Libertà di espressione e reato di blasfemia? – di Giorgio Ghiringhelli

UNA SENTENZA DELLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO CHE POTREBBE COSTITUIRE UN PERICOLOSO PRECEDENTE PER CHI CRITICA L’ISLAM

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Salman Rushdie, autore dei “Versetti satanici”

Ghiringhelli si lamenta, e ad alta voce, del fatto che le sue lettere e prese di posizione non vengano pubblicate dai media. Ma, i suoi articoli sono esattamente ciò che i  media non pubblicano. Non li pubblica il Giornalista; non li pubblica il suo Direttore; e neppure l’Editore. 

Un rimedio ci sarà? Probabilmente no e quindi lo esortiamo a portare pazienza.

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Oggi un tipo mi ha detto: “Quando il disastro sarà successo ci verrà data ragione”. Ho risposto (qualcosa dovevo pur dire): “È consolante, mi piace. Ma sarà tardi, terribilmente tardi”.

Mia moglie, appassionata lettrice, è alle prese con “Radetsky Marsch” del grande Roth, e s’immerge ogni giorno nell’atmosfera decadente e putrida di un Impero prossimo alla fine. Loro avevano un imperatore da perdere: nel 1914 Francesco Giuseppe, nel 1918 l’effimero Carlo I.

Ghiringhelli è la nostra Cassandra e i suoi gridi d’angoscia si perdono nel vento.

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Quando la libertà di espressione può essere limitata per preservare la pace religiosa

Negli scorsi giorni la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha preso una decisione che potrebbe costituire un pericoloso precedente giuridico per chiunque, appellandosi alla libertà di espressione, osi criticare una religione o una divinità. I giudici hanno confermato una multa di 480 euri o 60 giorni di prigione inflitta in Austria a una signora (Elisabeth Sabaditsch-Wolff) che nel 2009, durante un seminario da lei diretto e dedicato all’Islam, dopo aver ricordato che una delle mogli di Maometto (Aisha) aveva 6 o 7 anni al momento del matrimonio, aveva aggiunto il seguente commento : “56 anni da una parte e 6 dall’altra : se questa non è pedofilia, allora cos’è ?”. I fatti raccontati dalla signora Sabaditsch-Wolff non sono contestabili. Ma l’interessata fu condannata in prima istanza perché ritenuta colpevole di aver usato impropriamente il termine di “pedofilo” , denigrando in tal modo una religione riconosciuta dalla legge del suo Paese , e di non aver dato al pubblico delle informazioni neutre sul contesto storico in cui tali fatti erano avvenuti.

In particolare il giudice austriaco che aveva emesso la condanna, successivamente confermata in appello, aveva concluso che il rapporto sessuale fra Maometto e Aisha non poteva essere considerato di natura pedofila visto che il matrimonio durò fino alla morte di Maometto ( quando sua moglie aveva 18 anni) , e dunque non si poteva affermare che egli fosse attratto esclusivamente da minorenni. Confermando questo discutibile verdetto, i giudici di Strasburgo hanno stabilito che, allo scopo di preservare la pace religiosa, la libertà di espressione può essere limitata quando certe dichiarazioni possono essere considerate offensive e blasfeme dai credenti di una determinata religione.

Fino a che punto si potrà criticare una religione?
Una sentenza, questa, che potrebbe essere utilizzata in particolare dagli islamisti per soffocare sul nascere ogni critica rivolta verso l’Islam e per continuare senza ostacoli il processo di islamizzazione dell’Europa, che ha per obiettivo finale quello di sostituire la democrazia con la legge coranica, ossia la sharia.

Del resto è già da diversi anni che i 57 Paesi islamici facenti parte dell’OCI ( Organizzazione per la cooperazione islamica) fanno pressioni sull’ONU affinché venga introdotto in tutto il mondo il reato di blasfemia, destinato a punire chiunque offenda con parole o atti ciò che per altri è divino o sacro.

Dopo la sentenza della CEDU è lecito chiedersi fino a che punto sarà possibile esprimere critiche contro l’Islam ( o contro qualsiasi altra religione) senza offendere i suoi seguaci e senza incorrere in guai giudiziari . Si potranno ancora pubblicare vignette satiriche e irriverenti ? Si potranno ancora dire certe sgradite verità, e cioè ad esempio che il Corano strabocca di versetti offensivi, violenti e di istigazione all’odio verso gli infedeli , e che la sua diffusione in Europa – e soprattutto la sua messa in pratica- rappresenta un pericolo mortale per la democrazia e per tutte le nostre libertà ? Oppure in nome della pace religiosa non si potrà più dirlo ?

Il reato di blasfemia punito con la morte nell’Islam
Il 5 agosto 1990 l’OCI aveva approvato al Cairo la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo islamico”, il cui articolo 22 stabilisce che “ogni uomo ha il diritto di esprimere liberamente la sua opinione, purché essa non sia in contrasto con la sharia”. In un Paese in cui è in vigore la legge coranica, dunque, il musulmano non ha il diritto di criticare la propria religione e le regole stabilite dalla sharia , e chi lo fa vien considerato un eretico, un apostata o un blasfemo e rischia la galera, la fustigazione o la morte, specialmente se offende Allah e Maometto.

V’è chi fa rilevare che il Corano non prevede punizioni corporali per chi si macchia del reato di blasfemia. Il versetto 57 della Sura 33 si limita infatti a dire che “Quelli che offendono Allah e il suo Messaggero, Dio li maledice in questo mondo e nell’altro ha preparato per loro un castigo ignominioso”. Ma non tutti la pensano così. L’ex-musulmano Magdi Cristiano Allam (cfr. il Corriere del Ticino del 22 gennaio 2015) ritiene infatti che a far stato per i casi di blasfemia sia il versetto 33 della Sura 5, che recita “la ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al suo Profeta e che seminano la corruzione sulla Terra è che siano uccisi o crocefissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti e che siano esiliati sulla Terra ” .

Fatto sta che laddove la sharia è in vigore vi sono leggi sulla blasfemia che prevedono anche la morte per chi offende Allah o il suo Profeta. Ne sa qualcosa, ad esempio, la cristiana Asia Bibi , che otto anni fa era stata condannata a morte in Pakistan per una pretestuosa e assurda accusa di aver offeso Maometto, e che solo di recente ha potuto uscire di prigione dopo che la corte suprema del suo Paese ha riconosciuto la sua innocenza ( scatenando l’ira di orde di islamisti che la volevano impiccare).
Lo slogan “Je suis Charlie” sta passando di moda ?

E ne sanno qualcosa anche i giornalisti del Charlie Hebdo, uccisi da due fanatici musulmani perché ritenuti rei di aver offeso Maometto con delle vignette blasfeme e decisamente volgari. A quel momento – ricordate ? – quasi tutti in Europa si erano schierati a difesa della libertà di espressione, scendendo in piazza con magliette e cartelli con la scritta “Je suis Charlie”. Ma oggi il vento sta cambiando e chi offende Maometto arrischia di essere multato o di finire in prigione. C’è aria di resa e di sottomissione all’Islam, insomma, e chi si oppone a questa fine annunciata della società occidentale vien considerato da legioni di “utili idioti” e di traditori della Patria un becero islamofobo, un estremista di destra o un fanatico razzista… Quando l’Islam avrà conquistato l’Europa e la sharia avrà sostituito la democrazia avremo anche noi la nostra bella legge sulla blasfemia, come nel Pakistan e altrove. Con tanti ringraziamenti ai giudici della CEDU…

Giorgio Ghiringhelli

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NOTA su “Radetzky Marsch”.  Grande contributo alla letteratura scritto in tedesco da un autore rimasto ai margini della comunità letteraria, racconta la decadenza e il lento disfacimento dell’Impero d’Austria-Ungheria attraverso la storia della famiglia von Trotta, di recente nobiltà, dal 1860 al 1916. Sullo sfondo campeggia l’intramontabile figura del vecchio imperatore Francesco Giuseppe emblema vivente dei già idealizzati tempi passati, ma d’altro lato anche simbolo della senescenza e decrepitezza di una realtà politica avviata al tramonto, quella della dinastia Asburgo-Lorena che mantiene unito un Impero multietnico e cristiano; la devozione a tale sistema di valori viene contestata dall’ascesa di quelle forze centrifughe che minarono le fondamenta dell’Impero: gli aspri conflitti etnici, i nazionalismi, il populismo. La nostalgia per il passato perduto e l’angoscia per un futuro senza patria sono al cuore dell’opera matura di Roth. (…)