giovanni Francesco II Pico della Mirandola è una figura affascinante e contraddittoria del Rinascimento italiano: nobile guerriero e insieme filosofo inquieto, erede di una delle famiglie più celebri d’Europa ma anche critico radicale della cultura classica che aveva reso famoso il nome dei Pico. La sua vita si muove tra potere politico, crisi spirituale e una riflessione filosofica segnata dal dubbio, dalla fede e dal rifiuto della superbia della ragione.

Nato nel 1469 a Mirandola o a Ferrara, era figlio di Galeotto I Pico e di Bianca Maria d’Este, nipote dunque di Giovanni Pico della Mirandola, il grande umanista autore della celebre Oratio de hominis dignitate. Ma, paradossalmente, Giovanni Francesco percorse una strada quasi opposta a quella dello zio: mentre quest’ultimo aveva cercato una sintesi tra filosofia antica, cabala e cristianesimo, Gianfrancesco arrivò a vedere nella filosofia pagana un pericolo per la purezza della fede.

Salì al potere nel 1499 come signore di Mirandola e conte di Concordia, con l’investitura dell’imperatore Massimiliano I d’Asburgo. Il suo governo fu però tormentato da continue lotte dinastiche. I fratelli, insoddisfatti della divisione dei domini, arrivarono ad assediare e bombardare Mirandola nel 1502, imprigionandolo. Liberato solo dopo aver promesso la cessione dei territori, Gianfrancesco si ritirò a Roma, segnato da una profonda delusione politica e personale. Tornò brevemente al potere nel 1511 e poi stabilmente dal 1514 fino alla morte, ma senza più il controllo della Concordia.

Parallelamente alla vicenda politica, si sviluppò il suo intenso percorso intellettuale e religioso. Fu un convinto seguace di Girolamo Savonarola e si batté per ottenerne l’assoluzione dopo la condanna. Dopo la morte del frate domenicano, ne scrisse una biografia appassionata, presentandolo come martire di una Chiesa bisognosa di riforma morale. Per Gianfrancesco Pico, il cristianesimo non doveva essere una costruzione intellettuale raffinata, ma una disciplina di vita, fondata sulla rivelazione e sull’umiltà.

Nel 1496 scrisse la Vita dello zio Giovanni Pico, premessa all’edizione delle sue opere complete, ma già in questa biografia emerge una certa distanza critica rispetto all’umanesimo classico. Il suo pensiero si fece sempre più radicale negli anni successivi. Nel De reformandis moribus, inviato a papa Leone X, invocava una riforma dei costumi ecclesiastici; nell’Examen vanitatis doctrinae gentium et veritatis christianae disciplinae attaccava frontalmente la filosofia antica e scolastica, compresi Aristotele e Tommaso d’Aquino.

Secondo Pico, la fiducia nella ragione umana era una forma di superbia. La filosofia, con i suoi sillogismi e le sue dimostrazioni, non conduceva alla verità ultima ma solo a costruzioni arbitrarie. Riprendendo motivi dello scetticismo antico, in particolare di Pirrone e Sesto Empirico, egli negava la validità della conoscenza fondata sulla causalità e sull’induzione. Nulla, in senso pieno, può essere conosciuto dall’uomo: solo la rivelazione divina offre un fondamento certo alla fede. In questo, Gianfrancesco si avvicina alla dottrina della docta ignorantia di Nicola Cusano, che riconosceva i limiti radicali dell’intelletto umano davanti al mistero di Dio.

Un altro testo significativo è il Libro detto strega o delle illusioni del demonio (1523), dedicato al tema delle possessioni demoniache e degli inganni diabolici. L’opera si colloca nel clima inquieto del primo Cinquecento, segnato da paure apocalittiche, riforma religiosa e caccia alle streghe, ma mostra anche l’interesse di Pico per il confine tra illusione, fede e realtà spirituale.

La sua vita si concluse in modo tragico. Nel 1533 fu assassinato dal nipote Galeotto II Pico, insieme al figlio minore Alberto, appena ventiquattrenne. Una fine violenta che suggella una biografia dominata da conflitti familiari, tensioni politiche e una profonda inquietudine interiore.

Giovanni Francesco II Pico della Mirandola resta una figura singolare del Rinascimento: mentre l’Europa celebrava la potenza della ragione e la rinascita dei classici, egli ne denunciava la vanità e riaffermava la centralità della fede e della rivelazione. In questo senso, è un testimone di una crisi dell’umanesimo dall’interno, un pensatore che anticipa le lacerazioni religiose e culturali della modernità, mostrando come il Rinascimento non fu solo luce e armonia, ma anche dubbio, paura e ricerca di verità assolute.