Albergheria e dintorni

Un nome antico, un nome di guerra ha l’albergheria: “Albergo”, in origine e per transito dall’antico altotedesco, è un luogo riparato sul quale far confluire l’esercito che abbia bisogno di riposo. Poi la proposta di evolve, al posto dei militari arrivano i civili (la si sta facendo brevissima, saltando le pagine…) ed i civili chiedono sì un posto su cui appoggiare le terga, ma anche qualcosa per riprendere le energie; e qui si forma la ristorazione, e qui entrano i servizi e le attività di paralbergheria, e tutto quel che sappiamo e che per noi è scontato. Talmente scontato che nemmeno si percepisce il peso di un comparto capace di muovere posti di lavoro, di garantire risorse, di generare indotto, a volte di stupire ed a volte di soffrire sotto traccia, in silenzio, per eccesso di burocrazia e per ipernormativismo che nel corso dei decenni ha forse uniformato gli operatori a canoni comuni di comportamento ed a “standard” condivisi, per carità, ma al prezzo di sopprimere gran parte della qualità umana sottostante, ad esempio, alle grandi imprese familiari, alle dinastie di imprenditori vari tra i quali venuti in Ticino dalla Svizzera interna, agli autoctoni capaci di industriarsi e messi in ginocchio dall’eccesso di burocratizzazione, quasi che il metro di giudizio (e di lavoro) sia da conformarsi al metro lineare tirato con la bindella. Possiamo parlare serenamente di contributo in scala uno a 10, in questo Cantone, cioè di un buon 10 per cento del Prodotto interno lordo? A spanne ci siamo; fetta importante, considerandosi la concorrenza data dall’estero e dalle altre aree geografiche della Svizzera, come ben sanno i veterani del mestiere ed in questo senso è stata illuminante una riflessione di Glen Brändli, titolare dell’“Hôtel Luna” di Ascona, qualche giorno fa sul “Mattino della domenica”.

I numeri della stagione ultima scorsa, per dire la verità, sono stati lontani dal desiderato ed appena al di sopra della soglia di sopravvivenza per varie attività; a testimoniarlo per il ramo ristorazione, già da ottobre 2018 e con crescente evidenza (o forse è l’occhio che, con il passare del tempo, si allena a scorgere la distonia rispetto all’ordinario della quotidianità auspicata), sono i cartelli “Vendesi”, “Affittasi”, “Cercasi subentrante” e “Cessata attività” che raccontano del calvario di tanti operatori giunti a dire che non è più il caso di andare avanti, di insistere, di essere presenti. Più solido, in apparenza, l’atteggiamento degli albergatori, avvezzi alle tempeste ed alle bonacce, quasi più desiderabili le prime (perché poi ricompare il sole) nel confronto con le seconde (il vento non c’è e non si sa mai quando tornerà). Dall’assemblea dei deputati, e dunque dal Gran Consiglio in proposta o in appoggio all’Esecutivo, è il caso di aspettarsi una rideterminazione degli impegni in àmbito di Legge sul turismo: vi era stato un credito-quadro da 12 miliioni di franchi per il periodo 2015-2018, nel corso della legislatura la dotazione era in rapido esaurimento (42 progetti infrastrutturali sostenuti sino al 31 dicembre 2017, per 10.2 milioni di franchi in contributi a fondo perso su volume di investimenti prossimo ai 100 milioni di franchi) e, di concerto tra istanze preposte, essa è stata rimodellata con ampio anticipo in modo che fossero disponibili 16 milioni di franchi sino al 2021, sempre con riferimento ad investimenti su alberghi, “hôtel” e garni oltre che nelle infrastrutture (offerte ricreative e di svago). Ma 2021 vorrà dire metà del prossimo mandato a Palazzo delle Orsoline: un tempo perfetto per valutare il “che cosa” sia realmente da farsi e, di conseguenza, per implementare il fondo eventualmente residuo sino alla concorrenza del 2023.

Circa quale turismo sia necessario in Ticino, ecco, non c’è parere concorde da almeno 30 anni e non ci sarà – a meno di scelte aliene dalle soluzioni di comodo – per altri 20. Esiste l’idea romantica del turismo d’alto bordo, quello che ricevette una spinta determinante dall’apertura della linea ferroviaria del San Gottardo; ma esiste anche un turismo dei numeri, ed il turismo dei numeri fa data dal 1951, essendo quello lo spartiacque (chi scrive è parte in causa per… discendenza) fra una prospettiva meramente elitaria e l’opzione del turismo familiare, con funzione anche sociale (le vacanze a prezzo contenuto, in ambiente ideale, albergheria non “stellata” ma dignitosissima a fianco dei primi “camping”). Il turismo dei numeri si nutre poi dell’accessorio e dell’indotto e dell’inducibile: c’è chi crede che le attività lavorative in un campeggio si limitino all’assegnazione di una piazzuola, al controllo sulla corretta erogazione dei servizi “a terra” ed alla riscossione dell’affitto al momento in cui il tendaiolo con auto o il camperista si rimetta in movimento; e questa è visione miope (domanda di passaggio: ma quanti, tra i funzionari degli uffici turistici, hanno trascorso una settimana all’interno di un “camping” e stando dalla parte delle radici?), i lavori saranno anche in prevalenza stagionali ma la miriade di attività sviluppate (dai “minimarket” ai servizi di bar-ristorante, dai bagnini ai manutentori, dagli operatori per la pulizia delle “roulotte” agli addetti alla sicurezza notturna) genera fatturato su fatturato.

Esiste poi, in Ticino, anche un’ottima ristorazione in Ticino; e la si può trovare – troppo impegnativo il mettersi alla ricerca, troppo difficile l’affidarsi ad una buona pubblicità, troppo problematico il fidarsi del passaparola? – anche a prezzi in linea con quelli praticati nella fascia di confine, almeno per formule come l’“All you can eat”, il “giropizza”, le “serate sushi”, gli appuntamenti con la “fondue chinoise a volontà”, senza che si dimentichino i nostri grotti (quelli veri, almeno; quelli dei prodotti che in un grotto non possono mancare, mentre del resto si fa volentieri a meno). Parere, e discutiamone: l’informazione non circola a dovere. Sicuro: si tratta di attività i cui titolari non dispongono di mezzi finanziari adeguati o del tempo per pubblicizzarsi meglio (ma non manca chi, con un filo di arroganza, cerca di guadagnarsi spazio sui giornali credendo che tutto gli sia dovuto e senza contropartita; non manca nemmeno chi, pur avendo argomenti solidi ed ai quali verrebbe dato giusto spazio, ignora i fondamentali dell’informazione e non fornisce gli elementi-cardine del pubblicabile. È malanno da cui si può guarire e che, peraltro, non pesa sui soli operatori della ristorazione e dell’albergheria). Diciamo, a sintesi, che in linea di massima sia ai gerenti sia ai titolari è da insegnarsi l’importanza della comunicazione; e per cortesia, la si pianti di illudersi con il “mantra” di un “Facebook” in grado di far tutto e di risolvere tutto, magari con l’ammiccamento al “food porn”, quand’invece l’informazione su sé stessi è basilare per rendere visibile la qualità di quel che si offre (e dunque, sito InterNet non affidato all’amico del cugino del portinaio, stesura di comunicati-stampa nelle mani di coloro che palleggiano la materia, gestione coerente dell’immagine e dell’identità. Complicato? No: è un investimento, esattamente come è investimento – qui un esempio della citata “gestione coerente” per immagine ed identità – l’abbigliamento comune per camerieri e personale di servizio.

Da rivedersi, infine, alcuni punti della Legge sugli esercizi alberghieri e sulla ristorazione, con relativo regolamento di applicazione: è una norma già oggetto di vari interventi, come si sa, e che pure resta densa di zone d’ombra. Un caso dall’articolo 24: sta scritto che l’esercente è tenuto a proporre almeno tre bevande ad un prezzo inferiore rispetto all’alcoolico più economico. E che fa qualche esercente furbetto? Si rifugia nel trucco di offrire, come alternative per l’appunto al di sotto della soglia minima, lo sciroppo alla granatina o il bicchiere d’acqua (toh, anche gassata) o il latte; e si vorrebbe vedere chi, alle ore 22.00 di un sabato, mentre è al bar con gli amici sceglie di ordinare un “latte da cartone”… A parte, ed in corollario, un problema di cultura del “cocktail” analcoolico; cultura che, se esiste, gode di scarsa popolarità (ma corsi e ricettari inondano InterNet; si può sempre imparare, e poi servire ad un prezzo equo). Tra le falle del regolamento di applicazione, invece, spicca quella sull’obbligo di rapportare l’entità della presenza del personale di sicurezza a parametri fissi anche se si prevede con ragionevole certezza che per quel giorno il locale sarà semivuoto; càpita tra l’altro che non vi sia stretta omogeneità tra luogo e luogo, sicché in qualche Comune risulterebbe più semplice l’ottenere un permesso speciale per l’organizzazione di feste, feste che, nella stragrande maggioranza dei casi, per quanto riguarda la gastronomia si riducono alla grigliata per quattro Bratwurst e due tomini più i peperoni gialli come contorno.

E domandiamoci, in ultimo: al fondo della questione c’è un problema di metodo o di sostanza? L’imprenditoria ha bisogno di regole supplementari o di regole “altre”, e che si basino sul rispetto e sulla legittimità ma senza eccessi? E l’adattamento delle norme, per una volta, potrebbe prevalere sull’adattamento alle norme?

Alessandro “Bubi” Berta (Gordevio), candidato Udc per il Gran Consiglio