Le tensioni diplomatiche attorno all’iniziativa americana per Gaza si intensificano, mettendo in luce fratture tutt’altro che marginali tra Washington e Gerusalemme. L’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha preso pubblicamente le distanze dalla composizione del comitato esecutivo del cosiddetto Board of Peace per Gaza, chiarendo che essa «non è stata coordinata con Israele ed è contraria alla sua politica». Una presa di posizione netta, che segnala come il progetto promosso dagli Stati Uniti stia avanzando su un terreno estremamente sensibile senza un pieno allineamento con il principale alleato regionale.

Secondo la nota ufficiale diffusa dall’ufficio del premier, Netanyahu ha incaricato il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar di contattare direttamente il segretario di Stato americano per ottenere chiarimenti. Un gesto che va oltre il protocollo e che rivela un disagio politico profondo: Israele non intende essere spettatore di iniziative che riguardano direttamente il futuro di Gaza e la propria sicurezza nazionale, tanto più se elaborate senza una consultazione preventiva.

Il riferimento è all’annuncio della Casa Bianca sulla creazione di un comitato direttivo incaricato di rendere operativo il Board of Peace, presentato come struttura di accompagnamento alla futura Conferenza di Pace. La composizione del gruppo ha attirato immediatamente l’attenzione per il profilo dei suoi membri: dal segretario di Stato Marco Rubio agli inviati speciali Steve Witkoff e Jared Kushner, dall’ex premier britannico Tony Blair all’imprenditore Marc Rowan, fino al presidente della Banca mondiale Ajay Banga e al vice consigliere per la sicurezza nazionale statunitense Robert Gabriel. Un insieme eterogeneo di figure politiche, finanziarie e istituzionali che riflette l’approccio fortemente personalizzato e multilivello dell’iniziativa americana.

Proprio questa composizione, tuttavia, sembra aver alimentato le perplessità israeliane. L’assenza di un coinvolgimento diretto di Israele nella definizione del comitato viene letta a Gerusalemme come un segnale problematico, se non come una messa in discussione del ruolo centrale che lo Stato ebraico rivendica in qualsiasi processo riguardante Gaza. La dichiarazione di Netanyahu lascia intendere che non si tratta di una semplice incomprensione tecnica, ma di una divergenza politica di fondo sull’impostazione stessa del progetto.

Il caso del Board of Peace si inserisce in un contesto internazionale già carico di tensioni, in cui le iniziative diplomatiche si moltiplicano senza una cornice condivisa e senza un consenso chiaro tra gli attori coinvolti. L’idea di una struttura esecutiva guidata da Washington, con personalità di alto profilo ma senza un coordinamento esplicito con Israele, rischia di essere percepita come un tentativo di gestire il dossier Gaza in modo unilaterale, o quantomeno sbilanciato.

La reazione di Netanyahu segnala che, al di là delle dichiarazioni di principio sulla pace, il terreno resta estremamente fragile. Gaza non è solo una questione umanitaria o diplomatica, ma un nodo strategico che tocca sicurezza, sovranità e equilibri regionali. Ogni iniziativa che ambisca a incidere sul suo futuro, senza un coinvolgimento pieno e trasparente degli attori direttamente interessati, è destinata a incontrare resistenze.

In questo scenario, la richiesta di chiarimenti rivolta agli Stati Uniti assume un valore simbolico e politico insieme. È un richiamo alla necessità di coordinamento tra alleati storici, ma anche un segnale che Israele non intende accettare soluzioni calate dall’alto. Il Board of Peace, nato con l’ambizione di favorire un percorso di stabilizzazione, si trova così già al centro di una controversia che ne mette in discussione la legittimità e l’efficacia ancora prima di entrare realmente in funzione.