Liliane Tami
Fin dalle prime pagine del Vangelo incontriamo due categorie di uomini che, pur per vie diverse, riconoscono in Gesù la presenza del Messia: i Magi e San Giovanni Battista. Entrambi rappresentano l’umanità in ricerca, i sapienti e i profeti che, sotto l’azione dello Spirito, giungono alla piena verità.
I Magi, coloro che conoscevano le cose interne ( dal greco esotericus, ἐσωτερικός, ) provenienti dall’Oriente — forse eredi delle scuole astrologiche persiane, zoroastriane o ermetiche — osservano il cielo e sanno leggere i segni cosmici. Nella stella misteriosa che li guida fino a Betlemme vedono il compimento di una attesa millenaria: l’annuncio di un Re divino. La loro sapienza naturale li conduce fino alle soglie del mistero, ma è solo quando si prostrano davanti al Bambino che la loro ricerca trova pienezza. La luce delle stelle li ha guidati, ma davanti a Gesù comprendono che il vero Sole di giustizia è apparso nella carne. Così la loro antica sapienza si inchina alla rivelazione piena di Dio incarnato.
Anche San Giovanni Battista, profeta e ultimo anello della lunga catena profetica di Israele, riconosce in Gesù il Messia. Fin dal grembo materno esulta alla presenza del Cristo. Nel Giordano, mentre battezza, lo indica solennemente:
«Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29).
Giovanni, illuminato dallo Spirito, sa che la sua missione è servire l’Altro, non se stesso:
«Egli deve crescere, e io diminuire» (Gv 3,30).
In entrambi i casi — nei Magi e nel Battista — vediamo la convergenza delle due grandi vie attraverso cui l’uomo cerca Dio: la ragione naturale (i Magi, la sapienza cosmica) e la rivelazione profetica (Giovanni, la voce ispirata). Ma entrambe trovano compimento solo nell’incontro personale con Cristo. Tutte le filosofie, tutte le conoscenze e persino tutte le visioni profetiche sono incomplete senza il riconoscimento dell’unico Salvatore.
San Giovanni Battista, ultimo e sommo dei profeti, ha avuto il privilegio unico di riconoscere per primo in Cristo l’Agnello di Dio, il Salvatore atteso da secoli. Mentre il mondo ancora cercava, egli — illuminato dallo Spirito — ha indicato il Messia con il dito e con la parola: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). La missione di ogni vero profeta, allora come oggi, è la stessa: riconoscere e proclamare che Gesù Cristo è il Salvatore, il Figlio di Dio incarnato. In un tempo confuso e affollato di false promesse di salvezza, è essenziale che coloro che hanno ricevuto il dono della profezia sappiano, come Giovanni, discernere e indicare senza ambiguità l’unica Via che conduce alla vita eterna. Non c’è vera profezia che non trovi il suo centro in Cristo, non c’è vera luce che non scaturisca dal Verbo fatto carne.
La scena dei Re Magi che si prostrano davanti al Bambino di Betlemme è molto più di un racconto poetico natalizio: è il simbolo profondo della sapienza umana che, pur giungendo d aun mondo pagano ed esoterico, trova compimento solo nella rivelazione di Cristo.
Questi Magi — i sapientes dell’Oriente — forse iniziatiche alle antiche tradizioni ermetiche- sapevano leggere i segni del cielo. Erano studiosi degli astri, interpreti dei cicli cosmici, iniziati ai misteri della natura, capaci di penetrare le leggi occulte che reggono il creato. Con occhi attenti e cuore inquieto cercavano il senso ultimo dell’universo, seguendo quella stella straordinaria che li condusse infine al luogo più umile della terra: una grotta, un bambino, una madre.
Il riconoscimento che i Magi fanno del piccolo Gesù non è solo il tributo orientale a un re terreno: è l’atto con cui le antiche sapienze esoteriche, la magia naturale, l’ermetismo, l’alchimia e le filosofie misteriche dell’Oriente piegano il capo davanti alla pienezza della verità. Essi vedono nel bambino il Christos, l’Unto del Signore, Colui che detiene le chiavi non solo del cielo e della terra, ma del cuore stesso dell’essere.

L’intelletto umano può elevarsi con le vie della magia, dell’alchimia, della sapienza antica; può sfiorare le soglie del mistero e percepire l’eco dell’eterno. I Rosacroce, i martinisti, gli ermetisti hanno intuito questa tensione profonda: farsi come Dio, trasformare il piombo in oro, cercare la pietra filosofale, desiderare l’immortalità. Eppure, l’opera dell’uomo resta sempre incompleta se si ferma a queste sole conquiste.
La vera immortalità non è quella alchemica , transumanista o iniziatica, ma quella della carne glorificata nella risurrezione. Gli alchimisti cercavano la vita eterna nei crogiuoli e nei laboratori, ma la vera Vita Eterna è quella che sgorga dal sepolcro vuoto del Cristo risorto. Non la trasmutazione dei metalli, ma la trasfigurazione dell’uomo nella gloria dei risorti.
E così anche il desiderio esoterico di “divinizzarsi” — così caro ai Rosa+Croce e ai discepoli dell’antica sapienza — trova il suo autentico compimento solo nel sacramento dell’Eucaristia. Qui l’uomo si unisce realmente a Dio, non per via simbolica o analogica, ma realmente e sostanzialmente, ricevendo il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Cristo stesso. È mangiando Dio che l’uomo si fa “come Dio”, secondo il piano divino e non per propria iniziativa. Qui non c’è magia, ma sacramento; non c’è segreto iniziatico, ma rivelazione pubblica offerta a tutti i popoli.
I sacramenti della Chiesa sono le vere chiavi del Regno, superiori a ogni formula ermetica, a ogni pratica esoterica, a ogni antica gnosi. Sono la medicina dell’immortalità, il vero Elisir di lunga vita, donato non ai pochi iniziati, ma a ogni battezzato che si lascia plasmare dall’Amore incarnato.
I Magi, dunque, non rappresentano la fine della sapienza antica, ma il suo coronamento e superamento. La stella che seguirono li portò a colui che è la Luce vera, il solo Maestro che non insegna solo a conoscere, ma a vivere per sempre. E , battezzandosi in Cristo per mezzo dello Spirito Santo e partecipando regolarmente ai sacramenti, ogni uomo sapiente ed educato ai misteri dell’esoterismo può completare il proprio percorso intellettuale con l’amore del Dio incarnato. Grazie alla transustanziazione, l’eucaristia del sacerdote diviene presenza del Dio vero tra le genti : non vi è rito magico o iniziatico o libro alcuno in grado di portare allo stesso modo la presenza di Dio tra gli uomini.
