Salvare i vivi, onorare i morti: la missione che unisce emergenza, dignità e memoria. Il loro prezioso servizio anche nella tragedia di Crans-Montana
Tra le organizzazioni che operano nei contesti più estremi dell’emergenza contemporanea, ZAKA occupa un posto unico. Non solo per la natura altamente specializzata dei suoi interventi, ma per l’etica che li guida: salvare chi può essere salvato e onorare chi non ce l’ha fatta. Un principio semplice, eppure radicale, che informa ogni azione sul campo.
Fondata ufficialmente nel 1995, ZAKA affonda le sue radici negli anni precedenti, quando già durante la Prima Intifada gruppi di volontari operavano per restituire identità e dignità alle vittime di attentati e disastri. Il nome stesso dell’organizzazione è un programma: Zihuy Korbanot Ason, in ebraico, significa “identificazione delle vittime di disastri”. Non un dettaglio burocratico, ma un atto umano e morale, soprattutto in contesti in cui la violenza tende a cancellare i volti e a ridurre le persone a numeri.
Intervenire dove altri si fermano
ZAKA opera nelle fasi più delicate e traumatiche di una crisi: dal primo soccorso alla ricerca, dal recupero dei corpi al loro trattamento, fino al coordinamento con le autorità civili, sanitarie e religiose. È un lavoro che richiede competenze tecniche elevate, ma anche una straordinaria tenuta emotiva. I volontari intervengono spesso in scenari di distruzione totale, dove il confine tra vita e morte è sottile e instabile.
Contrariamente a quanto spesso si pensa, l’attività di ZAKA non si limita agli attacchi terroristici. L’organizzazione è chiamata ad agire anche in caso di disastri naturali, incidenti stradali e ferroviari, crolli, incendi, emergenze civili e grandi calamità. In ciascuno di questi contesti, il compito resta lo stesso: ricomporre il caos, restituire identità, accompagnare il dolore.

Una presenza globale
Nel corso degli anni, ZAKA ha esteso il proprio raggio d’azione ben oltre i confini di Israele. I suoi volontari hanno partecipato a missioni internazionali in seguito a terremoti in Asia, a operazioni di soccorso dopo attentati in varie parti del mondo e a interventi umanitari in contesti complessi. Ovunque siano chiamati, portano con sé un metodo di lavoro rigoroso e una visione etica centrata sulla persona, anche — e soprattutto — quando la persona non può più parlare.
Migliaia di volontari, una sola missione
ZAKA è composta da migliaia di volontari, uomini e donne che operano 24 ore su 24, spesso in modo totalmente gratuito, mossi da un senso di responsabilità civile e morale. In Israele, l’organizzazione è riconosciuta come parte integrante della risposta civile alle emergenze, collaborando stabilmente con polizia, servizi sanitari e protezione civile.
Ciò che distingue ZAKA non è solo l’efficienza operativa, ma la capacità di tenere insieme tecnica e umanità, protocollo e compassione. In un mondo che tende a rimuovere la morte o a spettacolarizzarla, ZAKA sceglie una terza via: prendersi cura anche di ciò che resta, perché ogni vita — anche spezzata — merita rispetto.
Dignità come atto di resistenza
In definitiva, l’opera di ZAKA ricorda una verità spesso dimenticata nelle cronache dell’emergenza: la dignità non è un lusso del tempo di pace, ma un dovere che diventa ancora più urgente nel disastro. Dare un nome a una vittima, restituire un corpo a una famiglia, impedire che il dolore si trasformi in anonimato: sono gesti che non cambiano l’esito di una tragedia, ma ne cambiano il senso.
Ed è forse qui che ZAKA trova la sua forza più profonda: nel ricordarci che, anche nei luoghi più oscuri, l’umanità può ancora scegliere di farsi carico dell’umano.