In India, nel 1991, due persone decisero di comprare una terra sterile e abbandonata. Oggi quel luogo è un santuario verde, un miracolo di fede, perseveranza e amore per il creato.

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Una follia chiamata speranza

C’era una volta, nel cuore dell’India, una distesa arida dove il sole bruciava la terra e il vento portava solo polvere.
Era il 1991 quando Pamela e Anil Malhotra decisero di fare qualcosa che molti avrebbero giudicato un gesto di pura follia: acquistare un deserto.
Non per costruirci resort o industrie, ma per restituirgli la vita.

Una scelta controcorrente, visionaria, apparentemente inutile agli occhi del mondo moderno, ma guidata da un principio antico: “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse” (Genesi 2,15).
E loro, nel loro piccolo, decisero di prendere sul serio quel comandamento dimenticato: custodire il giardino.

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Il sogno che ha vinto la siccità

All’inizio non c’era nulla. Solo terra spaccata, calore, silenzio.
Ma Pamela e Anil non si arresero: iniziarono a piantare alberi, uno alla volta, a raccogliere semi, a scavare pozzi, a costruire piccole oasi d’acqua per attrarre la fauna selvatica.
Negli anni, con una dedizione totale, ricrearono un ecosistema.

Trent’anni dopo, quello che era un deserto è diventato un paradiso verde di oltre 300 ettari, popolato da elefanti, tigri, cervi, scimmie, uccelli tropicali e farfalle.
Lo chiamarono Saihwa Sanctuary, un luogo dove ogni creatura ha diritto di esistere.


Il giardino ritrovato

La loro storia è una parabola moderna, un atto di resurrezione ecologica.
In un mondo che spesso consuma e distrugge, Pamela e Anil hanno scelto di restituire.
Non si sono arricchiti, non hanno costruito hotel o parchi turistici.
Hanno scelto il silenzio, la pazienza, la cooperazione con la natura.

Oggi il loro santuario è considerato uno dei più straordinari esempi di riforestazione privata in Asia.
Dove prima c’era sabbia e roccia, ora crescono alberi di teak, bambù, mango, banyan, e mille altre specie.
Le acque scorrono di nuovo, e persino gli elefanti selvatici hanno ritrovato lì il loro cammino ancestrale.


Custodire, non dominare

Il messaggio che la loro storia porta al mondo è spirituale prima ancora che ecologico.
Pamela e Anil ci ricordano che la Terra non ci appartiene, ma ci è stata affidata.
Che il vero progresso non è accumulare, ma coltivare la vita.
Che ogni deserto, esteriore o interiore, può tornare a fiorire se lo si cura con amore, fede e perseveranza.

“Ogni volta che piantiamo un albero,” ha detto Anil in un’intervista, “sentiamo di riparare qualcosa del mondo, ma anche qualcosa dentro di noi.”


La gioia piena del creato

La loro impresa non è un’utopia lontana, ma un segno concreto che la conversione ecologica è possibile.
In un’epoca in cui si parla tanto di crisi climatica, Pamela e Anil hanno dimostrato che una coppia, da sola, può cambiare il destino di una terra intera.
È il miracolo silenzioso del bene: quello che non si annuncia con slogan, ma che cresce piano, come una foresta.

Forse, il loro deserto diventato giardino è il simbolo di ciò che Dio desidera ancora da noi: che impariamo di nuovo a custodire, non a sfruttare.
E che, in ogni gesto di cura verso il creato, si riveli quella gioia piena che nasce dall’armonia tra l’uomo e la natura.


👉 Ascolta il podcast: Un deserto che oggi è un paradiso terrestre – la storia di Pamela e Anil
🎧 Un viaggio di fede e speranza nel cuore verde dell’India.
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