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Settantasette tromboni suonavano, è la fanfara della città…
Da una frase indegna a un’altrettanto indegna sceneggiata.


La frase incriminata è nota, è quella apparsa su Il Mattino online all’indirizzo di Giovanni Orelli, ad opera di Boris Bignasca.
Il fatto che per giustificarla – se non scusarla – ci si sia attaccati al fatto che altri avessero fatto lo stesso in passato senza suscitare vespai degni più di tanto di nota, che quando lo fanno gli altri nessuno dice niente, quando invece si tratta della Lega… “gnagnagna, gulp, sigh, sigh, sob”… due pesi e due misure, eccetera, eccetera, nulla toglie che sia stata una frase indegna e che va stigmatizzata.
Punto.

Che Chiara Orelli abbia sentito il dovere di scrivere al Consiglio di Stato e a tutti i colleghi di Gran Consiglio una lettera denunciante il fattaccio, è comprensibile ancorché dipenda dalla sensibilità del singolo intraprendere o no tale passo.
Chiara è evidentemente una persona sensibile – oltre che una collega intelligente e corretta che sinceramente mi dispiace avere perso in Parlamento – e ha ritenuto di reagire così alla peraltro oltremodo becera provocazione, e non c’è nulla da obiettare.

Quello su cui invece trovo parecchio da obiettare, è tutto quanto successo in seguito – e qualche strascico appare ancora nei giornali – ad opera di singoli politici e di partiti.
Io ho ricevuto – come tutti i colleghi di Gran Consiglio – la lettera-denuncia di Chiara Orelli, ed è stato spontaneo da parte mia risponderle esprimendo la mia solidarietà a lei e a suo padre, biasimando nel contempo la frase incriminata e chi l’aveva espressa.
Ma appunto, la mia solidarietà l’ho espressa al bersaglio di cotanta stupidità, non ho approfittato dell’occasione – come molti hanno fatto – per dare rilievo e risonanza alla cosa inviando, con l’opzione “Rispondi a tutti” il messaggio a tutti i deputati.
Molti di questi, a loro volta, hanno fatto lo stesso facendo pure circolare la proposta di “rappresaglia” nei confronti della Lega nella forma della non-elezione di Michele Foletti alla presidenza del Parlamento cantonale.

Ed è cominciato il concerto di tromboni. Forse qualcuno ricorda un vecchio pezzo del Jazz tradizionale “Seventy seven trombones”, la cui traduzione italiana iniziava con la frase posta a sopratitolo di questo articolo.
Ecco, il concerto dei tromboni è iniziato per posta elettronica, per terminare in crescendo in Gran Consiglio, sala che sempre più si degrada ospitando spettacoli di basso livello.
L’elezione del presidente del Gran Consiglio prende normalmente non più di un quarto d’ora, compresi i discorsi dell’uscente e dell’eletto.
Questa volta no, non ho cronometrato il tempo ma, di sicuro, ne abbiamo avuto almeno per un’ora e mezza. L’obiettivo – peraltro mancato clamorosamente – di una parte dei deputati, era quello di far sì che il candidato – voluto dalla prassi collaudata per anni che vuole l’elezione del primo vicepresidente, e di cui tutti riconoscono la correttezza, le capacità e l’esperienza – non fosse eletto perché militante in quella Lega il figlio del cui presidente a vita usa in malo modo il diritto di libertà di parola dalle pagine del Mattino della Domenica.

Il problema è che quello UDC, essendo il più piccolo, è l’ultimo dei gruppi parlamentari ad esprimersi, e non intendevamo assolutamente farlo.
Senonché, non puoi mancare all’appuntamento se tutti gli altri gruppi dicono la loro su un tema, gonfiandone un’importanza politica che di per sé non esiste, se non per volontà di voler approfittare di una ghiotta occasione per attaccare, con più o meno vasta eco mediatica, il partito avversario.
E allora, mentre gli altri gruppi si riempivano la bocca di vani proclami anti-Lega, anche se mascherati da appelli all’etica, ecco il nostro presidente Pinoja prendere rapidamente qualche appunto, per poi intervenire a sua volta a dire – a giusta ragione – che quella non era né la sede né il momento per una faida interpartitica, che per ben altro i cittadini ci hanno eletti, che Michele Foletti è un deputato valido e meritevole della presidenza e che l’UDC l’avrebbe sostenuto.
Dall’altra parte della sala, il gruppo socialista “sdegnato” aveva annunciato che, non essendo prevista la votazione, avrebbe abbandonato la sala al momento dell’elezione del presidente. A parte il fatto che, se proprio volevano la votazione, bastava che candidassero uno dei loro e, di fronte a due proposte avremmo dovuto per forza votare, come si fa a lasciare la sala al momento di una votazione che non ha luogo? Risultato: il presidente uscente annuncia l’avvenuta elezione di Michele Foletti, con il PS che, accompagnato da un paio di franchi tiratori di altri partiti, si mette a correre per uscire dalla sala del Gran Consiglio e mettere così in atto la sua “minaccia”, evidentemente non considerata poi così grave dalla maggioranza del plenum che è rimasta ad applaudire il neo-eletto.
Una sceneggiata che, a mio avviso, ha probabilmente superato in indegnità l’altrettanto becera frase che l’aveva provocata.

Eros N. Mellini
Deputato UDC in Gran Consiglio


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