Liliane Tami

Il passo di Atti 16,22-34 è uno dei momenti più intensi e toccanti del Nuovo Testamento: qui San Paolo, in carcere, dopo al terremoto, vede il suo carceriere che sta per suicidarsi, e gli dice di non farlo. Lui, allora, non si uccide e si converte.

In questa scena la potenza del Vangelo si manifesta non solo in miracoli esteriori, ma soprattutto nella trasformazione dei cuori.

Rembrandt- L’apostolo Paolo in prigione

In questo brano, Paolo e Sila sono incarcerati a Filippi, dopo essere stati percos­si e gettati in prigione a causa della loro predicazione. mezzanotte, Paolo e Sila pregano e cantano inni a Dio, nonostante le catene e le ferite. Un terremoto improvviso scuote la prigione: le porte si aprono e le catene si spezzano. Il carceriere, svegliandosi e vedendo le porte aperte, teme che i prigionieri siano fuggiti. In un gesto disperato, prende la spada per uccidersi: sapeva che, secondo le leggi romane, la fuga dei detenuti gli sarebbe costata la vita.

È in questo momento che avviene il gesto sublime:
«Paolo gridò a gran voce: “Non farti del male, siamo tutti qui!”» (At 16,28).

Questa frase, così semplice e diretta, salva una vita fisica e ne genera una spirituale. Il carceriere, colpito dalla compassione di Paolo, si getta ai suoi piedi e chiede: «Che cosa devo fare per essere salvato?». Riceve la risposta: «Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia». La scena si conclude con il carceriere che lava le ferite di Paolo e Sila, accoglie l’annuncio della fede, si fa battezzare con tutta la sua casa e li ospita a tavola «pieno di gioia per aver creduto in Dio».


In un mondo segnato dalla logica della vendetta, dell’“occhio per occhio”, questo episodio brilla per la gratuità dell’amore cristiano. Paolo avrebbe potuto fuggire. Avrebbe potuto lasciare che l’aguzzino si uccidesse. In fondo, era lui il carceriere, uno strumento della violenza dell’Impero. Ma Paolo non guarda l’altro come un nemico, bensì come un uomo da salvare.

Il gesto di fermare la mano del suicida è il compimento dell’insegnamento di Gesù sull’amore per i nemici. È un atto di misericordia che non solo impedisce una morte, ma apre a una nuova vita. È la vittoria dell’amore sulla paura, della grazia sul giudizio, della speranza sulla disperazione.

L’importanza di amare il nemico

Questo passo ci mostra che amare il nemico non è debolezza, ma forza spirituale. Significa rompere il ciclo dell’odio, guardare oltre l’apparenza, riconoscere che ogni persona – anche il carnefice – può essere raggiunta dalla luce del Vangelo. È l’amore che non umilia ma eleva, che non giudica ma redime, che non condanna ma accompagna.

Amare chi ci fa del male è possibile solo se ci sentiamo amati da un Dio che ha fatto così con noi. Paolo può amare il carceriere perché si sa amato e salvato da Cristo, proprio quando era nemico della Chiesa.


Oggi più che mai, in un mondo ferito dalla violenza, dalla solitudine e dal suicidio, questo episodio ci parla con forza:
“Non farti del male, siamo tutti qui” è il grido della Chiesa che veglia anche nella notte, che non abbandona, che ama senza calcolo. È un invito a custodirci gli uni gli altri, anche quando siamo separati da ideologie, culture o ferite profonde.

Ed è anche un appello alla nostra responsabilità: ogni gesto di amore autentico può salvare una vita.