Il Relativismo Culturale che fa Male alla (Nostra) Cultura

Sacco di Roma

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Se ne parla spesso, del relativismo culturale. Ma cosa significa, esattamente? E’ la moda dell’epoca, certo. Più o meno tutti gli pseudo acculturati usufruiscono del termine, per portare avanti speciose articolazioni di loro discorsi. Per molti è la contestualizzazione. ma non è così. Eccone un “Pensiero del Giorno”, a riguardo.  

Il relativismo culturale è l’autodistruzione di un popolo. Come parteggiare per Annibale anziché per Scipione, per i Borgognoni anziché per Giovanna d’Arco, per il Saladino anziché per Riccardo Cuor di Leone, per Solimano contro Marcantonio Bragadin.
Il relativismo è l’andar contro la propria storia, senza la quale, oggi, non avremmo ciò che abbiamo e non saremmo ciò che siamo, in nome di un acefalo livellamento senza nervi né spirito vitale.
E non è affatto il sapere contestualizzare (es. Il Barbarossa fu sconfitto al Nord, in quanto patria dell’autodeterminazione, che sarebbe poi evoluto in Signorie; ma acclamato a Roma patria dell’ottica imperialista della Renovatio Imperii).
Il relativismo, (quello che considera le Crociate un’invasione anziché una difesa; Poitiers e Lepanto delle scaramucce, la Vandea non un genocidio ma un orrore necessario) figlio della globalizzazione, mira a creare una pacifica quanto amorfa sottomissione all’altro, e a privare dell’anima il corpo del nostro passato.
Chi non difende il proprio passato, perde il proprio presente. Chi accetta la visione del nemico, in nome della pace, si sottomette a questi.
“Chi vede entrambi i lati di una questione, é perché non riesce a vederne nessuno dei due” disse Oscar Wilde.

Chantal Fantuzzi

  • pseudoacculturato

    Non vorrei apparire uno pseudo acculturato… anche se oggettivamente potrei perfino esserlo. Tant pis. Tuttavia avrei scritto diversamente il capoverso introduttivo. Proviamo?

    “Si parla spesso di relativismo culturale. Tale concetto, di moda attualmente, viene spesso usato – da più o meno tutti gli pseudo acculturati – anche per portare avanti speciose considerazioni discorsive. Ma che cosa significa esattamente? Per molti significa “contestualizzazione”. Ma non è così. Il “Pensiero del giorno” vuol dire la sua a tale riguardo.”

    Mi sembra più scorrevole. Meno intricato. Si potrebbe ancora fare di meglio, ovviamente. Questo per dire che tutto è relativo? No certo, però bisognerebbe fuggire dalle contraddizioni. Perché se si difende il popolo bisognerà fare i conti anche con gli pseudo… qualcosa. Il fatto disturbante, se così posso esprimermi, è che – “pseudo qualcosa” – risulta essere un tipico modo di dire, spesso tranciante, usato dalle varie élite circolanti per mettere a tacere soprattutto i tentativi di contestazione che arrivano dal… dal basso.

    Così come c’è chi ci spinge all’uso spregiativo del termine popolo. Anche perché qualche benpensante, con ogni probabilità, vuole riportarci al fascino “esclusivo” (da: escludere) di un’antica e mai dimenticata condizione: quella plebea. Proprio nella sua accezione meno gratificante, cioè quella parte di popolo alla quale non sono mai stati riconosciuti molti diritti. E nemmeno particolari qualità.

    Anche se alcuni di loro (i benpensanti) fanno magari parte di quei sottili estimatori della cosiddetta «cultura popolare», faticano tuttavia ad accettare l’idea che chi fa “cose popolari” possa anche rivendicare dei diritti oltre quelli di poter produrre, per esempio, oggetti d’arte popolare. Per cui dopo il “vernissage”, via col fuoco di sbarramento contro tutto ciò che viene altrimenti espresso dal popolo.

  • Bernardino Damonti

    Il relativismo culturale parte dal riconoscere la legittimità del multiculturalismo;è il rifiuto della pretesa dell’egemonia di una cultura quale portatrice di valori assoluti che poi in pratica e la storia lo insegna è quella che riesce a imporsi con la forza. Il caso del colonialismo da parte della civiltà occidentale a matrice cristiana è emblematico.
    Come nella scienza si procede per ipotesi da verificare o da confutare a dimostrazione che la verità non è una volta per tutte,ritengo che in etica e a maggior ragione considerando la complessità della disciplina già solo per le variabili in gioco dove si mescolano razionalità,irrazionalità(sentimenti,emozioni)ruolo delle religioni delle tradizioni,è soltanto dal confronto aperto fra i vari punti di vista,che vuol dire essere disposti a mettere in discussione il proprio,che sia possa arrivare a risultati.È una posizione forse minimalista,meno ambiziosa di quella che pretende di reggersi su valori assoluti ma che ritengo intellettualmente onesta,che aiuta a prevenire pregiudizi,è un antidoto al dogmatismo.
    Il relativismo(che non è il qualunquismo ma il riconoscere che la propria verità é magari solo provvisoria in ogni caso la rinuncia alla pretesa che possa essere indiscutibile)non é una teoria inventata a tavolino né un assioma caduto dal cielo ma nasce dal tentativo di affrontare problemi etici dopo che la pretesa di dare risposte in termini di assoluti non approda a risultato.
    Le critiche su base teorica ai difetti del relativismo(il confondere l’essere con il dover essere,la tolleranza come assioma ecc)sono sicuramente opportune ma arrischiano solo di spingere ad arroccarsi ognuno con la propria verità se non a gridarla con toni da guerre di religione, senza portare a risultato perché l’etica proprio in quanto tale è una disciplina pratica dove la saggezza conta più della sapienza