ChessOggi nel salotto di Ticinolive, il prof. Francesco De Maria si racconta in un’intervista esclusiva a Gianna Finardi sul suo trascorso di giocatore di scacchi e di bridge, e su quel qualcosa che fa nascere un senso di piacere quando si vince. Siamo nell’imminenza di un’importante elezione e anche in questo caso ci sarà un vincitore e un vinto. Nell’attesa di sapere chi vincerà, lasciamo che ci spieghi il professore che cosa significa vincere al gioco e nella vita, e come le passioni siano uno stimolo per arricchirsi e crescere.

Gianna Finardi   Da bambino che giochi ricorda di aver adoperato in casa? Le compravano giochi oppure erano momenti ludici che nascevano da qualcosa di quotidiano, magari estrapolati da oggetti del mondo adulto? Era tipico di quegli anni, in cui non era ancora così sviluppata la così detta “pedagogia del gioco”, adoperare materiali, oggetti tipici del mondo adulto che poi venivano impiegati dal mondo dell’infanzia con non pochi rischi (mio padre aveva una locomotiva in miniatura a vapore in cui, per farla muovere, vi era una piccola caldaia a carbone e un sistema che tramutava acqua in vapore come nelle vere locomotive. Il tutto era ovviamente assai pericoloso…)

Francesco De Maria   La locomotiva a vapore l’ho avuta anch’io! Me la fa ricordare in questo momento, era sepolta nel profondo dei miei ricordi. Giocavo a briscola con mia nonna. A tavola mulino. Al gioco dell’alma. Con alcuni compagni una volta costruii una mongolfiera di carta, che salì al cielo sospinta da una fiotto di aria calda generato da una massa di ovatta in fiamme. Fu un bel successo ma a un certo punto… tutto s’incendiò.

Quando ha incontrato per la prima volta gli scacchi?

FDM   Alla televisione italiana, seguendo un corso in varie puntate. Il gioco mi piacque subito. Mi procurai alcuni libri e mi affrettai ad apprendere i rudimenti della tecnica. Il club luganese di scacchi non aveva una sede propria, si giocava sui tavoli del bar Golf in mezzo a tutti gli altri avventori. Ero un liceale. Talvolta (raramente) marinavo la scuola. Un giorno all’improvviso… entrò il direttore, evidentemente voleva farsi un caffè. Mi sentii in trappola, stavo sulle spine. Il direttore mi guardò fisso e non disse una parola.

Come affinò le sue passioni del gioco a scacchi e verso quali altri giochi lei estese il suo interesse ludico? Il Bridge perché? Tanto migliore degli scacchi?

FDM   Il Bridge non è “tanto migliore degli scacchi” ma, semplicemente, diverso. Negli scacchi hai un avversario; nel bridge hai un partner e una coppia di avversari. È una differenza fondamentale. Poi, vabbè, c’è tutto il resto.

Cosa si prova quando si vince?

FDM   Un senso (irrazionale) di onnipotenza.

E cosa si prova invece quando si perde?

FDM   (per un vero giocatore) Un abbattimento intimo e profondo. Come se ti avessero bastonato, o preso a calci.

Una sconfitta può rendere comunque felici?

FDM   Lei mi sta prendendo in giro?

Roma KarpovCi può raccontare di quando lei organizzava tornei internazionali a Lugano?

FDM   Incominciai quasi per caso. Il torneo c’era già, dal 1976. Nell’autunno del 1979 l’organizzatore capo, un attempato signore di Zurigo che si chiamava Alois Nagler, rinunciò. Io mi feci avanti: senza esperienza e senza soldi ma con un’abbondante dose di incoscienza. I miei inizi (nel marzo 1980 mi trovai a organizzare il quinto Open Scacchistico Internazionale) furono durissimi. Il torneo non aveva uno sponsor privato (era comunque sostenuto dalla Città e dall’Ente turistico)… Domandavamo (io e i miei collaboratori) soldi a tutti: 10 franchi, 100 franchi, 1000 franchi. Uno stress. Nel 1982 grazie a un colpo di fortuna acquisii il mio grande sponsor privato: la Banca del Gottardo. Quell’anno giunsero a Lugano giocatori di primissimo piano: Boris Spassky, già campione del mondo, e Viktor Korchnoi in cima alla lista. Quell’anno anche i cinesi mandarono un giocatore, il maestro Liang Jinrong. Non era fortissimo ma suscitò un’enorme curiosità.

Nel 1985 arrivarono i russi da Mosca (Spassky nel 1982 era arrivato da Parigi), quattro grandi maestri. Uno di loro, Vladimir Tukmakov, vinse. Lugano in quegli anni era considerato il massimo torneo “open” del mondo.

Fernando Garzoni, presidente della Banca del Gottardo. Lo sponsor decisivo.

In quale anno arrivò Anatoly Karpov?

FDM   Nel 1988. Non fu facile. Lo incontrai dapprima a Roma, nell’agosto. Giocai in simultanea contro di lui, e persi. Persi per ultimo (una soddisfazione, erano 30 i suoi avversari) ma persi. Nell’ottobre andai a trovarlo a Siviglia, dove disputava una sfida valida per il campionato mondiale. Risiedeva in una villa segreta, in campagna, a qualche chilometro dal centro. Io non sapevo come fare. Mi aiutò Florencio Campomanes, filippino, all’epoca presidente della FIDE, la Federazione internazionale, che mi disse: “Alle 16 in punto alla porta del tuo hotel (l’Inglaterra). Arriverà una macchina. Ti porteranno loro”.  Quel giorno, lo confesso, ero piuttosto nervoso. Ma andò tutto bene. Gli regalai un bell’orologio, modello “Leonardo da Vinci”. Scattammo delle fotografie. Nel marzo 1988 il grande Karpov arrivò, festeggiatissimo, a Lugano.

SivigliaSe è vero che l’aspetto ludico ci tiene compagnia in tutta l’esistenza, alla luce della piaga sociale del gioco d’azzardo, ci spieghi la differenza che c’è tra il gioco per divertirsi e il gioco d’azzardo.  Un gioco per divertimento può sfociare in una mania per il gioco istigata dalla bramosia della vittoria?

FDM   Gli scacchi e il bridge sono giochi di abilità e di tecnica; hanno ben poco in comune con i giochi d’azzardo. Quanto al divertimento… questi due grandi e nobili giochi, praticati sul serio e a livello competitivo, sono anche faticosi, stressanti, ansiogeni. Non sono SEMPRE divertenti!

Mentre lei quali importanti partite ha vinto? Negli scacchi? Nel bridge?

FDM   La debbo un po’ deludere. Negli scacchi sono stato un buon giocatore di livello regionale. Il massimo titolo da me conseguito è stato quello di “campione ticinese”. Nel bridge (che tuttora pratico, ma non molto intensamente) sono considerato… un buon giocatore di livello regionale. È il mio (non molto brillante) destino.

Ci spieghi cosa significa “scacco matto”.

FDM   Significa letteralmente “il re è morto”. Si ha scacco matto quando il Re è minacciato di cattura da un pezzo avversario e la minaccia non può in alcun modo essere parata. La partita è finita.

Lei è un matematico e spesso si dice che il gioco degli scacchi ha un’attinenza con questa materia. E’ una forma mentis comune o c’è qualcosa di diverso?

FDM   Questo è un tipico luogo comune quasi del tutto privo di fondamento. Un grande matematico può giocare malissimo a scacchi, mentre uno che sappia poco più delle tabelline può essere fortissimo. Mi ricordo di un preside di un liceo importante di Milano che si batteva accanitamente ogni giorno con il barista del circolo, perdendo senza scampo tutte le partite. Un giorno, desolato, mi confidò: “Io ho due lauree eppure perdo contro quel barista che ha fatto a malapena la scuola media. Com’è possibile?” Gli risposi, serissimo: “Perché le sue lauree, signor preside, agli scacchi non servono a niente!”

Siamo alla fine di una dura (e troppo lunga) campagna elettorale: dia un consiglio i candidati che, anche loro, desiderano vincere.

FDM   A un giocatore di scacchi sconfitto si può dire: “Se hai perso una partita potrai vincere la prossima!” Analogamente, a un candidato trombato… …

Per ora la ringrazio  a nome di tutti i lettori. Chissà, magari un giorno toccherà a lei intervistare me!

FDM   Sarà con grande piacere.