L’11 gennaio 2026 segna una data simbolica per l’economia digitale globale. Dalla Casa Bianca, durante una conferenza sulle politiche finanziarie innovative, Donald Trump pronuncia una frase che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile in bocca a un presidente degli Stati Uniti:
«Da oggi, l’America segue la regola di ogni bitcoiner: mai vendere il vostro Bitcoin».
Non è uno slogan estemporaneo né una boutade da campagna elettorale. È la formalizzazione politica di una strategia iniziata nel 2025, quando l’amministrazione Trump ha dato forma alla Riserva Strategica di Bitcoin degli Stati Uniti. Circa 200.000 BTC, provenienti in gran parte da sequestri giudiziari, che oggi valgono oltre 20 miliardi di dollari. Un patrimonio che Washington non intende più liquidare, ma conservare.
Il messaggio è chiaro, e contiene una critica esplicita alle scelte dell’amministrazione precedente. Sotto Biden, decine di migliaia di Bitcoin sequestrati furono venduti sul mercato. Una decisione che, col senno di poi, appare disastrosa: dal 2025 il valore di BTC è cresciuto di oltre il 60%. Tradotto: miliardi di dollari persi per le casse federali. Trump capitalizza politicamente quell’errore e lo rovescia in dottrina: non si vende l’asset scarso del XXI secolo.
Con questa mossa, il lessico della cultura crypto — HODL, never sell, digital gold — entra ufficialmente nel linguaggio dello Stato. Ma dietro lo slogan c’è una logica tecnica e strategica precisa.
Dal punto di vista economico, Bitcoin viene trattato come copertura anti-inflazione. La sua architettura è nota: offerta massima fissata a 21 milioni di unità, emissione decrescente attraverso gli halving periodici, impossibilità di manipolazione monetaria discrezionale. In un mondo di debito crescente e moneta espansiva, BTC diventa una sorta di oro digitale, non per nostalgia, ma per design.
Dal punto di vista geopolitico, la scelta è ancora più significativa. Gli Stati Uniti diventano il primo grande detentore istituzionale di Bitcoin. Una posizione che rafforza la proiezione del dollaro nell’era digitale, attrae capitali, consolida l’ecosistema degli ETF e manda un messaggio chiaro ai competitori globali. El Salvador, che ha fatto di Bitcoin una bandiera sovrana, viene superato di scala. La Cina, che ufficialmente vieta mining e trading ma che secondo diverse fonti continua ad accumulare indirettamente, viene chiamata allo scoperto.
Naturalmente, la decisione è profondamente polarizzante. I sostenitori vedono l’inizio di una nuova fase di mainstreaming: regolamentazione più chiara, afflusso istituzionale, obiettivi di prezzo che guardano oltre i 150.000 dollari entro il 2027. I critici parlano di volatilità, di rischio sistemico, di possibili manipolazioni e di vulnerabilità a cyber-attacchi su larga scala.
Eppure Bitcoin ha già attraversato le sue prove del fuoco. Il crollo del 2022 non lo ha distrutto. Le crisi successive non lo hanno snaturato. Il Proof of Work, spesso attaccato per il consumo energetico, resta uno dei meccanismi di sicurezza più robusti mai concepiti: costoso, sì, ma proprio per questo difficile da corrompere. La decentralizzazione non è un valore estetico, è una garanzia politica.
La dichiarazione di Trump va letta allora come qualcosa di più di una mossa finanziaria. È un atto di visione. In un mondo in cui la moneta diventa codice e il potere passa anche attraverso algoritmi, “mai vendere” non è solo una strategia di portafoglio. È un’idea di sovranità economica reinventata.
Per la prima volta, uno Stato non tratta Bitcoin come un’anomalia da tollerare o un rischio da contenere, ma come una riserva strategica di lungo periodo. Che piaccia o no, da questo momento il dibattito non è più se Bitcoin sopravviverà agli Stati. La domanda è se gli Stati sapranno sopravvivere senza Bitcoin.
