Hiroshima e Nagasaki: le atomiche e l’allergia nucleare – Prima parte

di Vittorio Volpi

Era il 6 agosto di 75 anni fa: un uomo illuminato come il gesuita Padre Pedro Arrupe era nella sua stanza a pochi chilometri da Hiroshima. Alle 08.15 “vedemmo una luce accecante, come un bagliore al magnesio. Non appena aprii la porta che si affacciava sulla città, sentimmo un’esplosione potente, simile ai colpi di vento di un uragano.. da lì potemmo vedere una città in pezzi, di fronte a noi c’era una Hiroshima decimata”.

L’Enola gay, la fortezza volante americana aveva scaricato il suo bagaglio di morte su decine di migliaia di inermi cittadini, una bomba non solo per quell’istante, ma per la vita di molti e delle future generazioni  a seguito delle conseguenze che la radioattività avrebbe causato.

immagine Pixabay

I sopravvissuti saranno gli “Hibakusha”, termine giapponese per definire i sopravvissuti al bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki.

Letteralmente tradotto in “coloro che sono stati colpiti dai bombardamenti” ed è composto da 3 ideogrammi: riceve/ subire, esplosione, persone.

Come sempre, da quando andai nel ’72 a vivere e lavorare in Giappone, seguo le commemorazioni di Hiroshima in televisione, cosa che ho fatto anche ieri.

Celebrazioni molto formali e silenziose alla presenza del Primo Ministro Abe che ha deposto una corona di fiori di fronte al monumento delle vittime.

Commovente il rintocco della campana con il batacchio spinto dall’uomo che diffondeva lentamente vibrazioni in modo ritmato, onde sonore che vanno dritte al cervello ed al cuore. Una cosa toccante.

Per me sicuramente, essendo anche una vittima della guerra (mio padre è morto in combattimento in Russia).

Un momento molto emozionante, come ogni anno trascorso da allora. L’inquadratura televisiva era molto suggestiva perché mostrava la cupola metallica di un palazzo, spoglia, simbolo del poco scheletro che la bomba ha risparmiato nella sua devastazione.

Mi sono sempre domandato a che cosa pensino i politici giapponesi che partecipano alla cerimonia. Ricordo che si tratta dell’unico “olocausto atomico” della storia, dramma che la popolazione continua ancora a pagare.

Per molti di loro si tratta di un “crimine di guerra” , sostengono che se gli  americani avessero perso la guerra, avrebbero avuto un “processo di Norimberga” che li avrebbe condannati, come è avvenuto con i criminali nazisti. Se poi si visitasse il museo dell’olocausto, come tutti dovrebbero fare, la rabbia ed il disprezzo verso ciò che è successo sarebbero ancora più forti.

Vedere carne umana, vestiti, capelli, fusi nel cemento e soprattutto le foto dei feriti e le loro piaghe è sconvolgente, non so usare parole diverse. Solo ad Auschwitz ho provato lo stesso dolore.

La versione americana ovviamente diverge di 180°: i giapponesi resistevano, nonostante la guerra con la Germania fosse finita da giugno. La battaglia di Okinawa era costata la vita a 75 mila americani e 150 mila giapponesi.

Ma non è un pensiero unico: per esempio il Generale Eisenhower nelle sue memorie “The White House Years” scrisse che “c’erano diverse ragioni per mettere in discussione la saggezza di tale atto”. La tesi del Presidente Truman e del ministro della guerra Stinson è che senza le bombe la guerra sarebbe continuata, causando innumerevoli vittime. Per il Generale invece non si doveva fare per due motivi. Il primo, la guerra era ormai finita e quindi sganciare la bomba non era necessario. Secondo, gli Usa non avrebbero dovuto sconvolgere l’opinione pubblica mondiale.

C’è da sperare che come dice Haruki Murakami,  in futuro si rispetti ciò che è scritto sulla lapide del monumento alle vittime di Hiroshima “riposate in pace, non ripeteremo questo errore…”

Murakami commenta come segue “quel che è certo è che noi giapponesi abbiamo superato tutte le tragedie che ci hanno colpito e le abbiamo accettate come eventi, in un certo senso inevitabili, rimediando ai danni tutti collettivamente”.