La città eterna non era mai apparsa così lucida, così lucidata. Per giorni, squadre di operai avevano spazzato, imbiancato, riverniciato. Le facciate annerite dal tempo erano state ripulite, i selciati risistemati, i pini potati. Lungo via dell’Impero — la vetrina della Roma fascista — sventolavano bandiere tedesche e italiane intrecciate: il tricolore e la svastica, uniti nel vento primaverile.

Il 3 maggio 1938, poco dopo le dieci del mattino, Adolf Hitler giunse a Roma su un treno speciale proveniente da Firenze. Lo attendeva Benito Mussolini, impeccabile nella divisa grigioverde. L’incontro fra i due dittatori fu accompagnato da un cerimoniale che rasentava il teatro: squilli di tromba, parate militari, applausi controllati. Sul piazzale della Stazione Termini, una folla disciplinata gridava “Duce! Duce! Heil! Heil!”, mentre sullo sfondo sventolavano drappi e stendardi.

Roma era stata trasformata per lui. Le insegne ebraiche erano state rimosse, i mendicanti allontanati, i quartieri “indecorosi” nascosti da pannelli e stendardi. Perfino le rovine antiche — il Colosseo, il Foro, i ponti — erano illuminate da fasci di luce elettrica, in un gioco di luci che ricordava le “cattedrali di luce” di Norimberga. L’Italia voleva mostrare al Führer di essere una potenza moderna, imperiale, degna del suo rango.

La sera, l’intera città si accese. Dal Quirinale, dove alloggiava Re Vittorio Emanuele III, fino al Campidoglio, ogni edificio era illuminato. Hitler, ospite ufficiale del re, fu ricevuto con tutti gli onori monarchici, ma ciò che più lo colpì fu la grandiosità della messa in scena fascista.

Durante la visita, Mussolini accompagnò il suo ospite tra le glorie di Roma antica e i simboli del nuovo regime. I due visitarono il Foro Romano, la Mostra Augustea della Romanità, le accademie militari e i cantieri dell’EUR, il quartiere che avrebbe dovuto ospitare l’Esposizione Universale del 1942. Per Hitler, appassionato di architettura classica, quella era una rivelazione: l’idea di un nuovo impero fondato sul mito di Roma lo affascinava profondamente.

Il 5 maggio, una parata militare colossale sfilò lungo via dei Fori Imperiali. Decine di migliaia di soldati, cannoni, carri armati e aerei si susseguirono sotto lo sguardo dei due dittatori. I passaggi dell’aviazione tracciavano nel cielo i colori della bandiera italiana, mentre Hitler osservava, soddisfatto, la disciplina e la potenza di quell’esercito alleato. Dietro le quinte, gli ufficiali tedeschi prendevano nota: molte armi italiane apparivano ancora arretrate, ma la propaganda fascista non lasciava trapelare debolezze.

Durante la settimana romana, il Führer visitò anche Napoli, dove assistette a un’imponente esercitazione navale nel golfo. Le corazzate e i sommergibili si esibivano in manovre spettacolari, mentre i due dittatori sorridevano e si scambiavano saluti dal ponte di comando. Era la rappresentazione perfetta dell’Asse Roma-Berlino, ormai saldo dopo l’Anschluss dell’Austria, che l’Italia aveva tacitamente accettato poche settimane prima.

Ma non tutto era armonia. Il re, freddo e diffidente verso Hitler, mal sopportava la teatralità della visita. Il Vaticano, da parte sua, osservava con imbarazzo: la presenza del Führer — anticlericale e persecutore dei cattolici in Germania — era un segnale sinistro. Il Papa Pio XI si ritirò a Castel Gandolfo per evitare ogni incontro.

Quando il treno di Hitler lasciò l’Italia il 9 maggio 1938, l’apparato fascista poté dichiarare trionfo. Mussolini era convinto di aver consolidato l’alleanza con la Germania e di aver mostrato al mondo l’immagine di due imperi in marcia verso il futuro. Ma dietro la scenografia di luci e drappi, Roma era rimasta sospesa tra paura e fascinazione.

Solo pochi intuirono che quella settimana di cerimonie, luci e parate era l’anticamera della catastrofe. Poco più di un anno dopo, le stesse strade illuminate avrebbero tremato sotto le sirene della guerra.



Il teatro dell’Asse

Il convoglio speciale tedesco, con le sue carrozze grigie e sigillate, aveva attraversato l’Italia di notte. Quando il 3 maggio 1938 si fermò alla stazione di Roma Ostiense, il Führer scese per primo, seguito dal suo entourage: Joachim von Ribbentrop, ministro degli Esteri, elegante e gelido; Heinrich Himmler, capo delle SS, silenzioso e inquietante; Hermann Göring, maresciallo del Reich, massiccio e vanitoso nei suoi abiti chiari e con i guanti di camoscio; Rudolf Hess, il fedele luogotenente; e altri ufficiali del Partito. Era, in tutto e per tutto, la corte nera del Terzo Reich.

Sul binario, ad attenderli, c’era il meglio del regime fascista: Ciano, Bottai, Balbo, Starace, e naturalmente Mussolini, che si gettò in un abbraccio studiato davanti alle cineprese dell’Istituto Luce. Il montaggio doveva restituire al mondo l’immagine di due uomini uguali, due imperi, due destini.


Le donne (o la loro assenza studiata)

HitlerMussolini avevano al loro fianco mogli o compagne. L’assenza femminile fu una scelta precisa, quasi ideologica. Eva Braun non venne mai nominata, e la moglie del Duce, Rachele, fu tenuta lontana da ogni cerimonia.
Solo la regina Elena partecipò a poche occasioni ufficiali — ricevette Hitler al Quirinale e lo accompagnò, brevemente, insieme a Maria José di Savoia, elegante e intelligente, che notò con disagio l’atteggiamento impacciato del Führer. Più tardi, confiderà che la presenza di Hitler le dava un “senso fisico di freddo e inquietudine”.

Hitler, del resto, detestava l’etichetta cortigiana. Si mostrò impacciato con la regina, che gli porse la mano secondo il protocollo monarchico, ma lui esitò a baciarla, chinandosi invece in un goffo inchino militare. Le dame italiane lo trovarono “gelido e privo di grazia”.


Aneddoti e impressioni

1. La città muta:
Durante il passaggio dei cortei, la folla era immensa ma stranamente silenziosa. Mussolini aveva ordinato applausi e “Heil!”, ma molti romani osservavano in silenzio, curiosi e timorosi. Solo i militanti fascisti gridavano con entusiasmo studiato.
Un testimone scrisse: “Non era un popolo che acclamava, ma una folla che obbediva.”

2. Hitler turista archeologo:
Tra le visite, quella che più lo colpì fu la Mostra Augustea della Romanità al Palazzo delle Esposizioni. Passò ore ad ammirare plastici e mappe dell’Impero romano, con l’entusiasmo di un architetto dilettante. Disse a Mussolini:

“Questo è il modello per il nostro futuro. Roma non è solo un ricordo: è un esempio.”

3. Il silenzio del Papa:
Il Vaticano rimase in un silenzio eloquente. Pio XI definì privatamente la visita “una tragedia morale” e si rifugiò a Castel Gandolfo. Nessun vessillo vaticano, nessuna campana suonò. Roma era divisa tra il clamore fascista e il mutismo della Chiesa.

4. Göring e l’arte italiana:
Göring, amante (e saccheggiatore) d’arte, approfittò del viaggio per visitare gallerie e antiquari. Si dice che acquistò personalmente alcune opere, o che pretese “donazioni” per il Reich. I funzionari italiani cercarono di assecondarlo senza cedere troppo.

5. Il saluto del popolo napoletano:
A Napoli, durante la parata navale del 6 maggio, il pubblico fu più caloroso — ma, secondo i rapporti di polizia, molti applausi erano diretti più a Mussolini che all’ospite tedesco. Hitler rimase impressionato dallo spettacolo dei sommergibili che emergevano simultaneamente, manovra organizzata per lui da Italo Balbo. “È stato magnifico”, disse, “ma anche molto rumoroso.”


Epilogo

Quando Hitler ripartì il 9 maggio, Roma tornò improvvisamente normale. Le bandiere furono tolte, le luci spente. I romani, nei bar e nelle osterie, commentavano con ironia la settimana di parate. “Ha visto? Hanno persino lavato i sampietrini per lui!” dicevano.

Ma dietro l’ironia c’era un’ombra. Quella visita aveva sancito, senza ritorno, l’alleanza tra il fascismo e il nazismo. Un anno dopo, le stesse città illuminate avrebbero risuonato di sirene.