Hacker cinesi contro il Vaticano? (se è vero, perché?)

di Vittorio Volpi

Secondo quanto riportato dal New York Times (fonte rapporto di “Recorded Future”) gli hackers di Red Delta, apparentemente collegati al governo cinese, si sarebbero infiltrati nelle reti telematiche della Santa Sede. Gli attacchi iniziati a maggio avrebbero colpito la “Holy See Study Mission” di Hong Kong. Questa sede sarebbe tra le missioni più strategiche del Vaticano nel mondo, inclusi i collegamenti con le diocesi in Cina. Presumibilmente i cinesi sanno che la diplomazia vaticana ha informazioni di qualità in merito a quello che succede nel mondo e questo di per sé è già un motivo sufficiente per dargli un’occhiata.

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Assai più rilevante per i cinesi però è carpire i segreti dei pensieri di Roma sulla Cina nella controversa questione del rinnovo dell’accordo firmato due anni fa sulla delicata questione “Chiesa patriottica” che riporta a Pechino e quella “sotterranea” che fa capo al Vaticano.

L’accordo in scadenza a settembre che secondo fonti vaticane verrà firmato prima della scadenza, è l’architrave delle relazioni Vaticano-Cina in assenza di rapporti diplomatici che invece la Santa Sede mantiene “ancora con la “Repubblica di Cina”, ma fino a quando?”

È sicuramente importante per Pechino sapere cosa dicono e pensano alla Segreteria di Stato e Papa Francesco è sicuramente ansioso di fare una visita storica al Regno di Mezzo. Per un gesuita la Cina è la gemma della storia dell’ordine al quale appartiene e che annovera fra i suoi eroi il “grande amico dell’Occidente” Matteo Ricci, nome cinese Li Madou, che  morì a Pechino nel 1610. È sepolto nel giardino di una Sede del PCC, il partito comunista cinese, e la sua tomba è tuttora riverita ed onorata. Non fu distrutta nemmeno durante la “rivoluzione culturale negli anni ’60 del secolo scorso.

Perché è controversa la questione della Chiesa in Cina? Il Vaticano con notevoli sforzi sta facendo passi avanti. Il governo cinese per non sopprimere del tutto la Chiesa cattolica in Cina creò la così detta “Chiesa patriottica”. In pratica una Chiesa, non acefala, subordinata al Partito. La struttura del clero è quindi stata decisa dal governo/Partito. In sintesi nessuna indipendenza e neppure dipendenza da Roma. Nacque quindi e si perpetrò di fatto una “Chiesa sotterranea” che riportava clandestinamente al Vaticano con rischi per i sacerdoti che vi appartenevano.

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Negli ultimi anni si sono raggiunti compromessi che danno ora un riconoscimento ai sacerdoti fino ad ora clandestini ed in contropartita la concessione di un “placet” al Vaticano sulle nomine dei prelati della Chiesa patriottica.

All’interno dell’alto clero vaticano non tutti però sono d’accordo con l’approccio di Roma. Alcuni sostengono che si tratti di un “cattivo accordo”: perché i cinesi” hanno il coltello dalla parte del manico ed ogni volta che noi cattolici lo afferriamo, sanguiniamo!”

Particolarmente controverso sarebbe l’accordo di Papa Francesco di accettare la legittimità di sette vescovi cattolici nominati dal governo cinese che favorirebbe il processo di riconoscimento del pontefice stesso come capo della Chiesa cattolica in Cina.

Estremamente contrario – inter alia – il cardinale Zen di Hong Kong che non condivide assolutamente la decisione di rimuovere due vescovi cinesi della “Chiesa clandestina” per far posto ad altrettanti vescovi graditi a Pechino (sito Asianews).

Il Vescovo emerito Zen ha accusato la Chiesa “di svendersi” ai desiderata di Pechino ed ha duramente attaccato il cardinale Pietro Parolin che ha definito “uomo di poca fede..” il quale non capirebbe la reale sofferenza dei cattolici cinesi.

Parolin ribatte che  “non si tratta di mantenere una perenne conflittualità tra principi contrapposti, ma di trovare soluzioni pastorali realistiche che consentano ai cattolici di vivere la loro fede e di proseguire insieme l’opera di evangelizzazione nello specifico contesto cinese”.

La questione dell’accordo è vissuta con trepidazione da Taiwan che teme l’accordo possa essere il preludio all’avvio di rapporti diplomatici del Vaticano che è parte di una ventina di paesi minori che riconoscono la Repubblica di Cina.

Ciò equivarrebbe a  riconoscere il principio “una sola Cina” e quindi un si a Pechino e la fine del legame con Taipei.

Per corroborare l’accordo Vaticano, Pechino prosegue intanto la “diplomazia dell’arte” con lo scambio di mostre d’arte.  Città proibita verso Musei Vaticani.  Ars gratia artis?