Silvio “scese in campo” un quarto di secolo fa. Com’eravamo allora? – di Umberto Giovine

Todos caballeros?  Silvio Berlusconi ha scelto la Sardegna per annunciare ieri la sua nuova “discesa in campo”. L’altroieri il suo partner virtuale (nel centro-destra) Matteo Salvin era andato ad Alghero, dove l’imperatore Carlo Quinto in visita mezzo millennio fa si affacciò al balcone e rivolto alla folla proclamò “Todos caballeros!”, Tutti cavalieri. E’ vero che – diceva Vittorio Emanuele II – “un sigaro toscano e un titolo di cavaliere non si negano a nessuno” ma ormai neanche Berlusconi potrebbe onorare una promessa elettorale del genere. Perché allora l’ex cavaliere del lavoro scende in campo e che cosa è cambiato dal 1994 quando pronunciò il suo discorso di investitura?

Nei due anni precedenti in Italia era successo di tutto. Crisi economica e monetaria galoppante, attentati sanguinosi della mafia in Sicilia (Falcone e Borsellino), a Roma, Milano, Firenze. Caduta del governo, crisi della coalizione CAF (Craxi, Andreotti, Forlani) e fuga di Craxi in Tunisia.

Interprete di un malessere nazionale senza precedenti, l’agenzia pubblicitariaTesta aveva fatto affiggere a Milano – epicentro della crisi – manifesti con un lattante e sotto scritto “Forza Italia!” Non ho mai chiesto a Berlusconi se quello slogan indovinato avesse influenzato la sua scelta del nome della nuova forza politica che andava a creare, grazie alle truppe cammellate messe a disposizione da Marcello dell’Utri con la disciplinata coorte di Publitalia.

Frattanto veniva eletto al Quirinale Oscar Luigi Scalfaro, un vecchio clericale noto fin lì per aver comminato, da giudice, una delle ultime sentenze di morte in Italia e per aver minacciato di schiaffi una signora con un décolleté secondo lui troppo spinto.

Il discorso di investitura di Berlusconi – scritto credo da Giuliano Urbani – fu all’altezza del momento. “La (prima) repubblica sepolta sotto il peso delle sue stesse macerie” doveva essere riformata alla base con una “rivoluzione liberale” – quella che l’Italia non aveva mai visto.

La proposta berlusconiana era credibile perchè non veniva dall’odiata “nomenklatura” dei partiti ma da un imprenditore dell’edilizia milanese, conosciuto quasi solo dagli addetti ai lavori (a me lo aveva presentato Bettino Craxi nel 1987, nel suo ufficio di piazza del Duomo a Milano).

L’enfasi di Berlusconi sul “pericolo comunista” sembrava un po’ sopra le righe a quelli come me che venivano dalle “regioni rosse” dove con i comunisti i socialisti erano al governo a Firenze e a Bologna. Fu allora però che il segretario comunista Achille Occhetto se ne uscì con la sua “gioiosa macchina da guerra” e si capì che i comunisti avevano in mente di mantenere un’egemonia in Italia ben oltre la caduta del muro di Berlino: una prospettiva inaccettabile per i socialisti e per i laici. Berlusconi aveva ragione: gli italiani erano in massa anticomunisti, a differenza dei giornalisti e degli intellettuali, e le elezioni del ’94 l’avrebbero dimostrato.

Alle elezioni nazionali ed europee il 90% dei socialisti milanesi passarono a “Forza Italia”. Era nato il centro destra, col decisivo apporto della sinistra non comunista…

Umberto Giovine