Juncker ha detto: “L’Europa non fu solidale con la Grecia” – di Friedrich Magnani

L’affermazione del Presidente della Commisione Europea Juncker, il 15 gennaio scorso, al Parlamento di Strasburgo, secondo cui, l’Europa non fu solidale con la Grecia, all’epoca del quasi default 2015, suona strana, ma non inaspettata.

Suona strana, perché sono passati poco più di tre anni, non molti… Chi non ricorda l’allontanamento di Varoufakis e la strenua, infinita e faticosa intesa tra Merkel e Tsipras, con l’ultima parola del Presidente del Consiglio Europeo Tusk, a battere i pugni sul tavolo, dicendo “non uscirete da questa stanza, senza un accordo”?

La Germania, con il suo ministro Schaeuble, fu la più intrasigente, sui prestiti finanziari. Il Fondo Monetario Internazionale, che era stato il più fermo sulla concessione dei prestiti, condizionati al taglio drastico della spesa pubblica, cambiò la sua prospettiva durante quelle trattative, proponendo per mezzo della sua portavoce, Christine Lagarde, un taglio sull’ammontare del debito ellenico.

Nal 2016, Christine Lagarde, ammetterà con una mea culpa, in un intervista a Bloomberg, gli effetti recessivi delle misure di austerity applicate alla Grecia.

Riassumendo, se è vero che la Grecia aveva falsificato i conti e portato la spesa pubblica su livelli insostenibili (salari e pensioni), è anche vero che la cura fu più gravosa della malattia.

Il punto è questo. La Germania è affetta storicamente dal complesso dei debiti. Psicologicamente, è sempre stata convinta, di pagare per gli altri. Il Paese ricorda ancora l’inflazione a due cifre degli anni ‘20 e il peso del debito di riparazione bellico, che le fu inflitto all’indomani del Trattato di Versailles. Una umiliazione che alimentò il fuoco del nazionalismo e l’ascesa di Hitler.

Qualcosa di simile a quello che sta accadendo oggi. Ecco perché, non è del tutto inaspettata, l’affermazione di Juncker.

L’Europa di oggi, fatta di tecnicismi, leggi e sentenze, non ha più un anima. E’ un groviglio di accordi, compromessi, finanziamenti e concessioni. E’ un Continente che ha delle Istituzioni che la rappresentano, ma solo ufficialmente. Non c’è un esercito europeo, non c’è una frontiera europea, non c’è una politica fiscale comune e men che meno, una politica estera comune. Diciamo, che è un tirare a campare. Le sue Istituzioni, la Commissione, il Parlamento e il Consiglio, non sanno parlare alla gente. Basti vedere l’unico canale televisivo Euronews (per più di metà, di proprietà egiziana), sempre più d’informazione finanziaria e sempre meno d’informazione culturale europea.

E allora si spiega perché i nazionalismi fioriscano un po’ ovunque. Le persone hanno bisogno di senso, soprattutto in quest’epoca dove la globalizzazione ha resettato il mondo dell’impresa e del lavoro, impoverendo il ceto medio e allargando la forbice delle disuguaglianze. La prova è che i consumi interni sono flebili e l’economia rallenta un po’ ovunque in Europa.

Il semtimento comune è ormai la paura: di non vedere aumentare il proprio benessere per sè e per i propri figli, dello straniero che pesa sulle casse dello Stato e che ruba il lavoro, dell’austerity europea, di un’ Europa che emana solo prescrizioni, della Cina che invade il commercio internazionale, della speculazione finanziaria, pilotata dalle grandi banche e dalle agenzie di rating.

A questa paura , per cui i vari sovranisti europei hanno pane ben caldo da dare, andrebbe invece corrisposta un’esplosione di senso. Il senso di un’Europa unita, nata della ceneri di una guerra. Il senso di un’Europa che ha civilizzato il mondo e che custodisce un tesoro storico-culturale impareggiabile. Un’Europa di martiri, che hanno difeso la libertà, contro i sovietici, come Jan Palach, o contro il nazismo, come i ragazzi della Rosa Bianca.

L’Europa, tramite le sue Istituzioni, dovrebbe riuscire a trasmettre il suo immenso patrimonio e smetterla di parlare solo di cose astruse e poco comprensibili ai comuni mortali. Dovrebbe iniziare tutto dalla comunicazione, scendendo dalla sale riunioni e parlando dritta ai cuori.

Un’esempio? Un po’ di idee buttate lì.
Partiamo dalla storia che aiuta a capire le origini dell’Unione Europea. Si potrebbe trasformare il 9 maggio, in una giornata della memoria europea. Casualmente, questa data, ricorda sia la dichiarazione Schumann del 1950, che l’ultima resa della Germania verso Mosca, due giorni dopo quella del 7 maggio 1945, verso gli anglo-americani. I giovani dovrebbero conoscere l’orrore della guerra e dei genocidi che lacerarono l’Europa.

Secondo passo, si potrebbe essere informati, sulle attività delle Istituzioni. Non solo attraverso la lente dei media nazionali, bensì creando un canale europeo, visibile in chiaro, sul digitale terrestre, in tutti i Paesi membri dell’Unione Europea. Oltre ad aprire il campo delle frequenze e dare la possibilità a tutti i cittadini dei Paesi membri, di vedere i canali degli altri Paesi. Si potrebbe creare inoltre un’istituto referendario europeo, che dia la possibilità ai cittadini, di esprimersi sulle leggi emanate dall’Unione Europea.

In questo modo, l’Unione avrebbe un modo diretto di spiegare l’attualità economica e politica ai propri cittadini. Dalle sfide della globalizzazione (la competizione economico-commerciale mondiale, il dumping sociale), alla sostenibilità del debito, in un mondo sempre più interconnesso. Ciò aiuterebbe a smascherare, ad esempio, le politiche acchiappa consensi, in “deficit spending” (spese in disavanzo), che ammaliano e poi affossano.

Aiuterebbe inoltre a spiegare l’origine dei flussi migratori che sembrano minacciare la stabilità e la sostenibilità sociale dei Paesi dell’Unione Europea. Lo straniero, non è sempre una minaccia, spesso è una risorsa. Certo, il suo ingresso va inquadrato in un insieme di regole certe e applicate, comuni in tutto il terroritorio dell’Unione Europea. Un giovane immigrato, ben educato, formato e invogliato a lavorare, è una delle migliori risorse a cui un Paese possa aspirare, visto che l’inesorabile invecchiamento della popolazione e la bassa natalità, stanno mettendo a rischio i pilastri del nostro welfare.

Infine, partendo dalla formazione nelle scuole. L’unione Europea, potrebbe aumentare gli investimenti nella formazione, creando una generazione che non venga più contaminata dal germe della paura, il germe che ha alimentato i nazionalismi del ventesimo secolo. Una generazione che potrà finalmente fare ciò che non è stato fatto in passato. Concedere sovranità (non solo economica) in cambio di pace e benessere, duraturi.

Così, in un futuro immaginario, si potrà realizzare il sogno dei padri fondatori. Un’Unione Europea con una Costituzione, un Parlamento sovrano, un Consiglio, esecutore delle volontà dei Paesi membri, una frontiera comune, un’esercito comune, una politica fiscale comune, per evitare le distorsioni indotte dalla sperequazione impositiva e infine, una politica del debito, che veda tutti i Paesi membri, contribuire all’emissione di titoli del debito comune europeo.

Friedrich Magnani