Nel panorama contemporaneo delle conversioni al cristianesimo, spesso liquidate come fenomeni emotivi o reazioni identitarie, la storia di Rosaria Butterfield si impone per la sua radicale inattualità. Non nasce da una crisi improvvisa né da un bisogno consolatorio, ma da un lungo e faticoso confronto intellettuale con la Scrittura, la verità e il limite.

Femminista militante, lesbica dichiarata, accademica affermata, Rosaria Butterfield è stata per anni una delle voci più autorevoli della teoria queer negli Stati Uniti. Professoressa di inglese e studi femminili alla Syracuse University, aveva costruito la propria carriera accademica su una visione critica della tradizione occidentale, del cristianesimo e della famiglia, impegnandosi attivamente nella promozione delle politiche LGBTQ+ e nella ridefinizione giuridica delle relazioni affettive.

Biografia — Rosaria Butterfield

Cresciuta e formata in un ambiente cattolico romano progressista, Rosaria amava profondamente i libri, la filosofia e la letteratura. Dopo il dottorato conseguito alla Ohio State University nel 1992, si specializzò nella teoria critica e nella teoria queer, con un interesse particolare per la letteratura del XIX secolo, letta alla luce di Freud, Hegel, Marx e Darwin. Uno dei testi centrali delle sue ricerche era Frankenstein di Mary Shelley, simbolo, ai suoi occhi, della ribellione moderna contro l’ordine naturale e morale.

Rosaria non era un’intellettuale isolata nella torre d’avorio: collaborava con gruppi di studenti LGBTQ+, fu coautrice della politica sulle unioni civili per coppie dello stesso sesso della sua università e partecipava attivamente alle battaglie culturali e legali del movimento. La sua identità lesbica non era un fatto privato, ma una scelta teorica e politica.

Il punto di svolta avvenne nel 1997, quasi per paradosso. Intentata a studiare quella che definiva “la destra religiosa e la sua politica di odio contro persone come me”, Rosaria pubblicò un articolo polemico contro il movimento evangelicale dei Promise Keepers. Alla sua critica rispose un pastore presbiteriano riformato locale, Ken Smith, che la invitò – insieme alla moglie Floy – a cena.

Quella che Rosaria si aspettava fosse una semplice occasione di studio sul “nemico ideologico” divenne invece l’inizio di un’amicizia disarmante. Ken e Floy non cercarono di convertirla con slogan o pressioni morali. Le offrirono ospitalità, ascolto, pazienza. Le aprirono la Bibbia non come un’arma culturale, ma come un testo da leggere, discutere, interrogare.

Per due anni Rosaria lesse e rilesse la Scrittura, senza sentimentalismi, con il rigore di una studiosa abituata al confronto serrato con i testi. Quel libro che aveva sempre considerato uno strumento di oppressione cominciò lentamente a incrinare le sue certezze teoriche e antropologiche. Nel 1999, contro ogni previsione – anche la sua – si convertì al cristianesimo.

Nel suo memoir The Secret Thoughts of an Unlikely Convert: An English Professor’s Journey into Christian Faith (2012), Rosaria descrive la conversione non come una liberazione romantica, ma come un “disastro”: il crollo di un intero sistema simbolico, affettivo e professionale. Non una vittoria identitaria, ma una resa.

Oggi Rosaria Butterfield è sposata con Kent, pastore presbiteriano riformato della Carolina del Nord. È madre, nonna, scrittrice e conferenziera. Non appartiene alla Chiesa cattolica, ma la sua testimonianza interpella profondamente anche il mondo cattolico, perché mette in luce una verità spesso dimenticata: la conversione non è innanzitutto un cambiamento morale, ma una trasformazione dello sguardo.

«Ho imparato la prima regola del pentimento», scrive, «che il pentimento richiede una maggiore intimità con Dio che con il nostro peccato. Quanto maggiore? Circa quanto un granello di senape».

In un’epoca in cui l’identità viene difesa come un assoluto e il desiderio elevato a criterio di verità, la storia di Rosaria Butterfield resta una provocazione silenziosa: la ragione può condurre a Dio, e l’incontro con Cristo non annulla l’intelligenza, ma la purifica. Non distrugge la persona, ma la ricrea.