A furia di bombardamenti e offensive terrestri, l’esercito siriano giovedì ha ripreso il controllo del quartiere più importante di Aleppo, Salaheddine, dove dal 20 luglio era in corso una feroce battaglia.
L’esercito siriano libero, l’opposizione, afferma di aver operato un ritiro tattico e che un gruppo di ribelli è rimasto sul posto per prevenire l’avanzata dei soldati del regime.
Nel frattempo aumentano le defezioni nelle truppe lealiste e in seno alla comunità internazionale cresce la tensione attorno al dossier siriano.

1. Perchè l’Iran sostiene il regime di Damasco
Mentre Aleppo, seconda città siriana per importanza commerciale, si trasforma in un ammasso di rovine, martedì a Damasco il presidente siriano Bachar el-Assad e il diplomatico iraniano Saïd Jalili hanno riaffermato l’alleanza che unisce i due paesi.
Da oltre 30 anni Iran e Siria sono uniti per combattere l’influenza di Saddam Hussein, le ambizioni americane nel Medio Oriente e le velleità israeliane nel Libano.
Entrambi sostengono politicamente e materialmente Hezbollah, una milizia sciita diventata partito politico e che dal territorio libanese fa la guerra a Israele. Facendo transitare o consegnando armi iraniane sul suo territorio, la Siria si fa garante dell’asse Teheran-Damasco-Libano.
Per l’Iran l’alleanza con la Siria è un mezzo di pressione nel dossier nucleare di fronte agli occidentali, che si oppongono al processo di arricchimento dell’uranio condotto dal governo di Teheran.

2. La Turchia è pronta alla guerra?
La posizione della Turchia dal tempo delle prime manifestazioni a Damasco, nel marzo 2011, si è tesa settimana scorsa, quando il governo turco ha ordinato manovre militari alla frontiera, vicino a Kameshli, città del Kurdistan siriano.
Divisi fra Turchia, Iran e Siria, i curdi non hanno una patria e rivendicano una maggiore autonomia.
Ankara è preoccupata dall’influenza curda in Siria dall’inizio della rivolta e dalla possibilità che il nord e il nord-est della Siria cadano in mani curde.
La Turchia rimprovera al regime siriano di aver giocato la carta curda per mantenersi al potere. Alla fine del 2011 Damasco aveva dato a una parte dei curdi dei diritti che sino a quel momento aveva rifiutato di concedere, per mantenere nel suo campo la potenza armata del movimento PYD.
All’inizio di luglio il PYD ha comunque accettato di firmare un accordo per entrare nel Consiglio nazionale curdo, che è favorevole alla caduta di Bachar el-Assad. Il conflitto siriano può essere per i curdi l’opportunità di ottenere in futuro maggiore autonomia e diritti.

3. Defezioni a catena. Quali conseguenze?
Dai vertici dell’esercito ai responsabili politici, le defezioni crescono. Fra chi ha lasciato al-Assad al suo destino e si è unito ai ribelli vi sono anche tre membri del suo governo. Ultima partenza di spicco è quella del primo ministro Riad Hijab, rifugiatosi in Giordania con tutta la famiglia.
Sono però soprattutto le defezioni dei vertici dell’esercito che possono influenzare il destino del regime di Damasco e isolarlo in maniera determinante.
Il 18 luglio cinque alti responsabili del potere erano stati uccisi in un attentato a Damasco. Alcuni osservatori hanno ventilato la possibilità di una manipolazione del regime per far sparire persone che iniziavano a staccarsi e a mancare del senso di solidarietà.
Il sistema di sicurezza siriano si sta sfaldando? E’ una domanda pertinente, dopo l’attentato e la partenza di tanti personaggi importanti.

4. Quale è la vera potenza dell’esercito siriano libero?
Le diserzioni sempre più numerose tra i ranghi dell’esercito hanno conseguenza visibili sul terreno. Gli armamenti dell’esercito siriano libero si sono arricchiti di mezzi blindati, armi e munizioni.
Il Qatar, l’Arabia saudita e il Kuwait da mesi si dicono favorevoli a armare l’opposizione siriana. Grazie ai finanziamenti dei ricchi Stati del Golfo, negli ultimi mesi la consegna di armi ai ribelli in Siria è aumentata.

5. Quale è la vera potenza delle truppe del regime?
L’arsenale delle forze armate siriane è ben fornito. Quella della Siria è la tredicesima armata al mondo. La sua grande forza è l’ingente quantità di materiale bellico proveniente dalla Russia.
Il punto debole di questo arsenale è che sarebbe più adatto a un conflitto internazionale, con rapidi aerei da combattimento e missili balistici. Mancano invece le armi per combattere efficacemente la guerriglia da strada che prediligono i ribelli e nella quale sembrano prevalere. A lungo andare questo potrebbe rivelarsi una sconfitta per il regime.

6. Perchè il Qatar sostiene la ribellione in Siria?
Il piccolo e ricco emirato arabo partecipa all’armamento della ribellione e dà rifugio a diversi alti dignitari fuggiti dal regime siriano.
A partire dalla metà degli anni 2000 l’emiro del Qatar, Cheikh Hamad ben Khalifa al-Thani, ha voluto sbarazzarsi della tutela dell’Arabia saudita sul suo paese e ha avviato contatti con la Siria, con cui i sauditi avevano pessimi rapporti.
Il Qatar ha voluto essere un attore di peso nel rapporto delle forze internazionali, in un momento in cui gli equilibri medio orientali venivano stravolti dalla primavera araba. Le esperienze in Tunisia, Egitto e Libia avevano mostrato quanto fosse dannoso rimanere attaccati politicamente ai vecchi regimi.
Altri motivi per spiegare il sostegno del Qatar alla rivolta siriana sono il riavvicinamento strategico con l’Arabia saudita, che ha fatto parte al Qatar del suo desiderio di sbarazzarsi di un regime, quello di Damasco, indebolendo al contempo l’Iran. Vi è poi il disagio dell’opinione pubblica nei paesi del Golfo di fronte alla feroce repressione di una rivolta che, per molti mesi, era rimasta pacifica. Senza dimenticare la pressione degli ambienti religiosi nel Golfo, che considerano eretico il regime alaouita di Bachar al-Assad.

7. Gli alaouiti
Si tratta della comunità di cui fa parte il presidente Bachar al-Assad, dunque è molto odiata. I religiosi la considerano addirittura “eretica”. Su questa comunità vengono fatte girare voci di presunte crudeltà che gli alaouiti commetterebbero sul resto della popolazione. Di che fomentare un odio cieco.

8. Il dopo Bachar al-Assad
E’ difficile dire se al-Assad verrà mai deposto o ucciso e cosa potrebbe accadere dopo di lui, ma più il tempo passa e più si tratterà di una fase delicata.
La comunicazione tra le diverse frange di cui è composta l’opposizione non è sempre facile ma malgrado le difficoltà queste diverse parti lavorano per posare le basi del dopo-Assad.
Gruppi di riflessione sul modello economico del paese o del suo sistema legislativo sono all’opera. Il Consiglio nazionale siriano è stato creato a questo scopo un anno fa.
Spesso viene evocato il rischio dell’anarchia. I gruppi armati, non sempre coordinati sul terreno, sono sovente opposti gli uni agli altri.
La presenza di combattenti islamisti e djihadisti viene notata sempre di più. E’ opinione di alcuni commentatori che in Siria sono presenti tutte le condizioni affinchè al Qaeda e i salafisti si radichino nel paese. Il regime ha perso il controllo di vaste parti del territorio e al Qaeda si impianta proprio laddove non esiste più il controllo dello Stato.

(Fonte : Rue 89.com)