La guerriglia urbana di quarta generazione del Vulkangruppe e la nuova strategia del sabotaggio infrastrutturale
Berlino, capitale politica ed energetica della Germania, si è risvegliata nel fine settimana in una condizione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile: decine di migliaia di abitazioni senza elettricità a seguito di un atto di sabotaggio mirato. Circa 45.500 case sono rimaste al buio dopo un incendio doloso che ha danneggiato linee elettriche ad alta tensione su un ponte nei pressi di una centrale elettrica nel quartiere di Lichterfelde, nel sud-ovest della città.
Secondo quanto riferito dalla polizia berlinese e confermato da fonti dell’AFP, gli inquirenti ritengono plausibile la rivendicazione pubblicata online da un gruppo di estrema sinistra che si firma Vulkangruppe (Gruppo Vulcano). L’incendio è stato domato rapidamente, ma l’impatto sull’infrastruttura elettrica è stato immediato e diffuso, dimostrando la vulnerabilità di nodi critici anche in una delle metropoli più avanzate d’Europa.

Non terrorismo classico, ma sabotaggio sistemico
Il comunicato del Vulkangruppe è rivelatore di una nuova grammatica della violenza politica, tipica di quella che gli analisti definiscono guerriglia urbana di quarta generazione. Non attentati indiscriminati, non obiettivi simbolici tradizionali, ma attacchi selettivi alle infrastrutture che sostengono la vita economica e tecnologica delle società occidentali.
Nel testo diffuso online, il gruppo afferma che la centrale elettrica di Lichterfelde è stata «sabotata con successo» e precisa che «non sono state prese di mira le interruzioni di corrente, ma l’economia dei combustibili fossili». Una distinzione solo apparente: colpire l’energia significa colpire direttamente la popolazione civile, l’economia, i servizi essenziali, senza assumersene esplicitamente la responsabilità morale.
L’obiettivo dichiarato è «tagliare la benzina alla classe dirigente», accusata di «ingordigia energetica» e di dipendenza dai combustibili fossili. L’azione viene presentata come atto di autodifesa, addirittura come gesto «nell’interesse di tutti» e di «solidarietà internazionale» con chi difende ambiente e pianeta.
L’ecologismo radicale come ideologia di conflitto
Ciò che emerge con chiarezza è l’evoluzione di una parte dell’ambientalismo radicale verso una forma di lotta asimmetrica, in cui il linguaggio della salvezza del pianeta giustifica la distruzione di infrastrutture civili. Il sabotaggio non è più considerato un mezzo estremo, ma uno strumento politico legittimo, inserito in una narrazione apocalittica che divide il mondo tra colpevoli e giusti.
Nel messaggio del Vulkangruppe, l’attacco si estende anche ai centri di produzione dell’intelligenza artificiale, descritti come entità voraci di energia e acqua, e come pilastri di una futura società di sorveglianza. Le aziende tecnologiche vengono dipinte come strumenti di dominio nelle mani di élite irresponsabili, mentre la popolazione sarebbe complice per passività.
Il tono è profetico e catastrofista: «Un giorno siederemo davanti a schermi vuoti e macchine morte, morendo noi stessi di fame e sete». È una visione del mondo in cui il collasso non è una paura da evitare, ma un esito da accelerare.
La quarta generazione della guerriglia urbana
Questo episodio berlinese si inserisce in un quadro più ampio: la trasformazione del conflitto politico interno nelle democrazie occidentali. La guerriglia di quarta generazione non mira a conquistare territori né a rovesciare governi con la forza diretta, ma a logorare il sistema, colpendo nodi energetici, logistici, digitali, rendendo la normalità instabile.
Niente leader visibili, niente strutture gerarchiche tradizionali, ma cellule fluide, comunicazione online, rivendicazioni simboliche e azioni ad alto impatto mediatico. Il sabotaggio diventa messaggio, la vulnerabilità infrastrutturale diventa propaganda.
Berlino come laboratorio europeo
Che tutto questo accada a Berlino non è casuale. La capitale tedesca è da anni un laboratorio politico e ideologico, crocevia di movimenti radicali, attivismo climatico estremo e sperimentazioni sociali. L’episodio di Lichterfelde mostra però un salto di qualità: dal blocco stradale al sabotaggio strategico.
La risposta delle autorità sarà decisiva. Non solo sul piano repressivo, ma su quello politico e culturale: perché il rischio non è solo la replica dell’atto, ma la sua normalizzazione ideologica.
Berlino è tornata alla luce in poche ore. Ma il segnale lanciato dal Vulkangruppe resta acceso: la guerra del futuro, in Europa, potrebbe non fare rumore di bombe, ma di interruttori che si spengono