Tra il 29 e il 30 settembre 1941, in una gola alla periferia di Kiev, si consumò una delle più terribili stragi dell’Olocausto: Babi Yar. In appena quarantotto ore, le unità mobili di sterminio naziste, le Einsatzgruppen, con il supporto di collaboratori locali, massacrarono quasi 34.000 ebrei: uomini, donne, bambini, anziani. Intere famiglie vennero cancellate nel giro di pochi istanti.

Le vittime furono costrette a camminare fino al ciglio della gola. Lì, private dei loro vestiti e dei loro averi, furono fucilate a gruppi, i corpi gettati nelle fosse comuni e ricoperti di terra. Il tutto con una spaventosa efficienza, espressione di una macchina di sterminio che, in quell’autunno del 1941, si stava perfezionando nell’Europa dell’Est.

Babi Yar non fu un episodio isolato, ma parte della strategia genocida che i nazisti applicarono soprattutto nei territori orientali: l’eliminazione fisica e totale degli ebrei, senza campi, senza deportazioni, sul posto. Nei mesi successivi al massacro di settembre, la gola continuò a riempirsi: rom, prigionieri sovietici, dissidenti politici e nazionalisti ucraini furono assassinati nello stesso luogo, trasformato in un simbolo di morte.

Per decenni, tuttavia, Babi Yar fu avvolta nel silenzio. L’Unione Sovietica riconobbe l’eccidio solo come “crimine contro cittadini sovietici”, senza menzionare la specificità della persecuzione antiebraica. Solo a partire dagli anni ’60 il mondo iniziò a conoscere la verità: grazie alle testimonianze dei sopravvissuti, alla poesia di Evgenij Evtušenko e alla monumentale Sinfonia n. 13 di Šostakovič, dedicate proprio a Babi Yar.

Oggi, il sito ospita memoriali e un museo, e rimane un luogo di memoria fondamentale. Ricordare Babi Yar significa dare voce a chi non ne ebbe, e ribadire che l’orrore nasce sempre dalla disumanizzazione: quando si decide che un popolo è di troppo, che un’intera comunità può essere eliminata senza rimorso.

La storia di Babi Yar ci obbliga a non distogliere lo sguardo.
Perché dimenticare sarebbe uccidere ancora.