I segnali sono ormai troppo numerosi per essere ignorati: l’Europa sta entrando in una fase di frattura sistemica. Non si tratta più di divergenze episodiche, ma di linee di faglia geopolitiche che attraversano l’Unione Europea e ne mettono in discussione la tenuta stessa. Il caso del petrolio venezuelano e dei rapporti tra Spagna, Stati Uniti e America Latina è solo l’ultimo tassello di un quadro molto più ampio.
Negli ultimi anni, la Spagna guidata da Pedro Sánchez ha aumentato in modo vertiginoso l’importazione di greggio venezuelano, nonostante sanzioni, ambiguità giuridiche e il collasso politico del Paese sudamericano. Un’operazione economicamente rilevante – si parla di circa 1,6 miliardi di euro – che oggi non è più nelle mani di Madrid, ma sotto il controllo diretto degli Stati Uniti.
Con Nicolás Maduro progressivamente marginalizzato e Washington tornata padrona del gioco energetico, la Spagna si ritrova esposta, vulnerabile, e politicamente ricattabile. A decidere il destino di quel flusso petrolifero non è più l’Unione Europea, ma la Casa Bianca. E oggi, a gestire quella leva strategica, è Donald Trump.
Questo passaggio segna un punto di non ritorno: l’UE non controlla più le proprie catene energetiche, né ha una politica estera autonoma. Il mito dell’“Europa sovrana” si dissolve davanti alla realtà dei fatti.

L’asse mediterraneo contro la Mitteleuropa
In questo contesto, si rafforza una spaccatura già evidente: da un lato i Paesi della Mitteleuropa, più rigoristi, industriali, diffidenti verso l’espansione incontrollata e l’assistenzialismo; dall’altro i Paesi del Mediterraneo, sempre più dipendenti da equilibri esterni, debito, energia importata e compromessi geopolitici opachi.
La Spagna, tradizionalmente presentata come pilastro del fronte europeista, potrebbe presto cambiare campo. Le tensioni interne, l’instabilità energetica e la perdita di sovranità decisionale spingono Madrid verso una postura più autonoma, se non apertamente critica verso Bruxelles.
In questo scenario, Giorgia Meloni e Viktor Orbán potrebbero trovarsi presto un alleato inatteso. Non per affinità ideologica, ma per convergenza di interessi: la difesa della sovranità nazionale contro un’Unione Europea percepita come inefficace, eterodiretta e incapace di proteggere i propri Stati membri.
Il circo ONU e la narrazione rassicurante
Mentre queste fratture si allargano, il cosiddetto “circo” delle istituzioni internazionali continua a produrre narrazioni tranquillizzanti. L’Organizzazione delle Nazioni Unite e l’establishment progressista europeo insistono nel raccontare un mondo “sotto controllo”, regolato da multilaterismo, dialogo e governance globale.
Ma la realtà smentisce la propaganda. Le decisioni cruciali si prendono altrove, con logiche di potenza, non di consenso. Le sanzioni valgono finché convengono. Le regole cambiano quando cambia il padrone del gioco.
Medio Oriente e leadership occidentali: la fine delle illusioni
Anche sul fronte mediorientale, la distanza tra narrazione e realtà è evidente. Benjamin Netanyahu, dato più volte per politicamente finito, è invece vivo e vegeto, saldo nel suo ruolo, così come lo è stato Joe Biden nonostante una comunicazione pubblica spesso orientata a minimizzare fragilità e conflitti interni.
La lezione è chiara: la politica reale non segue i desideri dei commentatori, ma gli equilibri di forza. E oggi quegli equilibri stanno cambiando rapidamente.
Verso lo svuotamento dell’Unione Europea
Non è azzardato parlare di uno svuotamento progressivo dell’UE: meno sovranità, meno capacità decisionale, più dipendenza esterna. Non una fine spettacolare, ma un lento declino amministrativo e politico, mascherato da summit, dichiarazioni e buone intenzioni.
Chi continua a raccontare l’Unione Europea come un progetto irreversibile e salvifico ignora – o finge di ignorare – che la storia non conosce strutture eterne. Quando il potere si sposta, le architetture istituzionali crollano o si trasformano.
E il vento, oggi, soffia in un’altra direzione.