Ticino quo vadis? – di historicus

William Powell Frith, Povertà e ricchezza (Wiki commons)

Qualche settimana fa una persona amica mi ha inviato l’immagine riprodotta a continuazione con il titolo “Ticino ad alto rischio povertà”.

Ovviamente mi ha richiamato l’attenzione, ma – come faccio sempre – cerco di approfondire la notizia prima di emettere qualsiasi opinione. E così facendo ho trovato che, effettivamente, il portale tio.ch aveva pubblicato nel 2015 un articolo con il titolo “Ticino ad alto rischio povertà ed esclusione sociale”. Ed il sottotitolo diceva: “Nella mappa Eurostat sul rischio povertà il Ticino è un punto di colore rosso vivo nel cuore dell’Europa, come la Grecia, l’Italia Meridionale e la Romania.” Caspita!

Orbene – e l’articolo citato ne è un chiaro esempio – nella stampa e nei notiziari giornalieri appare ogni tanto, in mezzo a tante notizie, notiziette o pettegolezzi che perdono la loro importanza il giorno dopo, un articolo di maggior rilievo che dovrebbe stimolare un’analisi e un dibattito un po’ più approfonditi. Purtroppo gli esseri umani siamo un po’ pigri e molte volte ci diciamo: ma lascia perdere, lascia stare perché intanto non sarai tu a cambiare il mondo! E così quell’articolo di una certa rilevanza svanisce in mezzo a valanghe di parole, scritte e lette, di scarsa importanza, puro bla-bla-bla.

Ma torniamo al tema principale! Qui evidentemente si sta parlando della ricchezza o piuttosto della possibile futura povertà del Ticino, un tema di non poca importanza. In fondo è stato proprio questo tema che ha portato Adam Smith a pubblicare nel 1776 il suo famoso trattato “La ricchezza delle nazioni” o per esteso “Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni”, una delle principali opere fondamentali dell’economia politica moderna. Ma evidentemente il tema non è stato – e non potrà mai essere – trattato in modo esauriente. In effetti, ogni tanto appare un testo importante che riprende questo stesso tema. Uno di questi libri è il trattato di Daron Acemoğlu e James A. Robinson, pubblicato nel 2012, dal titolo “Perché le nazioni falliscono – Le origini di potenza, prosperità e povertà”. Il saggio tratta le enormi differenze di reddito e di tenore di vita fra i paesi ricchi e quelli poveri del mondo e ne analizza le cause e le origini.

Ma torniamo a Adam Smith, filosofo sociale e morale. In fondo, “La ricchezza delle nazioni” di Adam Smith può essere visto come un atto di ribellione contro le strutture imperanti in quell’epoca, strutture definite come mercantiliste. Il mercantilismo è una dottrina economica statalista, basata sulla convinzione che la ricchezza di una nazione derivasse dalle attività economiche gestite dallo stato. Era il sistema predominante in Europa dal XVI al XVIII secolo, epoca in cui il re assolutista del momento concedeva privilegi ad alcuni sudditi a cambio di contributi pecuniari per finanziare le spese della corte e delle guerre di conquista. Ma la grande maggioranza dei cittadini era esclusa dal benessere. Contro questo sistema mercantilista, statalista, peraltro assai corrotto, vanno lette le due opere principali di Adam Smith, la “Teoria dei sentimenti morali” e “La ricchezza delle nazioni”. Ed il tema dell’inclusione rispettivamente dell’esclusione occupa un luogo importante anche nel trattato di Acemoğlu e Robinson “Perché le nazioni falliscono”. In poche parole, le nazioni falliscono nel tentativo di promuovere il benessere quando – attraverso tutta una serie di meccanismi, leggi erronee, dannose e perniciose – escludono parti importanti delle loro popolazioni dalle attività e dai servizi importanti nella generazione del benessere.

Finalmente, parlando di ricchezza e povertà delle nazioni così come di inclusione ed esclusione di parte della loro popolazione, viene in mente una famosa e terribile frase di Mario Vargas Llosa (Premio Nobel di letteratura 2010), pronunciata alcuni decenni fa:

“Qualsiasi nazione può diventare prospera con le risorse che possiede e una politica adeguata; in fondo, la povertà è una scelta della classe dirigente.”

E che cosa ci ha portato la classe dirigente – più che altro politica – in questi ultimi decenni? Più tasse, più imposte, più contributi, ecc. con la possibilità di aumentare ulteriormente la pressione fiscale per mezzo del cosiddetto moltiplicatore cantonale. Allo stesso tempo, in virtù di una legge federale sempre più messa in discussione grazie ai disastrosi risultati evidenti, vengono autorizzati anno dopo anno aumenti assurdi della peggior tassa privata: i premi delle casse malati. A questi fattori, nel caso del Canton Ticino, se ne aggiungono ovviamente altri che a menzionarli ci porterebbe troppo lontano. Con questo andazzo non c’è da stupirsi che – in base a certi studi – il Ticino potrebbe diventare quel punto rosso vivo nel mezzo dell’Europa.

Eppure, come evidenziano molti studi sul tema, la ricetta generale per ottenere crescita e prosperità in una nazione non è poi così complicata e non è neppure richiesta una politica perfetta, basta dare spazio e ossigeno sufficienti al settore privato dove vengono generate le iniziative che portano alla crescita ed alla prosperità. Ovviamente ciò implica riconoscere che queste iniziative non sono mai venute, non vengono mai e non verranno mai dai burocrati statali. Inoltre va riconosciuto che nessuna nazione è mai diventata prospera, aumentando le dimensioni ed il peso dello Stato.

historicus