Roma, agosto 1970.
Il caldo era feroce, l’aria ferma come la tensione in casa Casati Stampa. Il marchese, elegante e freddo, sembrava una figura uscita da un ritratto ottocentesco; Anna, la marchesa, era l’opposto: moderna, passionale, indomita.
Da tempo il loro matrimonio si nutriva di un gioco pericoloso — Camillo amava guardarla con altri uomini, sceglieva i partner, organizzava gli incontri, e poi annotava tutto nei suoi taccuini con precisione maniacale. Un erotismo fatto di controllo e umiliazione, dove il marchese cercava di placare la gelosia con la regia.

Ma con Massimo Minorenti, giovane e bellissimo, il gioco cambiò. Anna non recitava più: si era innamorata davvero. E Camillo non sopportò l’idea che un altro potesse togliergli il ruolo di regista, di possessore dell’immagine.

30 agosto, via Puccini 9, Roma.
Il marchese, arrivato con il fucile da caccia, trovò Anna e Minorenti insieme.
In un lampo, tre colpi. Anna cade sul tappeto, Minorenti accanto a lei. Poi, un ultimo sparo — Camillo, rivolto a se stesso.
Silenzio. Solo il ronzio dei ventilatori e il sangue che lentamente inzuppa la moquette.


Quando la notizia uscì, fu uno scandalo senza precedenti. I giornali si contendevano i dettagli morbosi, le foto, le pagine del diario che sembravano scritte da un romanziere maledetto. Tutti parlavano della “tragedia del marchese voyerista”.
Tu eri lì, ventiquattrenne, a leggere quelle cronache sul “Corriere” o su “Oggi”, e ti sembrava quasi impossibile che quella nobiltà che pareva di marmo potesse finire così — nel sangue e nella vergogna.

E ad Arcore, la villa del marchese — grande, silenziosa, cinta dal parco — rimaneva come un fantasma di quell’epoca. Lì, più tardi, un nuovo protagonista dell’Italia moderna, Silvio Berlusconi, avrebbe costruito la sua fortuna.
Come se il destino avesse voluto che la casa del marchese scandaloso diventasse la casa del potere mediatico e politico dei decenni a venire.