Draghi, verso la formazione | Il Sì di Salvini, il No di Renzi

Salvini vorrebbe fare parte del Governo Draghi, così da chiedere che il nuovo governo includa ministri Lega. Silvio Berlusconi ha già concesso l’appoggio all’ex leader della Bce, mentre l’ex partito governativo, il Movimento pentastellato, è a rischio scissione.

Se, da una parte, l’ormai ex ministro degli esteri Luigi Di Maio promette appoggio al governo Draghi, dall’altra ci sono ben 50 senator che sostengono che non faranno genuflettere il proprio populismo all’austerity europeista. Tra questi nomi quali Lezzi, Toninelli e Morra che negano il consenso a Draghi, e il partito delle cinque stelle è in breve divenuto un campo minato. Il più oltranzista tra i pentastellati è Di Battista. i cinque stelle, infatti, temono di essere designati, in futuro, come coloro che “appoggiarono l’uomo dei poteri forti”, cioè l’ex ex Presidente della Banca centrale europea.

Il fondatore del movimento ora scisso Beppe Grillo, dal canto suo, ha già dato l’ok al nuovo governo, promettendo di esserci “ora e sempre”, ma questi toni altisonanti non bastano a lenire il dissenso interno.

E se, da un lato, il dissenso pentastellato fa discutere, dall’altro è proprio il consenso così bilaterale e bipartisan a far, ancora una volta, stupire gli italiani.

L’appoggio a Draghi viene tanto da Matteo Salvini, che preme per avere suoi ministri all’interno, quanto dal Pd che con Zingaretti si dice favorevole all’alleanza.

Sta invece fuori il leader di Italia Viva, Matteo Renzi: lo scissionista del PD ora guida una parte curiosamente vicino ai suoi antichi nemici (Giorgia Meloni, Di Battista).

Matteo Salvini ha infatti dato la disponibilità della Lega ad appoggiare il futuro governo, per due ragioni: secondo voci di corridoio vorrebbe così continuare ad appoggiare la larga parte del suo elettorato, ovvero la piccola e media imprenditoria, e, dall’altra parte, essere parte consistente delle ragioni di esistere del nuovo governo, così da essere tenuto in considerazione nelle future decisioni di questo.

Nicola Zingaretti invece ci tiene a restare al governo per sostenere “proposte forti e di lunga durata”. Le parole sono vacue, forse i motivi concreti.

Dalla destra rimane fuori Giorgia Meloni: la leader di Fratelli d’Italia preme, come condizione imprescindibile, nuove elezioni.

Abbiamo così la leader di Fratelli d’Italia paradossalmente così vicina alla parte oltranzista del Movimento Cinque Stelle da esigere elezioni, e i leader della Lega, di Forza Italia vicini ai portabandiera del Partito Democratico.

Forse siamo davvero arrivati a una svolta politica a livello interno, dalla quale non c’è ritorno: i grandi partiti che, per stare a galla, si coalizzano e sostengono l’europeista Draghi, e, dall’altra sponda, i piccoli partiti che battono i piedi forse in nome della coerenza.

Con un appoggio così eterogeneo, c’è la possibilità che così il governo Draghi non sia una replica del governo Monti, che tanto demoralizzò, dal punto di vista sia psichico che, soprattutto, economico, l’Italia nel 2011. E il rischio di un ritorno all’annus terribilis, è molto alto. I numeri, infatti, ci sono tutti, così come dal 2011 è facile passare al 2021. E cancellare dieci anni in un sol attimo.