Per oltre un decennio Nicolás Maduro ha governato il Venezuela trascinandolo in uno dei più gravi disastri economici, sociali e istituzionali della storia recente dell’America Latina. Oggi, dopo i raid statunitensi su Caracas e l’annuncio della sua cattura da parte del presidente Donald Trump, il suo nome torna al centro dell’attenzione globale come simbolo di un regime autoritario, isolato e sempre più legato ai traffici criminali internazionali.
Le circostanze della cattura restano ancora poco chiare: operazione militare, arresto “negoziato” o fuga forzata? Al di là dei dettagli, un dato è evidente: l’era Maduro segna il punto più basso della storia venezuelana contemporanea.
L’eredità di Chávez e il potere senza carisma
Maduro arriva al potere nel 2013 come successore designato di Hugo Chávez, il leader carismatico del chavismo. Ma se Chávez aveva costruito il consenso attraverso il petrolio e una retorica populista capace di parlare alle masse, Maduro ne eredita solo la struttura autoritaria, senza il carisma né le risorse.
Ex autista di autobus e sindacalista, Maduro costruisce la propria carriera non su un progetto politico autonomo, ma sulla fedeltà personale al leader defunto. Una volta al potere, consolida il controllo attraverso l’esercito, i servizi segreti e la repressione sistematica dell’opposizione.
Il collasso economico
Sotto Maduro, il Venezuela passa dall’essere uno dei Paesi più ricchi di risorse energetiche del continente a una nazione in iperinflazione cronica, con milioni di cittadini costretti all’emigrazione. La moneta viene distrutta, la produzione petrolifera crolla, il sistema sanitario collassa.
Secondo le Nazioni Unite, il Venezuela conosce una delle più grandi crisi umanitarie non belliche al mondo. Eppure il regime continua a negare la realtà, attribuendo ogni responsabilità a complotti esterni e sanzioni internazionali.

Il legame con i narcos
Uno degli aspetti più oscuri del regime Maduro è il suo rapporto strutturale con il narcotraffico. Da anni, agenzie internazionali e procure statunitensi accusano esponenti di vertice del governo e delle forze armate di far parte del cosiddetto Cartel de los Soles, una rete che utilizza il territorio venezuelano come hub per il traffico di cocaina verso gli Stati Uniti e l’Europa.
Nel 2020, il Dipartimento di Giustizia USA ha formalmente accusato Maduro di narcoterrorismo, offrendo una taglia multimilionaria per la sua cattura. Secondo Washington, il regime avrebbe collaborato con gruppi armati colombiani per finanziare il potere politico attraverso la droga.
In questo contesto, il Venezuela non è più solo uno Stato autoritario, ma uno Stato-cerniera tra potere politico e criminalità organizzata.
La persecuzione della Chiesa cattolica
Un altro fronte di scontro aperto è quello con la Chiesa cattolica, una delle poche istituzioni rimaste capaci di parlare alla popolazione senza passare dal controllo del regime. Vescovi e sacerdoti hanno denunciato apertamente la povertà, la repressione, la mancanza di libertà democratiche.
La risposta di Maduro è stata durissima: attacchi verbali, accuse di “ingerenza politica”, restrizioni, intimidazioni. In più occasioni il regime ha descritto la Chiesa come nemica del popolo, colpevole di smascherare le menzogne ufficiali.
Le alleanze internazionali
Isolato dall’Occidente, Maduro ha rafforzato i legami con Russia, Cina e Cuba, trasformando il Venezuela in un avamposto geopolitico anti-americano. Un’alleanza che ha garantito sopravvivenza politica al regime, ma non benessere alla popolazione.
Un regime alla fine?
La possibile cattura di Maduro segna un passaggio storico. Non significa automaticamente la rinascita del Venezuela, né la fine del chavismo. Ma rappresenta la caduta di un uomo che ha trasformato un Paese in una prigione impoverita, governata dalla paura, dalla propaganda e dai traffici illeciti.
Maduro resterà nella storia non come il continuatore di Chávez, ma come il dittatore che ha portato il Venezuela al collasso, legando il destino di una nazione ai narcos, alla repressione e all’isolamento.
E ora, mentre il mondo osserva le prossime mosse, una domanda resta aperta: chi pagherà davvero il prezzo di questi anni perduti?