Lo sguardo svizzero di Werner Bischof per Magnum’s First

 di Cristina T. Chiochia

Dopo Torino e Venezia, anche la vicina Milano ha la possibilità di ammirare lo sguardo “svizzero” sul mondo di Werner Bishof con la splendida mostra “Magnum’s First” inaugurata di recente a Milano e che sarà l’attrazione di questa estate tutta milanese durante la manifestazione “Il Chiostro d’Estate” , vera oasi di pace all’aria aperta nel cuore di Milano tra easy lunch ed aperitivi cinematografici.

La mostra, dopo varie tappe, arriva con ben 83 stampe “vintage” completamente restaurate, tutte rigorosamente in bianco e nero, di otto veri geni della fotografia del secolo scorso: Robert Capa, Henri Cartier Bresson,Haas Ernst, Inge Morath, Erich Lessing Jean Marquis, Marc Riboud ed appunto lo svizzero Werner Bischof.

Una rassegna unica di foto scattate per l’agenzia fotografica Magnum tra il 1955 e 1956, ritrovate in una cantina di Innsbruck durante un trasloco dell’ente che probabilmente produsse la rassegna allora e che nel 2006, oltre cinquant’anni dopo, furono ritrovate intatte in due casse ora visibili nella mostra con addirittura le indicazioni del curatore, rimasto sconosciuto, per l’allestimento. Un modo unico quindi, per apprezzare il genio della fotografia di Bischof da un singolare punto di vista.

Non solo quello della “mostra fotografica collettiva” di allora, ma della sintesi fotografica puramente legata al tempo che scorre. Il titolo originale della mostra era infatti “Gesicht der Zeit” ed è proprio il volto del tempo che passa e se ne va che appare come estrema sintesi di Bischof in questa mostra. Quasi fossero scatti non solo di quello che amava definirsi già allora “artista” della fotografia ma vere e proprie meditazioni in movimento di un animo che, in altri contesti, aveva offerto chiavi di lettura della realtà e che invece, in queste foto, lasciava al pubblico l’occasione di conoscere i soggetti ritratti solo con il sano gusto del lasso di tempo che intercorreva tra lo scatto e l’azione stessa.

Piccolo abstract, con un corpus di foto davvero ridotto, solo sette fotografie ma che identificano appieno il mondo che aveva amato ed in cui si era perso, come una sorta di meditazione in movimento.

E così il suo celebre scatto del bimbo che suona il flauto in Perù, fa eco al prete shintoista nel cortile del tempio in quel Giappone che descrive anche come un motto zen, in uno scatto forse non così celebre ma che offre una chiave di lettura precisa in questa sezione della mostra, la prima in assoluto mai fatta, di Magnum (e per questo chiamata ora Magnum’s First): lo stagno giapponese con quei piloni appena affiorati, come simbolo di quell’umanità in viaggio, di cui, sicuramente, faceva parte offrendo una insolita visione della luce e dell’uso del riflesso fotografico in un bianco e nero quasi ricco solo di grigi. Forse la sintesi perfetta dello sguardo, tipicamente “svizzero” di questo grande fotografo.

Prive di qualsiasi sensazionalismo, le sette foto di Bischof presenti in questa mostra, offrono ancora oggi, un racconto quasi familiarmente svizzero del “volto del tempo” di questa mostra collettiva.
Concludendo, per un fotografo morto giovanissimo (e che aveva iniziato a fotografare a Zurigo con H.Finsler) diventato in poco tempo, non solo un ottimo fotografo di moda riconosciuto ed apprezzato ma, dopo aver documento il post conflitto bellico e che ha speso tutta la sua vita -ed il suo tempo- (tra Europa, Giappone, Corea, India ed America) come fotoreporter serio ed attento, questa collettiva con così tanti altri nomi noti della fotografia mondiale, ha un grande significato e valore storico per il mondo della fotografia contemporanea.

Quello di chi gli orrori di guerra e catastrofi le aveva vissute in prima linea ma che volevano offrire la loro personale visione del tempo in modo più sfumato e pregievole, sia per le composizioni che per le tonalità dei bianchi e neri riportate alla luce dopo la pulitura d queste foto, tutte originali e montate nello stesso ordine di allora.

Un viaggio nel tempo, fortemente voluto dal Museo Diocesano Carlo Maria Martini e i Chiostri di Sant’Eustorgio di Milano ed aperta sino al 6 Ottobre 2019, curata da Andrea Holzherr con il catalogo di Silvana Editoriale.

La mostra è inserita tra gli eventi ufficiali del Milano Photo Festival 2019.