Luca Delzotti

Nel linguaggio polemico della sinistra radicale e dei populismi anti-mercato, è frequente imbattersi in frasi come: “Il capitalismo ha bisogno che esista gente povera”, oppure “Il sistema funziona solo perché qualcuno resta indietro”. Affermazioni del genere, benché prive di fondamento empirico, trovano spazio nel dibattito pubblico perché semplici, emotive, colme di risentimento sociale. Ma un serio osservatore politico, al di là delle appartenenze, ha il dovere di andare oltre la retorica, analizzare la realtà dei fatti e distinguere tra ideologia e verità. L’idea che il capitalismo si regga sulla povertà non solo è falsa, ma è anche pericolosa. Perché delegittima un sistema che, con tutti i suoi difetti, ha garantito più benessere, libertà e progresso di qualunque altra forma economica sperimentata nella storia umana.

Va anche evidenziato come l’economia di mercato abbia concretamente ridotto la povertà nel mondo. In meno di cinquant’anni, il capitalismo ha consentito a miliardi di persone di uscire dalla povertà estrema. Secondo la Banca Mondiale, dal 1990 ad oggi il tasso globale di povertà estrema è passato da oltre il 35% a meno del 10%. Non grazie alla pianificazione statale. Non grazie al collettivismo.

Ma grazie alla diffusione, pur con varianti locali, di principi capitalistici: apertura ai mercati, concorrenza, libero scambio, impresa privata, investimenti esteri. La Cina, che fino agli anni ’80 era un’economia collettivista e stagnante, ha prodotto uno dei più grandi processi di sviluppo della storia proprio quando ha introdotto riforme in senso capitalistico. E lo stesso vale per l’India, l’Asia sudorientale, parte dell’Africa subsahariana. Altro che necessità della povertà: il capitalismo ha funzionato meglio proprio dove la povertà è stata aggredita con decisione.

Inoltre, chi riduce il capitalismo a “sfruttamento” mostra di ignorare la realtà di un’economia moderna. Il profitto non nasce dal sottrarre valore agli altri, ma dal crearlo. Un’impresa che innova, produce, assume e vende non danneggia la società: la arricchisce. Offre beni e servizi, crea posti di lavoro, genera reddito e gettito fiscale. In un’economia libera e regolata, nessuno è obbligato a lavorare per un’impresa o a comprarne i prodotti. Il mercato è una relazione volontaria, non un atto di imposizione. Naturalmente esistono storture come l’evasione, la speculazione e il dumping sociale ma non sono intrinseche al capitalismo, bensì alla mancanza di regole e di etica. I veri nemici del bene comune non sono gli imprenditori, ma i monopoli parassitari, le rendite di posizione, la collusione tra potere economico e potere pubblico. Il capitalismo sano è l’antidoto a tutto questo, non la causa.

Parallelamente, va respinta un’altra retorica: quella che identifica ogni disuguaglianza economica con un’ingiustizia sociale. In un sistema libero, le differenze di reddito riflettono (almeno in parte) differenze legittime: in talento, impegno, rischio assunto, capacità imprenditoriale. L’obiettivo della politica non dev’essere quello di eliminare le differenze, ma di garantire l’ascensore sociale. Non l’uguaglianza degli esiti, ma l’uguaglianza delle opportunità. È paradossale che proprio nei paesi più ricchi e capitalistici del mondo (Stati Uniti, Europa settentrionale, Canada, Australia) troviamo i più avanzati sistemi di welfare, i migliori indicatori di sviluppo umano, l’accesso diffuso a sanità e istruzione. I modelli economici alternativi, dove “l’uguaglianza” veniva imposta per legge, hanno storicamente prodotto povertà di massa, scarsità cronica, e repressione della libertà individuale.

Infine, bisogna riconoscere che libertà economica e democrazia sono legate in modo profondo e necessario. Il capitalismo, quando è ancorato a istituzioni solide e allo Stato di diritto, è il pilastro economico della democrazia liberale. Non può esserci una vera società aperta senza la libertà di intraprendere, di investire, di scegliere dove e come lavorare. Le dittature, anche quelle che si definiscono “socialiste”, limitano proprio queste libertà, perché sanno che il controllo dell’economia è il primo passo per controllare la vita delle persone. Il vero riformismo, oggi, non può consistere nel demolire il capitalismo, ma nel rafforzarne i meccanismi virtuosi: merito, concorrenza, mobilità sociale, responsabilità sociale d’impresa. Un riformista serio non attacca il sistema che ha fatto progredire il mondo: lo corregge, lo modernizza, lo rende più equo ed efficiente.

In conclusione, frasi come “il capitalismo ha bisogno che esista gente povera” sono slogan ideologici, utili a chi vuole delegittimare il sistema liberale senza proporre alternative credibili. Ma un politico serio, un dirigente, un legislatore o anche semplicemente un osservatore politico neutrale non può ragionare per slogan. Deve partire dai fatti, non dai dogmi. E i fatti dimostrano che il capitalismo, pur imperfetto, è l’unico sistema che ha combinato crescita economica, innovazione tecnologica e miglioramento delle condizioni di vita su scala globale. Sì, c’è ancora tanta strada da fare. Sì, servono correttivi, investimenti pubblici, protezioni sociali. Ma tutto questo può esistere grazie al dinamismo capitalistico, non in alternativa ad esso. La politica deve smettere di dipingere il capitalismo come un nemico: deve tornare a governarlo con visione, pragmatismo e senso di responsabilità.