Nel 1894, a Parigi, l’esercito francese vive un clima di sospetto: qualcuno sta passando informazioni segrete ai tedeschi. Tra i documenti trovati, un “bordereau” — una lettera anonima — sembra rivelare il traditore.
Senza prove solide, ma spinti da pregiudizi antisemiti, i vertici militari accusano il capitano Alfred Dreyfus, un brillante ufficiale ebreo dell’artiglieria.
Nel dicembre 1894, un tribunale militare lo condanna per alto tradimento. La sentenza è esemplare: il 5 gennaio 1895 Dreyfus viene pubblicamente degradato nel cortile dell’École Militaire. La folla urla “Morte al traditore! Morte all’ebreo!”. Poi, in catene, viene deportato nella lontana Isola del Diavolo, una prigione tropicale al largo della Guyana Francese.

Per alcuni anni cala il silenzio. Ma nel 1896, il colonnello Georges Picquart, nuovo capo del controspionaggio, scopre che il vero colpevole è un altro ufficiale: Ferdinand Walsin Esterhazy. Quando Picquart cerca di rivelare la verità, viene allontanato e ridotto al silenzio.
Nel 1897, l’opinione pubblica comincia a dubitare della colpevolezza di Dreyfus. L’intellettuale Émile Zola, indignato, pubblica sul giornale L’Aurore il celebre articolo “J’Accuse…!” (13 gennaio 1898), una lettera aperta al presidente della Repubblica in cui denuncia la menzogna di Stato e l’antisemitismo dell’esercito.
Zola viene processato e condannato, ma la sua voce scuote la Francia e divide il paese tra dreyfusards (difensori di Dreyfus) e antidreyfusards (suoi accusatori).
Nel 1899, Dreyfus viene riportato in Francia e sottoposto a un nuovo processo a Rennes. Nonostante l’evidenza della sua innocenza, è di nuovo condannato — ma “con attenuanti”. Di fronte allo scandalo crescente, il governo gli offre la grazia presidenziale, che accetta pur protestando la propria innocenza.
Finalmente, dopo anni di lotte, nel 1906, la Corte di Cassazione annulla definitivamente la condanna e riabilita Dreyfus. Gli vengono restituiti i gradi e viene reintegrato nell’esercito francese.
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Monologo di Zola — “L’impotenza contro l’ingiustizia”
Li ho visti. Tutti. Quegli uomini in uniforme, i volti di pietra, gli sguardi bassi.
Ho visto la menzogna prendere forma, vestirsi di onore, marciare con passo militare e chiamarsi “giustizia”.

E io, povero scrittore, con la mia penna soltanto.
Che cosa può una parola contro un esercito?
Che cosa può un foglio d’inchiostro contro l’acciaio, contro l’odio che dilaga nelle piazze, contro la folla che grida senza sapere?
Eppure — se tacessi, anch’io sarei colpevole.
Non del loro crimine, ma del mio silenzio.
Ho visto un uomo — Dreyfus — solo, spezzato, insultato, mandato a morire sotto il sole di un’isola dimenticata.
Non perché colpevole, ma perché comodo. Perché diverso.
L’ingiustizia ha sempre il volto rassicurante della legge, la voce grave dei tribunali.
Ma io la riconosco, io la sento. È il freddo che scende nel cuore quando la verità viene schiacciata dal potere.
Mi chiameranno traditore, mi trascineranno in tribunale.
Forse avrò paura — sì, avrò paura — ma parlerò lo stesso.
Perché una sola parola, detta con verità, pesa più di tutte le bugie del mondo.
Che mi condannino pure.
Ma la mia coscienza, almeno, sarà libera.
E un giorno, quando il vento avrà disperso le loro menzogne,
forse qualcuno ricorderà che un uomo, solo, ha osato dire: “J’accuse.”