a concorso. Ma pochi credono che la donazione sia stata effettivamente fatta senza nessuna promessa di contropartita. Ma quel che più conta è che, per la fretta di salire sul carro degli Hellstern, si è dato avvio a un progetto di palacinema un po’ avventato, senza le necessarie garanzie sulla futura gestione, senza garanzie di poterlo riempire effettivamente con tutti i contenuti (in parte solo ipotetici) che vi si vorrebbero inserire: dalla scuola di cinema (attualmente a Lugano) alla cineteca nazionale, eccetera. Insomma: le solite improvvisazioni e le solite manie di grandeur.

La sola certezza è che si spenderà un sacco di soldi per un’opera che non è neanche vero che risolve i problemi del Festival, per il quale l’esigenza più sentita sarebbe quella di migliorare l’assetto delle mega-sale nel Palazzetto Fevi soprattutto quando in Piazza Grande piove (quelle previste nel Palacinema non servono allo scopo perché sono comunque sale di piccola o media grandezza). In più si stravolgerà un edificio storico come l’edificio delle ex scuole facendogli una sopraelevazione deturpante in stile moderno. E fra pochi anni si dovrà spendere una somma equivalente, o di poco inferiore, per mettere mano alla ristrutturazione del Fevi.

Il conformismo mediatico

In tutta questa vicenda e in parecchie altre che (per modo di dire) ci allietano, ciò che è insopportabile è soprattutto l’enfasi massmediatica che viene data a determinati progetti. Senza nessuno spirito critico, senza interrogarsi e interrogare i responsabili sulla fondatezza delle loro affermazioni. Questo fenomeno diventa in certi momenti quasi insopportabile. Non se ne può più. Qui va detto anche con chiarezza che i giornalisti che si limitano a far da megafono ai vari poteruncoli locali, enfatizzando come avvenimenti epocali anche le più sciocche stupidaggini esternate da municipali, sindaci e sindachesse vari, non vanno chiamati giornalisti ma piuttosto “leccapiedi” o “passacarte” o “incensatori a comando”. Tutte specie che abbondano nelle redazioni dei giornali ticinesi.

Questo tipo di giornalismo fa un grande danno al Paese, perché ottunde lo spirito critico su cui si basa la democrazia, salvo poi in certi casi riservare delle sorprese, nel senso che la gente talvolta – stufa delle mistificazioni dei leccapiedi – si ribella e vota No nei referendum. Per cui alla fine questo tipo di giornalismo servile non è neanche efficace: non basta cioè a garantire i detentori del poteruncolo in questione di averla sempre vinta. Almeno finché ci si lascerà votare (perché a livello federale qualche esperto o giudice federale in pensione ha già consigliato al Governo di ridurre drasticamente i diritti popolari). Concretamente la questione è questa: il difficile è raccogliere le firme, ma una volta raccolte le firme di solito certi progetti malfondati (anche se supportati da tutti i leccapiedi della repubblica) non passano.

Paolo Camillo Minotti